Conoscenza ‘open access’ o boicottaggio scientifico
Roberta Fulci
La medaglia Fields (l’equivalente del Nobel per la matematica) Timothy Gowers ha lanciato una sfida contro il Golia dell’editoria scientifica, la Elsevier, accusata di costringere le università a sostenere costi esorbitanti per gli abbonamenti. Ne è nata una mobilitazione che ha coinvolto finora tredicimila scienziati. E che potrebbe segnare la fine di un’epoca.
Qualcosa doveva aver subodorato Timothy Gowers, matematico all’Università di Cambridge, quando, il 21 gennaio scorso, scriveva sul suo blog che gli abusi della Elsevier, gigante olandese dell’editoria scientifica, non sarebbero durati per sempre. E che era nell’interesse della comunità dei matematici “to get to that happy day as soon as we can”. Con queste parole, Gowers ha lanciato un appello al mondo accademico. Ne è nato un sito espressamente dedicato al boicottaggio della Elsevier. La mobilitazione, dal suggestivo titolo The cost of knowledge, ha raccolto in breve un grandissimo consenso: da gennaio ad oggi, quasi tredicimila scienziati si sono impegnati a non pubblicare le loro ricerche su riviste controllate dal gruppo Elsevier. E il Guardian, ispirandosi ai recenti rivolgimenti politici del mondo musulmano, ha parlato di ‘primavera accademica’.
Il costo della conoscenza
La Elsevier pubblica più di tremila riviste nel panorama medico-scientifico internazionale, attraverso il sistema della peer-review. Con questa espressione si indica il processo con cui le ricerche originali, prima di essere approvate, vengono valutate da esperti del settore. Lo studioso scrive i suoi risultati, e li invia a una rivista specializzata. La rivista individua due o tre referee, cioè specialisti della materia oggetto della ricerca, ai quali sottoporre l’articolo. Il loro parere – anonimo e gratuito – sarà determinante per stabilire se la rivista pubblicherà l’articolo o no. Una volta che l’articolo è pubblicato, la comunità scientifica, per leggerlo, deve accedere alla rivista. Che però la casa editrice distribuisce alle università attraverso abbonamenti spesso costosissimi. E i dipartimenti si trovano a pagare salato l’accesso ad articoli che i loro stessi dipendenti hanno scritto, selezionato e revisionato. Se un tempo i prezzi elevati potevano essere giustificati dai costi redazionali e di stampa, oggi la stragrande maggioranza degli articoli scientifici viene diffusa elettronicamente. Un meccanismo per molti versi paradossale, secondo Gowers. A tutto vantaggio delle case editrici e a scapito delle istituzioni pubbliche.
Le politiche della Elsevier sembrano perseguire delle ben precise esigenze di marketing. A far indignare Gowers e gli altri accademici ha contribuito la pratica del bundling. La Elsevier edita alcune riviste molto autorevoli, a cui le università non possono permettersi di rinunciare. Ma la rivista prestigiosa da sola ha un prezzo esorbitante. Se i dipartimenti vogliono, in proporzione, risparmiare, devono comprare anche un certo numero di riviste di livello più scarso. In questo modo la Elsevier riesce a vendere anche titoli che altrimenti non comprerebbe nessuno.
Le accuse di Gowers devono aver destato qualche preoccupazione ai vertici della Elsevier, che si è difesa attraverso una lettera aperta indirizzata a tutta la comunità scientifica. La singola rivista, precisa il delegato della Elsevier, si può benissimo acquistare, e i pacchetti non sono che offerte vantaggiose. Ma mettersi a discutere di numeri con una medaglia Fields – l’equivalente del Nobel per la matematica, che Gowers ha vinto nel ’98 – è rischioso. Come risponde sul suo blog, se i prezzi delle singole riviste sono assolutamente irragionevoli, in pratica la scelta non c’è. Si riduce a decidere se pagare, rispetto al prodotto, tanto (comprando il pacchetto) o tantissimo (pagando la singola rivista).
Un meccanismo anacronistico
Gowers e i suoi sodali si sono schierati contro la Elsevier perché rappresenta perfettamente uno scontro di epoche. Inoltre la Elsevier ha preso esplicitamente posizione a favore del SOPA (Stop Online Piracy Act), una proposta di legge del 2011 che ostacolerebbe le piattaforme open access, cioè accessibili gratuitamente. Una decisione palesemente impopolare per un’azienda la cui clientela è fatta di accademici. In realtà i colossi editoriali con politiche simili a quelle della Elsevier sono più di uno. E hanno tutto l’interesse a conservare un meccanismo nato decenni fa, nonostante il web abbia trasformato profondamente le esigenze di comunicazione del mondo scientifico. Oggi i ricercatori devono potersi scambiare notizie con i tempi di internet. I ritmi delle riviste peer-review classiche sono lentissimi al confronto.
L’iniziativa di Gowers è una voce tra tante. Harvard è arrivata a spendere ogni anno 3,75 milioni di dollari in abbonamenti. Anche lì hanno detto basta: con lo slogan Move prestige to open access, la prestigiosa università americana incoraggia i propri dipendenti a pubblicare su piattaforme ad accesso libero. Per non parlare della Wellcome Trust, la seconda fondazione al mondo per mole di finanziamenti alla ricerca medica, che ha parlato chiaro: chi vuole continuare ad attingere a quelle risorse deve rendere le proprie ricerche accessibili a chiunque.
Il problema ha ormai raggiunto sedi istituzionali. In giugno si è conclusa la consultazione di un gruppo di lavoro del governo britannico che per un anno, coinvolgendo anche il cofondatore di Wikipedia Jimmy Wales, ha elaborato il progetto Finch, una proposta in vista di un passaggio alla diffusione libera della ricerca nel Regno Unito. L’obiettivo è far sì che tutti gli scienziati britannici siano vincolati, in capo a due anni, a pubblicare su riviste ad accesso libero. What we propose implies cultural change, si legge nel documento.
Superare l’inerzia di un sistema radicato
Ma in pratica, come riorganizzare il sistema editoriale senza rinunciare alla garanzia della peer-review? Esempi concreti esistono già. PLOS, la Public Library of Science, da oltre dieci anni vanta pubblicazioni open access di tutto rispetto in diversi settori scientifici. Senza rinunciare alla selezione dei referee.
Anche Gowers non si è limitato a criticare: è nell’editorial board di Forum of Mathematics, una nuova rivista che a partire da gennaio 2013 pubblicherà con la Cambridge University Press ricerche originali, open access e peer-review. Non solo: i tempi di pubblicazione saranno molto inferiori alla media, perché la rivista non uscirà a intervalli regolari. Semplicemente, ogni volta che un paper sarà accettato e revisionato, apparirà online. Purtroppo gli autori potranno vedere gratis i propri articoli accessibili a tutti solo per i primi tre anni. Dopo questo lasso di tempo, durante i quali i costi di pubblicazione saranno sostenuti dalla casa editrice, la rivista diventerà – come PLOS – gold open access. Un modo diplomatico per dire che gli autori che vorranno condividere le loro scoperte con tutto il web dovranno pagare di tasca propria la libera diffusione dei loro articoli. E non è l’unico ostacolo.
Qualsiasi ricercatore sa che con gli indici bibliometrici non si scherza. Si tratta di parametri – come l’h-index – che rispecchiano la produttività di ogni accademico. Sono tanto più alti, quanto più le riviste su cui uno studioso pubblica sono prestigiose. Almeno per i primi tempi, quale accademico sarà dis
posto a proporre il proprio lavoro a una rivista gratuita appena nata senza alcuna fama, rinunciando magari a una pubblicazione su Nature?
Il cambiamento culturale citato dal rapporto Finch non sarà banale. Si tratta di educare l’intera comunità scientifica a un diverso modo di condividere la conoscenza. Il sistema editoriale attuale sembra incoraggiare la guerra, più che la collaborazione, tra i gruppi di ricerca. Si tratta di capire se una generazione di scienziati cresciuta in un clima di competizione sarà davvero disposta a cambiare le cose.
(13 novembre 2012)
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