Da Mitterrand a Hollande: la lunga notte del socialismo europeo
Marco Cesario
Fa un certo effetto sentire le note di bella ciao risuonare in una fredda sera di Maggio nel cuore di piazza della Bastiglia, tra migliaia di persone che festeggiano un evento storico per la Francia e per tutta Europa. Trentuno anni dopo il trionfo di François Mitterrand, un altro socialista, François Hollande, accede al più alto rango e diviene presidente della Repubblica francese. Già si sprecano i paragoni con il suo illustre predecessore, fino a ieri il solo presidente socialista della Quinta Repubblica. A partire dal nome, François, passando per lo score ottenuto (51,7% Mitterrand, 51,6% Hollande) e per il fatto di aver battuto entrambi un presidente di destra uscente (all’epoca Giscard d’Estaing oggi Sarkozy) fino al fatto di essere stati segretari del partito socialista e di provenire dalla Francia profonda, del “terroir”, molte cose sembrano accomunare i due presidenti socialisti. I commentatori francesi rivedono Mitterrand addirittura nella gestualità, nel modo di appoggiarsi al pulpito quando si parla alla folla, nel modo di agitare e alzare solennemente le braccia ed i palmi.
Certo il simbolismo maestro-allievo in questa lunga parentesi trentennale non manca da parte di Hollande. Il suo primo meeting è avvenuto nel Teatro di Clichy-la-Garenne, lo stesso teatro in cui Mitterrand pronunciò un famoso discorso, giusto qualche giorno prima di vincere le elezioni del 1981. Altro luogo di pellegrinaggio simbolico, la fabbrica Snecma, nel Creusot, inaugurata nel 1987 da Mitterrand stesso e visitata da Hollande durante la campagna elettorale. Infine, in occasione del sedicesimo anniversario della morte di Mitterrand, Hollande è andato a raccogliersi sulla sua tomba a Jarnac dicendo poi alla stampa: “Il mio ruolo è dare vita alle idee che sono state portate avanti da François Mitterrand”. Insomma il maestro è sempre presente nella strategia politica dell’allievo che però ora vuole tracciare un suo cammino e forse mostrarlo all’Europa intera. Un’Europa fin troppo stordita dalla crisi e dalla cura di cavallo somministratale.
Rispetto alla ‘rupture’ sarkoziana – fatta d’isterismi, di una presidenza sclerotica che nell’immediatezza e trivialità del linguaggio nascondeva una povertà di contenuti – Hollande ha una postura classica, da presidente IVème République. Il suo linguaggio non è certo lirico come quello di Mitterrand ma è serio, sobrio e questo, nell’epoca della politica-spettacolo che abbiamo visto a lungo all’opera da un lato e dall’altro delle Alpi, è un segno di guarigione che fa tirare un sospiro di sollievo anche a noi italiani bistrattati da vent’anni di berlusconismo e oggi in piedi sul baratro, oscillanti tra l’anonimo tecnocraticismo montiano e la violenza verbale del grillismo. Quando scendendo dal palco montato in place de la Bastille Hollande si concede per un attimo alle telecamere, i giornalisti di France 2 restano quasi increduli nel constatare la sua spontaneità e naturalezza nel rispondere alle domande, come se fosse ancora candidato in un comizio locale, come se stesse facendo ancora campagna nella sua regione e non fosse invece il ventiquattresimo presidente della Repubblica francese. Anche questo è François Hollande. Un uomo profondamente ancorato nel proprio territorio, un uomo che sa parlare alla gente con semplicità senza sollevare paure, senza indicare un nemico, un uomo insomma della riconciliazione.
In piazza della Bastiglia si vedono sventolare bandiere siriane, irlandesi, algerine, bandiere di tutti i colori, gente di tutte le razze e tutte le religioni. “Nessun figlio della Repubblica sarà scartato, discriminato”, dice Hollande. Alcuni gioiscono, altri piangono. Il suo discorso a Tulle e quello alla Bastiglia è un discorso che aspettavamo di sentire in una piazza europea da anni, in quanto richiama i valori cari a tutta la sinistra europea. Correggere le diseguaglianze, creare una società più giusta, migliorare le condizioni di vita di tutti i ‘citoyens’, permettere a tutti di accedere all’educazione, permettere a ciascuno di avere un’opportunità. Non vorremmo essere anche noi cittadini di una repubblica più giusta, più solidale, più sociale che tenga a cuore la sorte di tutti e che non privilegi solo una ristretta minoranza di fortunati? Non è questo l’insegnamento più profondo del socialismo?
Due visioni si erano fronteggiate con acredine: l’individualismo contro il principio di solidarietà, la paura contro la speranza, l’esclusione contro inclusione. Insomma, come ha ricordato con sagacia il filosofo Michel Eltchaninoff, Hobbes contro Rousseau. Ieri notte ha vinto Rousseau. I leader conservatori Monti, Merkel e Cameron, che hanno sistematicamente snobbato Hollande durante la campagna presidenziale, temevano che una vittoria di Hollande potesse significare la fine dell’Europa. A noi sembra invece che questa possa costituire l’inizio di un’altra Europa.
(7 maggio 2012)
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