Dal movimento per l’acqua pubblica una lezione per la politica

Giacomo Russo Spena



Era il 26 marzo di quest’anno quando centinaia di migliaia di persone manifestavano a Roma per l’acqua pubblica e contro il nucleare. Una piazza che si contraddistingueva per le tante bandiere blu con la scritta “2 SÌ per l’acqua bene comune” che sventolavano per le vie del centro della capitale portate dai numerosi comitati spontanei nati in giro per l’Italia. Persino delegazioni di Comuni, coi loro gonfaloni, in difesa dell’oro blu. Si dava un seguito a quel milione e 400mila firme raccolte nell’inverno precendente per indire la consultazione popolare.

In quel 26 marzo nel Paese si palesava un nuovo movimento che avrebbe fatto da traino agli altri quesiti referendari. E non viceversa. Soprattutto dopo il disastro di Fukushima si è sempre detto che il nucleare avrebbe portato alla vittoria (al quorum) i temi dell’acqua e del legittimo impedimento. Tanto che il governo si è impegnato, attraverso una beffarda e truffaldina moratoria, per sabotare il quesito sull’atomo. Così non è stato solo grazie all’intervento della Cassazione. Ma, a parte questo, interessanti sono i dati evidenziati dai vari sondaggisti, Crespi in primis, che qualche settimana fa parlavano “di fine dell’onda emotiva di Fukushima” e di quorum difficile da raggiungere. Il pericolo nucleare e il problema irrisolto dello smaltimento delle scorie improvvisamente – dimenticato il Giappone – non sembravano più un dramma. O almeno non suscitavano più paura ai cittadini italiani.

Berlusconi, però, non ha fatto i conti con il movimento dell’acqua, che in quest’ultimo anno ha sperimentato nuove forme di partecipazione e democrazia diretta al pari – almeno alla pari – della Fiom, degli studenti, delle donne del “Se non ora quando”, dei precari. Comitati spontanei nati come funghi nel Belpaese con interi strati della società civile impegnati in maniera capillare a portare avanti questa battaglia “per i diritti di tutti, contro i profitti di pochi”. Un movimento anche generazionale perchè sono moltissimi i ragazzi – gran parte dei quali erano alla prima esperienza di attivismo sociale. Non è un’eresia paragonare, allora, il movimento per l’acqua con quello di Genova 2001, dei alter-globalizzatori, dei social forum.

Un popolo di sicuro antiberlusconiano ma che ha anche rifiutato le strumentalizzazioni del centrosinistra o i suoi “cappelli” politici: ancora venerdì i comitati per l’acqua si sono rifiutati di chiudere la campagna referendaria in una piazza condivisa con il Pd e con lo sventolio di bandiere del centrosinistra. “Non dimentiamo il ddl Lanzillotta ai tempi del governo Prodi e le posizioni di molti esponenti del Pd a favore della privatizzazione dell’acqua” affermano oggi, durante la festa per il quorum raggiunto. Una battaglia, quindi, dove lo sconfitto è ancora una volta – dopo lo schiaffo delle amministrative – il Cavaliere con le sue nefaste leggi (decreto Ronchi, moratoria sul nucleare e il tanto caro legittimo impedimento) ma che non vede la vittoria del centrosinistra.

È invece il trionfo del bene comune contro le logiche del mercato che negli ultimi 20 anni hanno imposto le privatizzazioni in Italia, senza distinzione di colore politico al governo. Insieme a Berlusconi esce sconfitto il capitalismo e la sua logica del profitto. Il centrosinistra riparta ascoltando il movimento dell’acqua, e più in generale, la società civile organizzata ed impegnata (comitati, associazioni, centri sociali), evitando facili strumentalizzazioni e riconoscendo “dignità” a questi soggetti. Solo creando un’alternativa politica e sociale a Berlusconi si può uscire definitivamente dal berlusconismo.

(13 giugno 2011)

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