Dalla Grecia all’Italia, così la corruzione politica porta alla bancarotta
Giovanni Perazzoli
La crisi greca è ingannevole. Da una parte, la Grecia appare come vittima di un politica economica sedicente neoliberale, ostinatamente non espansiva; vittima di una politica di aiuti che, nella migliore delle ipotesi, è miope, mentre, nella peggiore, è addirittura interessata a una crisi drammatica, che metta in difficoltà l’euro e apra la strada all’acquisto in saldo del paese. (Se si tratta di Welfare State vanno bene le politiche neoliberali del tagliare e privatizzare; ma se si tratta di salvare le banche, allora la “mano invisibile” è quella che lesta si infila “nelle tasche del contribuente”).
Dall’altra, però, la Grecia è anche colpevole. O meglio, lo è la sua classe dirigente, e per ragioni che a noi devono interessare molto. Un alto funzionario del governo tedesco, intervistato dalla BBC, osserva che la poca credibilità della Grecia è dovuta al fatto che il suo governo si dichiara apertamente incapace di esigere il pagamento delle tasse. Si dichiara anche incapace, sempre apertamente, di fermare il pagamento di pensioni a persone morte da anni. Una storia che in Italia non facciamo alcuna fatica a credere.
Un ceto politico corrotto (a destra come a sinistra), rappresentante delle rendite, ma non dei cittadini, ha creato larghe clientele e ha permesso che crescesse a dismisura l’evasione fiscale con lo scopo di mantenere il potere. Questo ceto si è assicurato il consenso con le assunzioni clientelari e ha rifiutato ostinatamente (altra non casuale coincidenza con l’Italia) di introdurre un salario di cittadinanza. Un salario che esiste in tutta Europa e non sono in Danimarca (some sorprendentemente ci si ostina a credere) e che avrebbe reso le persone indipendenti dal clientelismo.
Le rendite, come sempre succede, hanno incrementato l’idiozia al potere. L’economia, priva di freschezza e di idee, è morta di stagnazione e asfissia; i conti dello stato si sono gonfiati per mantenere l’andazzo di casta. Fino alla generale crisi, che pagheranno tutti, tranne a quelli che l’hanno provocata.
Da osservare il gioco delle parti. La destra distrugge il bilancio, la sinistra chiede responsabilità e sacrifici. Anche questo discorso ci interessa. In Italia lo abbiamo visto da anni. Lo stesso è avvenuto negli Stati Uniti. I Repubblicani hanno svuotato le casse, i Democratici hanno chiesto responsabilità e sacrifici. Poi arriverà, promettono, il cambiamento. Ma non avverrà un bel niente, anche perché i risanatori responsabili e progressisti perderanno le elezioni (in conseguenza della politica dei sacrifici) e le destre ricominceranno da capo a sfasciare il bilancio.
È essenziale, allora, distinguere le responsabilità delle politiche economiche dalle responsabilità della corruzione del ceto politico. È importante, perché altrimenti si rischia di offrire un alibi ai ceti politici corrotti, indicando il problema in un “altrove”, che mette la palla fuori gioco. L’argomento che addossa tutta la responsabilità alle politiche neoliberali fa molto comodo al ceto politico greco e agli interessi che rappresenta. Tutto rischia di finire in grandi accapigliamenti teoretici. La realtà è molto più brutale. Per capire che non abbiamo a che fare con dei giganti del pensiero, né con un sistema sofisticato, bisogna pensare a quanto fosse ridicolo il gioco messo in piedi dalla grande finanza delle varie city per fregare i risparmiatori. Aveva forme meno complesse di quello della catena di sant’Antonio.
Guardiamo all’Italia. I dati non consentono sottovalutazioni. L’ormai celebre libro di Nunzia Penelope, Soldi rubati, presenta molto bene la situazione. Da noi scompaiono alla conta del fisco e al bilancio nazionale, sommando le varie voci, tra evasione corruzione e altre ruberie, ben 400 miliardi di euro l’anno. Adesso si parla di una finanziaria, ovviamente dolorosa, da 40 miliardi. Ma ne spariscono allegramente 400. Soltanto recuperando un quarto dell’evasione e della corruzione riusciremmo a non dover sopportare delle finanziare pesanti, e ci porteremmo avanti con il risanamento dei conti pubblici. Se poi si attuasse una seria e radicale politica di lotta all’evasione fiscale e della corruzione, potremmo anche risanare il debito in una decina di anni: “Sessanta miliardi di corruzione e 120 di evasione fanno 180 miliardi l’anno. In 10 anni sarebbero 1800 miliardi: esattamente quanto l’intero stock del debito pubblico”.
Il problema è che nessuno lo farà mai. 400 miliardi di ruberie non sono solo una grossa cifra: sono un sistema politico. Questo fa la differenza.
I due aspetti della crisi greca, ovvero, da una parte, la corruzione del ceto politico e la rendita che lo supporta, e, dall’altra, le politiche economiche neoliberiste (o sedicenti tali), possono apparire in contraddizione tra loro. Invece non lo sono affatto. La cattiva amministrazione, la corruzione, l’evasione fiscale, possono essere funzionali alla svendita degli stati. Il copione è stato già visto svariate volte. Questo può forse spiegare perché sembra che i corrotti, oltre a mettersi i soldi in tasca, lavorino scientemente per la distruzione del loro paese.
Occorrerebbe più ricerca? Tagliamo i fondi. Occorrerebbe una politica espansiva? Facciamo il contrario. Le scuole elementari funzionano? Le azzeriamo. Con una precisione davvero sconcertante, tutto ciò che funziona viene raso al suolo. Quando non basta il talento degli idioti selezionati attentamente (proprio in quanto idioti) dai mandarini dei vari retrobottega, si ricorre a operazioni più sofisticate. Ad esempio, la distruzione della magistratura.
Se proprio si deve cercare un nesso tra neoliberismo e corruzione, questo si trova nel paradosso della rendita. Tanto più questa cresce, tanto più il paese affonda nella corruzione. Tanto più affonda, tanto più ha necessità di essere “salvato”, ovvero svenduto.
Il problema, dunque, non è (solo) non pagare. Ma far pagare chi non paga. È essenziale che si crei consapevolezza negli individui dei loro interessi. Troppe volte si è commesso l’errore di addossare ogni responsabilità a un’entità astratta, sovrannazionale, invisibile, trasformando l’obiettivo della critica in una realtà talmente generale da essere ineffabile.
È necessario guardare in faccia, in primo luogo, che cosa accade da noi. Bisogna capire che cosa determina una crisi che in altri paesi non esiste. La crisi italiana (come quella greca) è ben più vecchia dell’Euro. Non è vero che i paesi virtuosi sono quelli che spendono meno nel welfare state. È vero esattamente il contrario. La Grecia è insieme all’Italia e all’Ungheria, uno dei soli tre paesi europei a non avere un salario di cittadinanza. Ha un welfare state ridicolo.
Ma il fatto non è causale. Un cattivo welfare state, specialmente in Europa che è la patria del welfare state, è il segno di una classe dirigente fasulla e da tenere in grande sospetto. Perché si continua a fare credere che il welfare state italiano o greco sia equivalente a quello francese o tedesco o olandese? I grandi giornali non hanno giornalisti preparati per raccontare come stanno veramente le cose? E i professori che continuano a credere che la Danimarca sia un’eccezione, potrebbero forse decidersi a uscire e a guardarsi un po’ intorno? Perché sarebbe ora.
I paesi più virtuosi non sono virtuosi perché i cittadini s
i pagano la sanità e la scuola e le università. Lo sono, effettivamente, perché non hanno evasione fiscale e perché esiste ancora (per quanto ancora?) un forte senso di legalità. Sarebbe sbagliato nasconderselo in nome di una narrazione più piacevole e assecondante.
(6 luglio 2011)
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