Crocifisso: la fiera della volgarità e dell’ipocrisia

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Questa volta sarò breve.
Ho dovuto aspettare qualche giorno per superare lo choc procuratomi da un ministro della Repubblica che gridava, con la sua voce roca, come un tarantolato, con gli occhi fuori dalle orbite, le vene del collo gonfie e rosse: “Devono morire!”, e ripeteva, come una giaculatoria, però urlata, queste due parolette, che talora invertiva: “Morire, devono!”, alla siciliana. Siciliano è in effetti – e spiace per l’Isola meravigliosa – il signore (si fa per dire) in questione: un ex picchiatore fascista divenuto coordinatore dell’ala costituita da Alleanza Nazionale in seno al Popolo delle Libertà. Insomma, il signore in parola, pizzetto e baffi vagamente satanici, è il mitico Ignazio La Russa. Un ministro in carica che commentava così l’ormai famosa sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo, sulla presenza del crocefisso nelle aule scolastiche. Ne abbiamo viste, lette e sentite, di tutti i colori, da quel dì. Abbiamo letto le banalità cerchiobottistiche del Corriere della Sera; ma anche su altri giornali più di un commentatore si è sentito in dovere di dire che la sentenza della Corte non era vincolante. E che era esagerata.

Ma soprattutto abbiamo assistito a una fiera di volgarità che ha avuto momenti di autentica barbarie. Al primo posto, se volessimo stilare una graduatoria, distaccando di molte lunghezze il pacato La Russa, si colloca il solito Vittorio Sgarbi, il quale si è esibito, tra l’altro, essendo sindaco in Sicilia (ancora!): esempio vivente di come la televisione possa tirar fuori da ciascuno il suo peggio, che, in costui, è moltiplicato per un fattore 1000 si può dire ogni mese. Accanto a lui, in una kermesse televisiva, immortalata dal benemerito Blob, abbiamo potuto ammirare un sedicente psichiatra, già deputato, ora imbonitore televisivo; e, nella stessa trasmissione, abbiamo potuto non soltanto notare gli insulti scaraventati su quanti cercavano di tenere alta la bandiera almeno della decenza laica, ma ammirare enormi crocefissi appuntati sulle giacce e le maglie e le tonache (il prete non mancava, naturalmente) dei presenti. Anticipazione delle campagne volte a “popolarizzare” il crocefisso, di cui abbiamo avuto qualche notizia, o addirittura delle incursioni squadristiche volte a imporlo. A quando i nuovi Cavalieri dello Spirito Santo ci vorranno tatuare da qualche parte la croce?

Insomma, il Ku Klux Klan avanza. E trova una sponda compiaciuta nelle gerarchie ecclesiali, a cui non par vero di assistere a tale mobilitazione in difesa del “simbolo”della “vera fede”, salvo poi ricordare – ma questo non pare sia stato fatto – che in nome di quel simbolo i cattolici hanno sterminato altri cristiani, e anche i protestanti non si sono tirati indietro nella realizzazione di attacchi sistematici, di persecuzioni e violenze su varie confessioni religiose tutte cristiane. E che dire delle performances di quei politici di governo che ora pretendono, per contrastare la ventata di laicismo proveniente dal Nord Europa, di obbligarci tutti, nelle scuole, nelle università, negli uffici, a inchiodare di nuovo il Cristo al muro: non come uomo, ma come effigie.

E tutti a sproloquiare sulle radici giudaico-cristiane del Vecchio Continente, mentre si producono forme di inciviltà, anzi di vera crudeltà, nell’indifferenza generale: sono cristiani, quelli che nelle amministrazioni comunali (di vario colore) stanno trasformando le panchine pubbliche, onde renderle non fruibili da qualcuno che, senza tetto né letto, voglia riposare le sue stanche membra? No. Quel qualcuno non può dormire su una panchina. Non può allungarsi. Può al massimo star seduto, in modo composto, con gli occhi bassi. Meglio naturalmente, invece se raccoglie i suoi stracci e li porta lontano. Insomma, deve andarsene. Dove? Non importa. Oppure la risposta è più netta, ove si tratti di stranieri, possibilmente dalla pelle scura, o da tratti somatici magari europei, ma riconoscibili come “dell’Est”: per loro le radici cristiane non valgono. O valgono poco. Per loro la risposta, ad ogni pur flebile protesta, è: “Vattene a casa tua!”. E qual è la loro casa? E in cosa è diversa dalla nostra? E il diritto universale all’ospitalità teorizzato da Kant alla fine del Settecento? Non è forse Immanuel Kant, genio immortale del Pensiero, un padre della “identità europea”? Ammesso esista, l’identità europea.

Già, sono tutti cristiani, anzi cristianissimi. Gli stessi che in nome di un sedicente “partito della vita”, si oppongono alla ricerca scientifica, si oppongono alla “pillola del giorno dopo”, si oppongono all’aborto, all’eutanasia; e vogliono addirittura reintrodurre il matrimonio coattivo, cancellando il divorzio dal nostro orizzonte. E così via. Cristiani mentitori, amici dei criminali, e da loro quindi favoriti, cristiani che rubano sul peso, che evadono le tasse, che organizzano truffe in grande e piccolo stile; cristiani compratori e venditori di corpi femminili di cui sono “utilizzatori”. Cristiani pronti a giurare e spergiurare su quel povero Cristo messo in croce. Che vorrebbero imporci, loro; proprio loro che dall’esperienza, reale o simbolica, di quell’uomo, dai suoi insegnamenti, non hanno appreso nulla. E lo bestemmiano nei loro comportamenti ogni giorno. Senza remore né turbamenti. E intanto lo evocano, quasi fosse un loro paladino. Il che equivale a reiterare, ogni giorno la crocifissione del Cristo.

Angelo d’Orsi

(17 novembre 2009)

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