Dai lavoratori agli studenti l’alternativa al regime
Anna Maria Bruni
L’assemblea nazionale degli studenti, riunita nell’aula magna di Scienze politiche all’università la Sapienza di Roma il giorno dopo la manifestazione nazionale dei metalmeccanici, raccoglie il testimone. Uniti contro la crisi, costruiamo lo sciopero generale e l’alternativa a questo sistema. Queste le parole d’ordine per un percorso di microvertenze e appuntamenti di piazza, fino alla proposta di mobilitazione dell’11 dicembre.
Se c’è un sentimento più forte di altri che la manifestazione sabato e l’assemblea nazionale degli studenti il giorno dopo a Scienze Politiche hanno provocano, è quello della riappropriazione. Per la prima volta si comincia ad avere la sensazione che cambiare lo stato di cose presenti e determinare un altro modello di sviluppo non è solo una bella idea, ma un fatto che coincide con le proprie possibilità. E’ la volontà di “rovesciare il paradigma” che si fa concreta, e afferma che non è normale fare la fame, è normale lavorare e avere una vita dignitosa, non è normale pagare la scuola dopo averla sostenuta con la fiscalità generale, è normale avere istruzione gratuita, di qualità e aperta a tutti, non è normale indebitarsi una vita per avere una casa, è normale che la casa sia un diritto sociale, non è normale essere soli e combattere gli uni contro gli altri pur vivendo le stesse condizioni, è normale condividerle e combattere insieme.
Sarà perché il segretario generale della Fiom Maurizio Landini lo ha detto esplicitamente dal palco della manifestazione di sabato: “è ora di affermare un altro modello di sviluppo”, sarà perché in assemblea, domenica mattina, questo è stato il faro-guida dentro al quale tutti gli interventi – di un’assemblea rimasta gremita fino alla fine, alle 4 del pomeriggio – hanno cominciato, ciascuno nella propria specificità, a misurarsi con la concretezza dei passi da fare senza perdersi in chiacchiere, ma la sensazione palpabile è quella di una volontà inderogabile di far coincidere le parole e i fatti. Ma anche questo ha detto esplicitamente Landini: “è ora di fare quello che si dice”. Entrambi i concetti ripetuti il giorno dopo nel corso dell’assemblea, invitando gli studenti a “costruire cultura, costruire un modo di pensare”, che generi “il rapporto tra lavoro, istruzione e diritti”, raccogliendo poi la proposta a lungo lasciata ai centri sociali del reddito di cittadinanza, “elemento di novità anche per la discussione sindacale”, ma che, come dirà Domenico Pantaleo dell’Flc, è “oggi l’arma contro il ricatto della precarietà”.
Anche questa nuova capacità di attenzione è un elemento di novità, di cui c’è consapevolezza. E’ Landini, ma anche Filippo del movimento delle Accademie, ma anche Luca Tornatore di Ya basta, rivendicando con orgoglio il senso costruttivo dell’opera di distruzione dei campi ogm al nord est dell’agosto scorso: tutti ripetono che “nessuno può bastare a se stesso” oggi, che bisogna ascoltarsi, e prendere dagli altri proprio in ragione della specificità di ciascuno. Ed è in effetti quello che fa l’assemblea, lo dirà Gabriele prima di leggere il documento finale: nessuno ha preso le misure agli altri, né ci sono stati posizionamenti ideologici, solo obiettivi comuni, portati avanti con i linguaggi e gli stili di ciascuno. E fra questi, centrale per tutti è la ripubblicizzazione dei beni comuni, di cui nodo sono lavoro, istruzione, welfare, costruzione di un “processo vertenziale locale capillare”, lo sottolinea Gianni Rinaldini, responsabile dell’area ‘la Cgil che vogliamo’, per smettere di centralizzare, ma semmai “costruire la dimensione nazionale attraverso le iniziative”, per affermare una progettualità comune alternativa, contro il progetto Marchionne, che vuole “fabbriche come fortini, in una guerra totale”, nella più “gigantesca proletarizzazione di massa della storia dell’umanità”, come la definisce Marzio della Rete Ligas.
Ed è contro questa guerra che si nutre della competizione fra poveri che bisogna dire che “nessuno è più solo”, dice Andrea Alzetta di Action, e che è necessario uno “spirito di servizio nuovo per cambiare il mondo”. Ma “da ieri” è “palpabile lo spazio reale nel quale affermare un’altra idea di società”, è Luca Casarini a sottolinearlo, riprendendo la parola d’ordine diventata centrale dalla manifestazione: sciopero generale. Ma “lo deve indire la Cgil”, dirà Casarini, “e noi qui dobbiamo aiutare la Fiom a chiederlo”, costruendo iniziative, giorno dopo giorno, ovunque, “bloccando ad oltranza anno accademico, anno scolastico e i bilanci”, dice uno studente di Cosenza, ricordando insieme ad altri venuti dal sud, Napoli, Catania, come il meridione sia tornato ad essere la patria dell’abbandono scolastico, accompagnato dalla crescente repressione, ultimo l’episodio di Napoli, dove “a scuola”, dirà ancora Pantaleo, “specchio della società che si ha in mente”, l’istruzione è tornata ad essere la prima selezione di classe, e alla fine i laureati sono i figli dei laureati. E ancora tornare davanti alle fabbriche e ai posti di lavoro, ritornare a volantinare e a diffondere informazione e a raccoglierla, per riconnettere lavoro, precarietà e istruzione come diritti inderogabili della persona, costruendo le prossime date di mobilitazione.
Il 30 ottobre a Napoli, per la manifestazione nazionale organizzata dai coordinamenti precari della scuola del sud, dopo Messina, e poi il 4 novembre, giornata nazionale per la ripubblicizzazione dell’acqua, che deve diventare un’occasione per riportare in piazza le parole d’ordine dei beni comuni lanciate con la manifestazione della Fiom. E ancora il 17, data nazionale per l’università, contro la prossima discussione sul ddl “che non sarà per mettere all’ordine del giorno nuovi finanziamenti”, ricorda Renato Foschi della Rete 29 aprile dei ricercatori “indisponibili”, per arrivare alla data annunciata in piazza da Epifani, quella della manifestazione nazionale del 27 novembre, e fino all’11 dicembre, data “ultima”, propone questa assemblea nell’appello finale, di mobilitazione per chiedere lo sciopero generale. Ma forse a quel punto, come diceva Andrea del movimento degli studenti di Catania, “lo sciopero generale non sarà chiesto, sarà stato causato”, dalla determinazione partita dall’appello ad essere “uniti contro la crisi”, come scritto a caratteri cubitali sul muro in fondo all’aula che ospitava l’assemblea, che risponde alla domanda altrettanto grande che gli campeggiava davanti: “quale futuro fra queste macerie?”. Mettersi insieme studenti, precari, docenti, lavoratori, attivisti, sindacalisti, è già la risposta.
(19 ottobre 2010)
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