Con le sue parole Saviano ha scoperchiato il potere mafioso
Nando Dalla Chiesa
, da Il Fatto Quotidiano, 26 settembre 2015
Dirò subito che intendo difendere Roberto Saviano, per le ragioni che spiegherò più avanti. Ma per difendere bene una persona bisogna non chiudere gli occhi davanti ai suoi difetti. È la regola aurea dei bravi avvocati e degli amici veri. E Saviano qualche problema con le copiature non dichiarate ce l’ha. Lo fece notare con stile molto english Federico Varese, autorevole criminologo e sociologo di Oxford, intervenendo sulla Stampa proprio a proposito di “Zero Zero Zero”, il libro oggi sotto accusa. Lo documentò su queste pagine il giornalista Giampiero Rossi lamentando il largo uso fatto da Saviano in tivù del suo libro-inchiesta sul dramma dell’amianto a Casale Monferrato. Il Daily Beast, insomma, ha scoperto poco di nuovo, e a distanza di molto tempo.
Saviano ha però ragione su molte linee. Gli è stato rimproverato di avere ripreso pari pari elenchi e pezzi di cronaca che in realtà solo un astuto (o malizioso) rimaneggiamento di nomi ed elenchi avrebbe reso diversi. O di avere recuperato brani di racconti e inchieste altrui per proiettarli entro narrazioni che avevano comunque un timbro assolutamente autonomo. Grave? Quanto grave? La prima obiezione che si può fare è che perfino negli studi accademici o nel dibattito pubblico ufficiale si usano disinvoltamente (e senza citare) non solo informazioni ma anche concetti e teorie che sono costati ad altri anni di lavoro. Così come succede molto spesso nel giornalismo o negli studi, non dico in politica, di vedere impunemente contraffatte le tesi di qualcuno così da averne più facilmente ragione nel “libero confronto delle idee”. Furti di concetti, contraffazione di idee, dunque. A gogo. Senza che questo susciti mai scandalo.
Ha quindi ragione Saviano quando spiega il risalto dato alla sue copiature non con la propria ipotetica distanza da una deontologia condivisa, ma con l’invidia con cui tantissimi guardano da tempo al suo successo editoriale e intellettuale. Gli stessi termini beffardi con cui è stato dipinto nell’articolo del “Daily Beast” (“il Rushdie di Roma”) spiegano come non vi sia esattamente una neutralità affettiva nei suoi confronti.
Soprattutto però queste critiche hanno una radicale e irrimediabile debolezza: quella di muoversi in un assoluto vuoto storico e sociale. E provo a spiegarmi. Lo scrittore napoletano può avere usato in Gomorra brani di inchieste altrui, o di indagini giudiziarie. Il fatto è che quel che è uscito dalla sua tastiera è stato straordinariamente diverso dalla somma di quelle citazioni, piccole o lunghe che fossero. Saviano ha prodotto un documento narrativo potentissimo, la più grande denuncia dello strapotere della camorra e segnatamente dei casalesi che fosse mai stata scritta. Di quello strapotere diversi autori avevano raccontato (mi metto tra questi) ma nessuno con risultati sull’opinione pubblica e sul circuito opinione pubblica-governo paragonabili a quelli prodotti da lui; e che hanno favorito alla fine la decapitazione completa di una élite criminale combattuta certo dalle istituzioni ma altrettanto protetta nelle istituzioni.
Saviano in altri termini non ha detto cose nuove ma ha “fatto” una cosa nuova. Importantissima. Perciò quando rivendica la specificità del suo stile narrativo dice qualcosa di profondamente vero.
Ha avuto successo? Lo ha decretato il pubblico e il successo non è una colpa.
Non tornerò qui sulla questione della vita sotto scorta per non ribadire un argomento ricorrente e che rischia in questa sede di non essere un argomento.
Bisogna però sottolineare che Saviano ha usato il suo successo per dire ciò che altrimenti sarebbe passato silenziosamente tra le pieghe della stampa. Il suo grido civile contro le candidature campane alle ultime elezioni regionali è stato un altro regalo che egli ha fatto (e se ne capirà l’importanza…) alla democrazia italiana.
Chi gli ha dato quelle notizie? Chi gliele ha passate? Ha usato magari pezzi di inchieste altrui?
Fatto sta che la sua voce le ha messe insieme e ne ha fatto denuncia, tuono, nell’interesse di tutti.
E se quelle denunce diventassero libro, romanzo, narrativa? Chi gli rinfaccerebbe l’assenza delle citazioni? [nelle note le faccia, però…].
(26 settembre 2015)
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