Crisi, con la deflazione l’Europa rischia la rivolta sociale
Marcello de Cecco
Le operazioni al ribasso sul debito degli stati sono alla base dei piani lacrime e sangue che si stanno preparando in Europa. Il rischio è però quello di aprire le porte alla deflazione. A quel punto, dopo aver salvato le banche e distrutto il welfare, per i governi sarà difficile evitare lo scatenarsi delle rivolte sociali.
, da Repubblica Affari e Finanza, 17 maggio 2010
L’ agonia della Lehman fu assai lunga, protratta per tutta l’estate del 2008 nonostante che il suo fallimento fosse stato predetto da parecchi osservatori. Sembra probabile che il governo Usa abbia usato le traversie della Lehman per far marcire la situazione dei mercati abbastanza da con vincere il Congresso a varare misure che salvassero le altre istituzioni finanziarie con un gigantesco investimento di denaro pubblico. Ma, fallita la Lehman, i mercati si fermarono e l’ economia mondiale entrò anch’essa in agonia. Le banche di tutto il pianeta andarono in crisi e i governi dovettero spendere miliardi di dollari per salvarle.
Appare oggi sempre più chiaro che la signora Merkel, all’ inizio del 2010, di fronte al profilarsi di una debacle elettorale in Renania Westfalia, abbia tentato una cinica manovra di recupero, aizzando il suo popolo contro la Grecia per oscurare le evidenti manchevolezze (per essere benevoli) del governo in carica nell’importante land tedesco. Manovra che è fallita nei confronti del popolo renano, che ha cacciato i conservatori al governo, ma che ha avuto il massimo successo nello scatenare una gigantesca ondata di speculazione contro la Grecia, presto trasformatasi addirittura in un tentativo di affondare l’Euro e i debiti pubblici dei paesi meridionali dell’ Unione Monetaria.
Se, come ho già osservato due settimane fa, l’ azzardata e irresponsabile manovra della Merkel ha trovato entusiastici appoggi da parte di buona parte della stampa tedesca, non sono mancate voci tedesche che invitavano alla riflessione e alla ragione. Quella del vecchio ministro Theo Waigel, che ricordava come il patto di stabilità fosse stato infranto per prima dalla stessa Germania nel 2003. Inoltre, un lucido giornalista dello Handelsblatt, Bernd Ziesemer, il 10 maggio ricordava i trascorsi di grande amicizia e stima della signora Merkel nei confronti di Kostas Karamanlis, il primo ministro greco, che imitando il fulgido esempio dell’ Italia da bere, ha affossato in cinque anni i conti pubblici del suo paese, imbarcandosi in una folle politica di spese e di aumenti salariali pubblici.
L’ articolo citava inoltre il peculiare comportamento della fazione conservatrice del Parlamento Europeo, che includeva la Merkel, nel non stigmatizzare in alcun modo tale comportamento di Karamanlis fino alla sua sconfitta elettorale, malgrado che nella riunione Ecofin del 2 luglio 2009 il commissario Almunia avesse presentato un documento nel quale si prevedeva che il deficit pubblico greco nel 2009 sarebbe salito a più del 10 per cento del pil. I deputati europei del gruppo conservatore, attendevano che si presentasse di fronte a loro il nuovo premier greco, Papandreu, nell’ ottobre 2009, per manifestare tutta la propria meraviglia ed esecrazione di fronte a cifre che giuravano di vedere per la prima volta e che invece conoscevano benissimo.
La lunga e ben orchestrata agonia greca si è conclusa con il ritorno sulla scena europea di un deus ex machina che non si vedeva dalla caduta dell’Urss e dalla unificazione tedesca: il presidente degli Stati Uniti. E’ stata la sua allarmata ed adirata telefonata a convincere Frau Merkel a smetterla di ostacolare una soluzione comune al problema dei conti pubblici greci. Il suo comportamento era giunto, come quello del governo americano nel fallimento della Lehman, a determinare il blocco quasi totale delle transazioni e degli scambi internazionali, una enorme crisi di liquidità che avrebbe avuto sull’ economia mondiale, già provata da tre anni di crisi, un effetto esiziale, inducendo anche il fallimento della intera strategia economica della presidenza Obama e la sicura sconfitta dei democratici nelle elezioni di metà mandato del prossimo novembre.
Il presidente Obama ha telefonato non solo alla Merkel, con successo pieno e immediato, ma ha anche raddoppiato tale successo telefonando a Zapatero e convincendolo al varo di misure economiche senza precedenti dagli anni trenta del 900, come la diminuzione del 5% dei salari nominali. Così siamo tornati indietro di vent’anni. Ma anche di più, se osserviamo che insieme al presidente americano, si è reinserito negli affari economici dell’ Europa anche il Fondo Monetario, che sembrava oramai rassegnato a occuparsi solo di paesi in via di sviluppo. In molte telefonate ai suoi colleghi europei, Tim Geithner, secondo il Wsj, ha caldeggiato il pieno inserimento del Fondo nello schema di intervento da mille miliardi di dollari.
Oltre al ritorno dell’ assetto economico postbellico, con gli Stati Uniti a indicare la strada agli europei, gli eventi dei giorni scorsi segnano tuttavia una vera trasformazione dello statuto della Banca Centrale Europea. Questa, in sedute burrascose del suo consiglio di governo ha ricevuto l’ ordine di intervenire sui mercati dei titoli di stato allo scopo di stabilizzarli. E’ una vera rivoluzione copernicana, se si pensa che la totale separazione della Bce dai governi degli stati membri era l’elemento fondante della costituzione di questa peculiarissima banca centrale. E che si era richiesto dai parlamenti di ciascuno stato membro della Unione Monetaria di legiferare per separare ciascuna banca centrale dal suo rispettivo governo, dandole autonomia assoluta con leggi costituzionali. Ora, come avevamo previsto in parecchi, alla prova di una crisi rovinosa, il divieto di comprare e vendere titoli di stato dei paesi membri è saltato.
Ma è molto meglio che sia saltata questa primitiva concezione di autonomia e non la banca stessa. Fu infatti un riforma dello stesso genere a distruggere, negli anni trenta, le banche di emissione di parecchi paesi della Europa centrale, che erano state costruite sulla base di una filosofia simile a quella che ispirò i padri costituenti a Maastricht. E anche le banche centrali di Francia e Inghilterra furono nazionalizzate, dopo la Seconda Guerra Mondiale. D’altro canto, a partire dall’ estate del 2007, la Bce, non diversamente dalla Fed e dalla Banca d’ Inghilterra, si è letteralmente riempita il portafoglio di titoli spazzatura dei più svariati emittenti privati, assorbiti dalle banche che li avevano in carico, a prezzi assai superiori ai valori di mercato.
Ma di questo i soloni del senato virtuale (come Barry Eichengreen ha felicemente ribattezzato i mercati) non hanno dato alcun segno di preoccuparsi. Così come non sembrano notare – sottolinea un pensoso articolo di Paul de Grauwe – che la esplosione dei debiti pubblici dei paesi sviluppati è stata indotta dalla necessità di salvare le banche private, condotte dai loro manager sulla soglia del fallimento per gli eccessi ai quali si erano abbandonati negli anni del nuovo secolo e fino al 2007. Ora le stesse banche, salvate a costi stratosferici dagli stati (oltre il 24% del Pil nel caso della Germania), accusano questi ultimi, con l’ ausilio delle Tre Parche del rating, regine dei pareri in ritardo e delle profezie expost, di avere debiti pubblici insostenibili e impostano lucrose operazioni al ribasso sui medesimi.
La trasformazione costituzionale della Bce segna la sconfitta cocente della intera filosofia che ha ispirato la gestione della Bundesbank nel dopoguerra e che era stata trasfusa nel trattato di Maastricht. Il suo governatore Axel Weber, dissociandosi pubblicamente dalla decisione del consiglio della Bce, ha aperto un contrasto asperrimo con la signora Merkel, che forse lo porterà alle dimissioni. Così f
ece Karl Otto Pohl quando il cancelliere Kohl volle a tutti i costi la rivalutazione al livello del marco occidentale dello spennacchiato marco orientale, al tempo della riunificazione. Kohl, al contrario della Merkel, con quella misura avventurosa perse il governatore ma vinse le elezioni politiche dell’ anno successivo. Sono in molti ora a prevedere che, al nuovo assetto costituzionale imposto alla Bce, sarà obbligatorio da parte dei governi europei e della Commissione, rispondere con un tentativo di unificazione fiscale.
Per ora la Commissione di Barroso sembra voler rispondere con una riedizione della surveillance mutuelle, che ci riporta ai primi anni sessanta, nella forma questa volta dell’accordo preventivo sugli assetti di bilancio degli stati membri, da raggiungersi nella prima metà di ogni anno. E con una qualche forma di penalizzazione dei paesi che insistono nel non curarsi dei propri deficit e del livello dei propri debiti. Supponiamo che i paesi europei ascoltino i consigli del senato virtuale, riuscendo a ottenere livelli di deflazione sufficienti a riportare in pochi anni l’equilibrio nei loro bilanci e a smorzare la crescita del debito pubblico.
E’ di nuovo de Grauwe a tentare di infondere un po’ di saggezza macroeconomica in burocrati, politici ed economisti che ne sembrano del tutto ignari. Se tutti seguiranno le esortazioni dei mercati, egli nota, si scatenerà una deflazione talmente grave in tutto l’ Occidente sviluppato da rendere ancor più disperata la situazione dei conti pubblici dei paesi coinvolti. Le entrate fiscali crolleranno e gli interventi di riduzione delle spese dovranno raggiungere livelli selvaggi, tali da scatenare il disordine sociale nei paesi più deboli.
C’ è da scommettere, purtroppo, che gli annichiliti politici europei non si renderanno conto del fatto che i mercati parlano per aumentare come dicono loro la volatilità e quindi le occasioni di guadagno e che il presidente Obama cerca di esorcizzare una nuova crisi finanziaria e la deflazione dal suo paese consigliando a noi quel che spera di non essere costretto a fare lui.
Vista la reazione di Frau Merkel e di Zapatero dobbiamo aspettarci che tutti gli altri europei seguiranno: come il cavallo della Fattoria degli Animali di Orwell si costringeranno a lavorare di più e a mangiare di meno. Come è possibile consigliare, come ha fatto l’ Fmi per la Grecia, che un paese raggiunga il 150% di rapporto debito pil nel 2013 e che dedichi per un numero imprecisato di anni attorno al 10% del suo pil a ripagare i debiti? E’ evidente che un processo di ristrutturazione graduale del debito pubblico greco si impone. Dovrebbero studiarlo in questi giorni le autorità europee, altrimenti sarà difficile scongiurare in Grecia una rivolta sociale.
(19 maggio 2010)
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