Corpi da materasso e stereotipi di ritorno

Maria Mantello

«In nome della moralità corrente si dice che è dovere delle donne vivere per gli altri […] è nella sua natura, intendendo con questo che ella debba abnegare se stessa […] le donne vengono allevate fin dai loro primi anni nella convinzione che il loro ideale di personalità sia esattamente l’opposto di quello degli uomini: non la volontà autonoma e l’autodisciplina, bensì la sottomissione». (John Stuart Mill e Harriet Taylor, La servitù delle donne, 1869)

Era l’800 e parlare di emancipazione delle donne era rompere un tabù, denunciare la loro sottomissione un’eresia. Da allora molta strada le donne hanno fatto nella consapevolezza di sé. Il nesso imprescindibile tra il diritto umano all’emancipazione e la natura stessa della democrazia sembrava essere un punto di ritorno. Nel privato e nel pubblico, le donne uscivano dal gineceo e conquistavano l’agorà.

Oggi chi detiene il potere sull’agorà sempre più la trasforma nel proprio harem-gineceo, dove le favorite consenzienti sono fagocitate negli stereotipi di genere al servizio del maschio. Dove l’immagine della donna è la proiezione di un immaginario maschile che alligna nel dualismo archetipo: o madre o prostituta. O Madonna o Eva. O Santa o Strega. Modelli speculari di servizio, del vivere per l’altro: il maschio.

Zampettante tra un detersivo, un ammorbidente, una cotoletta… o alla cura ossessiva del proprio corpo. Sempre serva nel rito dell’oblazione, dell’offerta del bucato o del cibo o del proprio corpo. Serviente: in cucina o nell’alcova.

Il sociologo Marc Lazar ha scritto in un suo recente saggio, L’Italia sul filo del rasoio, la democrazia nel paese di Berlusconi, che da noi si vive un singolare apparente paradosso, perché «il cambiamento in Italia genera una modernità tradizionale». Ovvero lo sviluppo che si crede ci sia è drammaticamente il vecchio che ritorna.

Il padrone, il feudatario, il sultano che abbacina con la ricchezza e che dà l’illusione di poterne essere almeno comparse tentando la scalata al grande fratello. Non era questo che voleva la Sabrina Misseri, accusata di complicità nell’omicidio di Sarah Scazzi? Non è quello a cui aspirano le tanti Ruby che si offrono, o vengono istigate ad offrirsi a un protettore, meglio se magnate televisivo?

Ruby, ragazza povera, anzi poverissima, che lo sbrilluccichio mediatico abbacina e che alla ricerca del successo fa della sua vita la virtualità che sognava. In vendita come un cioccolatino o come un scatola di pelati, come un assorbente o un bagno schiuma… Corpo da materasso pronto per gli utilizzatori reali sul palcoscenico virtuale in cui la rete dei marpioni ruffiani la offrono al ragno osceno e stagionato che cerca sangue, sangue fresco della favorita consenziente, che la sottomissione scambia per libertà.

(5 novembre 2010)

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