Datagate: il potere dei governi e il “principio-menzogna”

Rossella Guadagnini

I casi Snowden e Assange hanno condotto in Usa e in Europa a un confronto insostenibile tra verità e inganno, che riguarda la strategia degli Stati, la credibilità delle istituzioni e la vita dei cittadini. In discussione i temi della sicurezza e del controllo, dei diritti individuali e sociali, della trasparenza e della manipolazione dei fatti, dilatata dai media e pilotata dalle oligarchie al potere



“Dire la verità è un dovere, ma solo nei confronti di chi ha diritto alla verità. Ora nessuno ha diritto a una verità che nuoce ad altri”. Lo sostiene il filosofo francese Benjamin Constant (XVIII secolo) che, affrontando il tema dell’inganno, sancisce il diritto a mentire, entrando in aspra polemica con Immanuel Kant che invece aborriva ogni tipo di falsità (1). La questione è la seguente: assodato che dire la verità è un dovere, è lecito mentire in talune circostanze? Una domanda critica già allora, ma drammaticamente più cruciale oggi, nel mondo globalizzato del XXI secolo, in cui il principio-menzogna è stato eletto a cardine della vita pubblica, nonché delle relazioni internazionali tra gli Stati, esercitando di continuo i suoi perniciosi effetti, ormai sotto gli occhi di tutti.

Il 12 marzo, a Strasburgo, è riunito il Parlamento europeo per votare una nuova direttiva a tutela dei dati personali. Una data importante in tema di diritti della persona: per ottenere il via libera definitivo il regolamento dovrà ricevere l’approvazione del Consiglio dell’Unione Europea. In esame, contemporaneamente, anche il rapporto sulle attività illegali di sorveglianza dell’Nsa. Nei giorni scorsi, Edward Snowden, il giovane informatico americano ora candidato al Nobel per la Pace, ha sostenuto che “l’Nsa istruisce i Paesi Ue su come indebolire le difese della privacy”. E ha poi concluso le sue dichiarazione richiamandosi ai governi del Vecchio Continente “tradizionalmente campioni dei diritti umani, che non dovrebbero farsi intimidire nel concedere asilo per questioni politiche, di cui lo spionaggio è sempre stato uno degli esempi più chiari. Il giornalismo non è un crimine, è il fondamento di società libere e informate”. L’Europa dovrà fare la sua parte.

Constant, ad esempio, già tre secoli fa parla di principi fondamentali, ovvero regole etiche e sociali giuste e imprescindibili – come il principio d’eguaglianza – e afferma quanto segue: “Tutti hanno in odio i principi: gli uni perché li considerano portatori dei mali del passato, gli altri perché vi scorgono le cause del moltiplicarsi delle difficoltà attuali”. Molto spesso, infatti, i principi risultano inapplicabili alle circostanze, ma ciò non significa che siano ingiusti. Il filosofo francese sostiene che ogni principio necessita di un principio intermedio, che lo renda adatto alla situazione.

“Che nessun uomo possa essere vincolato da leggi che egli stesso non abbia contribuito a istituire – afferma Constant – costituisce un principio universale ugualmente vero in tutte le epoche e in ogni circostanza. In una società molto ristretta questo principio può trovare immediata applicazione e non necessita di principi intermedi per entrare nella consuetudine. Ma in una combinazione diversa, in una società molto numerosa, al principio che abbiamo appena citato occorre aggiungerne un altro, un principio intermedio. Questo principio intermedio è che gli individui possono concorrere alla formazione delle leggi sia in prima persona, sia attraverso i propri rappresentanti. Chiunque volesse applicare il primo principio a una società numerosa, senza rifarsi al principio intermedio, finirebbe inevitabilmente per sovvertirla: e tuttavia tale sovvertimento, pur attestando l’ignoranza e l’inettitudine del legislatore, non proverebbe nulla contro il principio”.

Dopo questa argomentazione sulla necessità di scoprire i principi intermedi che rendano applicabili quelli fondamentali, Constant affronta il tema della menzogna: la verità è un principio fondamentale, ma assunto in modo incondizionato e isolato renderebbe impossibile ogni forma di società. E quindi giunge all’argomentazione ricordata all’inizio, che sebbene dire la verità sia un dovere nei confronti di chi ha diritto alla verità, nessuno ha diritto a una verità che nuoce agli altri.
Se è condivisibile la prima parte dell’asserzione di Constant, è ugualmente condivisibile la seconda? Sono in molti a non crederlo e non solo per via delle verità a lungo reclamate e inevitabili, ma anche per quello che la storia ci insegna sulle verità negate e sui negazionismi in generale, in cui invocare il diritto a mentire sarebbe oltraggioso, oltre che superfluo. In questo caso “nuocere ad altri” non è che un danno collaterale – come diremmo oggi – di minore entità rispetto a un nascondimento della realtà dei fatti che, con l’andare del tempo, crea un effetto valanga con danni incalcolabili. A venire in mente sono eventi di cronaca che non smettono di sollevare interrogativi a cui è difficile dare risposta.

Una prima domanda è: uno Stato ha bisogno di spiare per essere adeguatamente protetto? A quanto pare sì, stando almeno alle parole pronunciate da Barack Obama, primo presidente nero e democratico degli Stati Uniti, che nel suo discorso davanti al dipartimento di Giustizia per illustrare il nuovo decreto della Casa Bianca sulla riforma della Nsa del 17 gennaio scorso ha affermato con decisione che gli Usa comunque continueranno “a spiare” con buona pace di tutti. E’ stato meno ‘ipocrita’ e meno ‘morbido’ del previsto? Forse. E forse dovremmo solo prenderne amaramente atto, noi italiani, in qualità di alleati, e tutti gli altri cittadini del mondo, proprio come devono fare gli americani. Fatto sta che in questo modo Obama ha tradito alcuni ideali americani (peccato veniale?) e la fiducia in lui riposta (peccato capitale).

Se da un lato il presidente Usa ha sbandierato il principio democratico e libertario di cui il suo Paese si è fatto tradizionalmente portatore, dall’altro non ha potuto far a meno di ribadire l’operatività, sempre più attiva, del principio menzogna, di certo antidemocratico e liberticida, che tuttavia si va affermando in forza della sua capacità di sbaragliare qualsiasi altra obiezione. La cessione obbligata di una parte della nostra libertà individuale in nome di un superiore bene comune, si annuncia infatti come uno smacco della postmodernità, il tradimento di conquiste ormai acquisite e talvolta perfino come una sconfitta della democrazia. Esiste una via d’uscita a tutto questo?

Siamo tutti contro la menzogna e per la trasparenza, almeno a parole. E’ ovvio. Così siamo cresciuti e così ci hanno insegnato: la verità fa parte di quelli che dovrebbero essere i nostri valori più saldi. Tanto che l’abbiamo trasformata in una formula di rito, almeno dal punto di vista giudiziario. Giuriamo in forma solenne di dire “la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità” nei processi, quando siamo chiamati a testimoniare. Ma oggi cosa siamo chiamati davvero a testimoniare?

Quando si parla di menzogna “utile e necessaria”, infatti, la cosa si fa assai spinosa e distinguere non è più tanto semplice. Si passa dai principi fondamentali a quei principi
intermedi reclamati da Constant. Così, nel caso della protezione degli Stati e dei cittadini, il discorso immediatamente si allarga, passando dal campo dell’etica a quello della sicurezza nazionale. Un affaire assai meno nobile, probabilmente – è facile immaginarlo anche senza essere esperti di intelligence o profondi conoscitori di delicati equilibri diplomatici e politici – ma allo stesso tempo una questione che subito si profila come assolutamente cogente.

Una delle prime, evidenti, dimostrazioni dell’efficacia del principio-menzogna a scopi bellici in epoca contemporanea è stata l’utilizzo, da parte del governo americano, dell’argomento principe per attaccare l’Iraq, dimostratosi in seguito del tutto fallace. Saddam Hussein avrebbe avuto “armi di distruzione di massa” tali da costringere gli Stati Uniti a dover sferrare un attacco difensivo. Ma il ventaglio degli esempi è molto ampio: si va da definizioni apparentemente innocue, come la moderna smart defence o le gloriose ‘forze di pace’, a volte trasformatesi in ingloriose, a tutta una serie di ossimori politically correct, la cui forza di contraddizione permette di tenere in piedi una facciata pulita e dignitosa ad azioni che di pulito e dignitoso, spesso, non hanno molto. Impudente malafede per truffare e corrompere o sagacia politica per proteggere e difendere?

Qui le interpretazioni divergono, discendendo per li rami, come diceva Dante. “Rade volte risurge per li rami l’umana probitate” (Purgatorio, VII), ossia raramente la virtù degli uomini si tramanda di padre in figlio per umana generazione. Difendere la vita delle persone, dei cittadini, è interesse primario di uno Stato, se non altro perché lo Stato altrimenti comprometterebbe la sua stessa esistenza in vita, dal momento che proprio dai cittadini è formato. La menzogna resta menzogna, tuttavia esiste una progressione che ci porta ad ammettere un certo grado di ‘menzogna’, a valutarlo – se non innocente – quantomeno utile o, in taluni casi, addirittura indispensabile. Insomma a giustificare. La menzogna a fin di bene, la menzogna come difesa, l’omissione, sono tra le applicazioni quotidiane a scopi necessari, e perfino umanitari, che vengono subito in mente.

Ma è la menzogna come strategia a cambiare del tutto le carte in tavola. Perché il caso dell’inganno eletto a principio universale e fondativo – e non più, dunque, quel principio intermedio ricordato da Constant – inficia ogni ragionamento precedente. Quando sono gli stessi militari che commettono ignobili atti di sopraffazione gratuita contro altri commilitoni e avversari (si ricorderà l’immagine scioccante del 2012 dei soldati Usa che si facevano fotografare mentre ingiuriavano i corpi martoriati dei nemici talebani, urinandoci sopra in allegro atteggiamento da scampagnata) o contro inermi civili, contro donne (con gli stupri di guerra) e bambini che nulla possono opporre, allora in tutti questi casi il principio-menzogna di una superiore necessità (la guerra necessaria, il male indispensabile della guerra) viene invocato a gran voce in causa, a coprire ogni infamia perpetrata, come una volta si faceva – con segno opposto – per la divina provvidenza.

Nel V secolo a. C. Sun-tzu fu il primo stratega a dire chiaramente che l’essenza, il Tao, della guerra è l’inganno. Disse che la strategia migliore non è quella di attaccare le forze del nemico, ma quella di attaccare la sua strategia e i suoi disegni. “Per questo la vera guerra si combatte prima della battaglia sul campo”, spiega un attento osservatore come il generale Fabio Mini “anticipando e minando la strategia del nemico con l’uso delle spie, corrompendo e ingannando” (“Perché siamo così ipocriti sulla guerra”, Chiarelettere). E se abbiamo trasformato la guerra in inganno, abbiamo anche trasformato l’inganno in informazione, tanto è vero che gli attacchi informatici alle fonti primarie di notizie sono considerati alla stregua di una guerra. Ma una guerra a cosa, all’informazione, all’inganno o all’informazione ingannevole?

Lo stesso avviene, con esiti meno drammatici ma altrettanto devastanti, per quei rappresentanti simbolo delle istituzioni che hanno dato prova di opacità, mostrando di mentire o di non dire tutta la verità circa eventi che riguardavano il proprio ruolo e la vita privata. In casa nostra l’esempio più lampante sono le innumerevoli vicende processuali di Silvio Berlusconi, gli scandali che hanno suscitato le rivelazioni dell’ex ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, dell’ex titolare dell’Agricoltura, Nunzia De Girolamo fino agli inquisiti del governo Renzi, che hanno sollevato legittime proteste in quanto portatori di una mancanza di trasparenza che non li rende al momento adatti a ruoli istituzionali.

Quanto al passato, invece, vengono in mente le gravi sopraffazioni e gli abusi negati delle Forze dell’Ordine al G8 di Genova. Le stragi di Stato, tragiche e impunite, che attraversano da 65 anni la storia della nostra Repubblica. Infine, una delle ultime vicende giudiziarie più travagliate, il processo sulla trattativa Stato-mafia, dove il principio-menzogna si ammanta di significati particolarmente reconditi, trasformando il segreto di Stato in una ancor più misteriosa e inspiegabile ragion di Stato.

La realtà del potere sta “nel nucleo più profondo del segreto” scriveva Elias Canetti. E la democrazia in Italia continua a dibattersi tra una molteplicità di segreti, rischiando di restarne intrappolata e soffocata: uno è stato apposto lo scorso anno sulle intercettazioni tra l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, e il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Le quattro telefonate ascoltate dai magistrati sono state distrutte e dunque non ne conosceremo il contenuto. Se, per ipotesi, arrivassero dei dispacci di Wikileaks a rivelare quanto è intercorso negli anni oscuri dal ‘90 al ’93 in Italia e seguenti non potremmo che essergliene grati, dal momento che indagini e procedimenti giudiziari non sembrano essere sufficienti per far luce su un periodo molto buio della storia del Paese.

Julian Assange ha sempre sostenuto la necessità di trasmettere il materiale che aveva ricevuto in versione integrale, senza alcun tipo di emendamento al testo, correzione o cancellazione, che si sarebbero potuti rapidamente trasformare in una forma di censura. In questo senso, la fedeltà assoluta all’‘informazione’ così com’è non tiene conto della possibilità di danni collaterali, pur conoscendone l’esistenza. La rete di informatori statunitensi è stata messa in pericolo dai cablo di Wikileaks e anche la loro sicurezza personale, ha detto il governo americano. Ciò malgrado Assange ha sempre ribadito che, finora, non si è avuta notizia di alcuna vittima a seguito della rivelazione fornite.

In genere chi è più forte può ben permettersi di essere sincero e dovrebbe sentire/avere l’obbligo di esserlo, mentre chi è più debole subisce e basta. E’ solo disperato e la disperazione conduce alla violenza e all’assassinio. Quando gli Stati egemoni del mondo pretendono di ergersi a decisori e padroni, senza accettare critiche, dubbi e correzioni, si avviano a grandi passi a perdere, per forza di cose, la loro condizione di democrazia. E’ questa una delle sfide del nuovo millennio: le grandi nazioni devono poter conservare il potere e l’autorevolezza all’interno dei propri con
fini e davanti agli occhi del mondo senza ricorrere, ogni volta che lo valutino necessario, ad atti dimostrativi di dominio sia nei confronti di altri paesi che dei propri cittadini. Come fare? Non ci sono ricette facili.

Il rispetto delle regole, la legalità, l’integrità morale e intellettuale sono questioni che investono tutti, governanti e governati: dal capo di Stato al cittadino comune, dal rappresentante delle istituzioni, al politico, all’amministratore. Intervengono perfino nella vita privata, quando si tratti di personaggi pubblici, come testimonia la liaison sentimentale del presidente della Repubblica Francese, Francois Hollande. Certamente strategie e informazioni sul funzionamento della rete di servizi statunitensi sono state accolte con soddisfazione dai nemici degli States, ma gli stessi cittadini americani (e non solo) si sono giovati di quanto Snowden ha reso pubblico, cioè che il governo li spiava anche nelle loro relazioni private.

“Obama non avrebbe fatto nulla oggi se non ci fossero state le rivelazioni di Edward Snowden – ha sostenuto il fondatore di Wikileaks, intervistato dalla Cnn – E’ stato trascinato a questa piccola riforma a forza di calci e urla. Poi ha detto che non c’è stato alcun abuso della Nsa, ma questo è falso”. Come dargli torto? In Germania e in Brasile si sono mossi subito per difendere maggiormente la privacy dei propri cittadini. Il problema è stato affrontato apertamente anche dalle Nazioni Unite. Il visto che consente a Snowden di stare in Russia ha scadenza un anno. Intanto la presidente del Brasile, Dilma Rousseff, potrebbe essere disposta a concedere asilo politico al giovane americano che ha raccontato al mondo tutti i segreti del gigantesco sistema di spionaggio, operato su scala industriale, del programma Prism. Una petizione di Avaaz.org in difesa dell’analista statunitense si trova all’indirizzo web http://www.avaaz.org/it/send_snowden_home_loc/?copy e ha superato ormai il milione di firme.

In Italia a inizio d’anno l’Aisi, il servizio segreto interno, ha consegnato alla Presidenza del Consiglio un dossier di poche pagine in cui illustra l’eventualità di uno spezzettamento del web in tante reti singole appartenenti ai relativi Stati, ognuna con sue infrastrutture e server. E’ stato anche messo a punto un Piano nazionale che istituisce misure di sicurezza per le minacce cibernetiche gravi, alla dipendenza diretta di Palazzo Chigi. In Germania, intanto, Angela Merkel ha annunciato di voler discutere con Hollande il progetto di costruire un web europeo contro gli 007 di tutto il mondo: non solo americani e inglesi, quindi, ma anche russi, indiani e cinesi.

Vicende come quella di Assange o di Snowden si dimostrano – alla fine – degli utili contrappesi allo strapotere degli Stati sovrani nei confronti di Stati meno forti e degli stessi cittadini che ne fanno parte. E costoro, pur essendo personaggi controversi e discussi, vanno comunque protetti e rispettati, non con l’enfasi roboante che ne fa degli eroi senza frontiere, dal momento che comunque hanno violato la legge, ma neppure col disprezzo e le punizioni riservate ai criminali, avendo reso un servizio al loro Paese. Semmai dovesse esistere (o essere giustificato e, in qualche modo, ammesso) un presunto diritto di mentire, tanto più deve poter esistere un diritto di dire la verità.

(1) “Il diritto di mentire” di Immanuel Kant. Benjamin Constant (pubblicato in Italia da Passigli editore). Intorno al tema della menzogna si affrontano due grandi filosofi che rappresentano differenti scuole di pensiero, l’una pienamente radicata nella Francia del dopo-rivoluzione, l’altra che proviene dalla vicina Germania. L’occasione è data da un breve trattato, scritto nel 1797, dall’allora trentenne Benjamin Constant, che, sotto il titolo "Sulle reazioni politiche", disquisisce intorno alla possibile legittimità, in precisi contesti, della menzogna. L’intervento di Constant è centrato sulla necessità che i princìpi universali, per essere accettati anche sul terreno concreto, debbano a loro volta fondarsi su princìpi definiti "intermedi", tali cioè da permetterne la concatenazione con la realtà effettiva. Ma Constant, mentre cerca di definire questa sua teoria, critica la riflessione di Immanuel Kant (Sui doveri etici verso gli altri. La veridicità) che "persino di fronte a degli assassini che vi chiedessero se il vostro amico, che loro stanno inseguendo, si sia rifugiato in casa vostra, la menzogna sarebbe un crimine". E il filosofo tedesco, chiamato in causa, risponde da par suo con "Su un presunto diritto di mentire per amore dell’umanità", in cui ribatte punto su punto al francese. Un confronto che acquista oggi un significato emblematico, accendendo una nuova luce sulla querelle di fine Settecento.

Approfondimento

Il rapporto tra verità e menzogna è fondamentale nella storia della filosofia politica. Nel V secolo a.C. nell’antica Grecia, la parresia era l’attività verbale in cui si sceglie di dire la verità con parole chiare e franche. Idea centrale della costituzione ateniese e atteggiamento etico del buon cittadino. Secondo Platone hanno il privilegio della menzogna solo i reggitori filosofi, che sapendo discernere tra verità e falsità, usano quest’ultima come ‘farmaco’ solo per il bene della città. L’uso politico della menzogna, finalizzato esclusivamente al mantenimento del potere, è sostenuto da Machiavelli (“Il Principe”, nuova edizione di Donzelli). In epoca contemporanea Hannah Arendt distingue tra verità di fatto e secondo ragione: la prima riguarda i molti, ma è percepita come antipolitica, mentre l’altra è annoverata tra le virtù politiche tanto che “le bugie sono sempre state considerate strumenti giustificabili negli affari politici” (“La menzogna in politica”, Marietti). Tuttavia l’inganno finisce per mostrare il suo impatto distruttivo sulla politica che si realizza nei regimi totalitari. Per Augusto Del Noce in essi abbiamo la manifestazione esplicita del rapporto esistente tra negazione della ricerca della verità e paura che ne consegue (“La verità e la paura”). Anche la democrazia, se si fonda sull’idea di una verità inconoscibile può degenerare in totalitarismo, commenta Norberto Bobbio. Pertanto, costituisce l’essenza irriducibile della politicità. Colui che non crede nella verità sarà sempre tentato in politica di “rimettere ogni decisione alla forza” (“Elogio della mitezza e altri scritti morali”).
(R.G. )

(11 marzo 2014)



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