Il suicidio di Emanuele Vacca è la nostra cattiva coscienza

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Vinovo, periferia di Torino, magazzino della Tecnodrink, cooperativa specializzata nella manutenzione di impianto di spillaggio birra nella provincia, venerdi 12, mattino. Il responsabile della cooperativa apre e trova un dipendente, Emanuele Vacca, 28 anni, impiccato alla grata di una finestra. Emanuele si era persino annodato i polsi onde evitare il pentimento dell’ultimo istante.

Emanuele aveva lavorato per diversi anni, in quella struttura, che, a fine gennaio, aveva inviato lettere annuncianti la messa in cassa integrazione a tutti i suoi dipendenti. Ma erano lettere di licenziamento, nella realtà. Tant’è che Emanuele e i suoi compagni si stavano dedicando in quei giorni a smontare gli impianti, cupi per la piena consapevolezza che il loro lavoro era finito. Nessuna prospettiva né immediata, né a breve termine, e neppure, probabilmente, a medio termine. E perché? Perché la ditta produttrice di birra, per la quale la cooperativa svolgeva la manutenzione in decine di locali, la multinazionale danese Carlsberg, ha deciso di colpo di “cambiare la sua politica sul territorio” (si è letto sui giornali, l’indomani), centralizzando tutto il lavoro di manutenzione degli impianti su un unico soggetto (una grossa impresa, probabilmente, multinazionale), che, come tanto sovente è accaduto in questi casi, assumerà, di fatto a tempo determinato, ragazzi giovanissimi, che saranno sottopagati, e, quindi, licenziati.

Emanuele non ha retto. Poi, le cronache ci hanno informato che questo ragazzo aveva “avuto problemi”, aggravati dalla morte prematura del padre: era stato fermato dalla polizia stradale che avendogli trovato un tasso alcolico superiore al massimo consentito, ha provveduto senza complimenti a ritirargli la patente. Anche questa non è una storia nuova. Conosco operai, addetti al trasporto dei mezzi della raccolta rifiuti solidi urbani (insomma, la spazzatura), che oltre a svolgere un lavoro tra i più dequalificati e pesanti, collezionano multe o sono soggetti al ritiro patente, se gli si trova in corpo un po’ d’alcol; o peggio sono inviati al Centro Tossicodipendenze, per essersi fatti una canna nel tempo libero. Gli esami delle urine, alla caccia di sostanze stupefacenti, vengono svolti in orario di lavoro; per cui i malcapitati devono presentarsi ai centri, rinunciando a ore di salario, che ammonta, per 36 ore settimanali, all’astronomica somma di 1.000-1.100 euro. Aggiungo altro dettaglio. Gli automezzi dei lavoratori della raccolta e trasporto rifiuti, sono solitamente muniti di telefono a bordo, dotato di viva voce. Spessissimo il sistema è guasto, e gli autisti, chiamati di continuo dai loro “capi”, sono costretti a portare il telefono all’orecchio. Ci credete, se vi dico che immancabile una pattuglia, o un vigile, è in agguato e prontamente fa scattare l’ammenda? La quale, manco a dirsi, ricade sul lavoratore: in ogni caso, la colpa è sua.

Insomma, lavori usuranti e sottopagati, in condizioni che, per i lavoratori, appaiono non solo proibitive, ma persecutorie, quasi si volessero punire gli operai di non essere avvocati o medici o architetti o ingegneri. Vai victis!: questo sembra essere il motto di una società sempre più gerarchicamente piramidale, dove un pugno di persone detiene la gran parte della ricchezza e del potere (politico, economico, militare, dell’informazione).

Sotto di loro, scendendo giù verso la base della piramide alcune centinaia di milioni di persone, con differenze sociali anche molto nette fra loro, ci sono gli altri, fra i quali anche io e voi, cari lettori. Pur nella varietà delle nostre occupazioni, e dei nostri orientamenti, la stragrande maggioranza ha poca dimestichezza con il mondo del lavoro manuale. Anzi noi come altri ci siamo forse dimenticati dell’esistenza del lavoro quello fatto con i muscoli, o meglio ce ne eravamo dimenticati: fu l’incidente della ThyssenKrupp, a Torino, sul finire del 2007, a risvegliarci dal sogno di un mondo emendato dal lavoro manuale. Un mondo tutto di new ed e-economy, di informatica, di virtualità, di immagini senza sostanza, capaci nondimeno di produrre ricchezza. Ricchezza per tutti? Macché: ricchezza crescente, ricchezza esagerata, per coloro che già son ricchi, e miseria altrettanto crescente ed esagerata per gli altri, quelli già “poveri”, al punto da sprofondare tanti, troppi, nell’indigenza.

Oggi, nella crisi economica e finanziaria che ci affligge ormai da oltre un anno e mezzo, gli operai senza lavoro li vediamo incatenarsi ai cancelli degli stabilimenti, arrampicarsi sulle ciminiere, soggiornare sui tetti delle loro fabbriche, bivaccare davanti agli accessi, occupare stazioni ferroviarie o autostrade e aeroporti. Oppure, come il ventottenne Emanuele (che non è il primo, né, temo, sarà l’ultimo), si tolgono la vita. D’altronde, quando a un essere umano, si toglie la stessa possibilità di vendere la propria forza lavoro, quali possibilità rimangono? Se non ti senti di entrare nel mondo del furto, o della prostituzione, o se non vuoi affidarti alla carità (pubblica o privata), quando non hai una famiglia o un congiunto o amici in grado di sostenerti, e non solo sul piano economico, come te la puoi cavare?

Perciò Emanuele è la nostra cattiva coscienza. Davanti al suo gesto siamo tutti denudati, posti dinanzi al tribunale della coscienza. E dobbiamo imprimerci nella mente il suo nome, e il suo gesto. E dobbiamo tenere ben fermo un insegnamento. Il “turbocapitalismo”, il capitalismo del mondo “pacificato” del post-’89, particolarmente feroce e predatorio, uccide; e quando non lo fa direttamente, procede, con altrettanto cinismo, indirettamente. Forse è tempo di mettere la “questione operaia” al centro del dibattito pubblico.

Angelo d’Orsi

(17 febbraio 2010)

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