De Cataldo e il lato oscuro del Risorgimento
Tommaso De Lorenzis
«La mercificazione della nostalgia ci propina un passato che non è mai esistito», scrive James Ellroy nel celebre prologo di American Tabloid mentre s’appresta a demolire miti e memoria del kennedismo. Se Giancarlo De Cataldo avesse seguito la lezione del Maestro, sostituendo alle leggende dell’America democratica una consunta iconografia risorgimentale da sussidiario, molto probabilmente avrebbe mancato la stesura de I Traditori. In una nazione sul cui atto di nascita campeggia l’epitaffio gattopardesco del «bisogna che tutto cambi, perché tutto resti com’è», il rovesciamento dissacrante della retorica fondativa a mezzo di scrittura letteraria è impossibile. Con Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Federico De Roberto e Luigi Pirandello tra i piedi, anche un duro come Ellroy avrebbe fatto una fatica boia. Per non parlare della Resistenza, che dopo il Fenoglio de La paga del sabato avrebbe creato non pochi problemi al più insolente romanziere intenzionato a «demitizzare un’era». Quando i partigiani tornano banditen all’indomani del 25 aprile, hai voglia a confezionare una contro-epica nera. Ci pensa l’Italia, e non ce n’è per nessuno.
E questo perché il Belpaese, che al pari dell’America «non è mai stato innocente», ha celebrato – con largo anticipo sul calendario d’oltreoceano – il matrimonio tra uso romanzesco della Storia e senso del tragico. Da lì era impossibile passare e, questo, l’autore di Romanzo criminale, appassionato conoscitore de I vecchi e i giovani, lo sapeva fin da principio.
È alla scelta del titolo che De Cataldo sembra affidare una delle possibili chiavi d’interpretazione del suo affresco ottocentesco. Il sostantivo plurale, infatti, estende il campo dell’abiura ben oltre le gesta meschine del barone mazziniano Lorenzo di Vallelaura, maestro d’inganni al soldo della cancelleria imperiale di Vienna, che saboterà per quasi un trentennio il fronte repubblicano e il movimento d’indipendenza nazionale. E in effetti, pagina dopo pagina, dalla fallita insurrezione calabrese del 1844 alla morte di Giuseppe Mazzini nel 1872, attraverso le rocambolesche vicende dei patrioti esiliati a Londra, più che andare a caccia dei voltagabbana, faremmo bene a chiederci chi è che si conserva fedele. A se stesso, agli altri e alla causa.
Inteso in un’accezione larga, che comprende sordido doppiogioco e latente ipocrisia, spericolati cambi di alleanze e imprevedibili ripensamenti, sfacciato opportunismo e inesorabile consunzione degli intendimenti, il tradimento non risparmia nessuno. Traditore suona quasi come sinonimo di demiurgo e l’infedeltà si trasforma nell’oscura forza capace d’indirizzare il corso degli eventi. Se il drogatissimo, sadico, dissoluto, Lord Chatam – annoiato frequentatore del milieu cospirativo londinese, monumentale antagonista della morale vittoriana, dandy indifferente a qualsiasi ideale di progresso – diventa un campione di vendicativa giustizia, non è difficile farsi un’idea della maniera con cui vengono trattati i valori della coerenza e dell’onore.
Allora faremmo un torto all’opera se la riducessimo a una brillante spy story d’ambientazione storica. Di certo l’autore conosce il genere. Dal filone spionistico mutua con abilità il campionario completo di astrusi cifrari, dispacci altamente confidenziali, trappole, ricatti e travestimenti. La geometria variabile che regola il confronto tra reti occulte del mazzinianesimo, intelligence austro-ungarica e servizi piemontesi sostiene il meccanismo della suspense e prepara impeccabili colpi di scena. Tuttavia l’archetipo della Spia incarna solo un aspetto del tradimento. E non è cosa semplice trovare l’elemento unificante d’un racconto che procede attraverso la scatenata alternanza di punti di vista, scivolando sulle montagne russe di un plurilinguismo estremo in cui si mischiano romanesco verace e siciliano alla Camilleri, francesismi sabaudi e anglo-italiano dei proscritti.
Fedele alla scrittura corale con cui ha immortalato la cavalcata all’inferno degli uomini della Magliana, De Cataldo imbastisce la narrazione policentrica di un altro “mucchio selvaggio”. All’ombra della causa comune, nel punto in cui il bene trasmuta in una gradazione minore del male e la verità cessa semplicemente di essere, il tornaconto personale la fa da padrone. Nei ranghi di questa posse sovversiva militano nobili progressisti ed esponenti di una “onorata” società della Trinacria, camorristi partenopei e ambiziosi borghesucci capitolini, rivoluzionari invasati, faccendieri senza scrupoli e donne dal fascino perturbante. Guerre, rivolte, complotti li avvicineranno per poi separarli. Si incontreranno ancora per tornare a dividersi. Questa volta per sempre.
Costoro paiono feroci carnefici e invece si rivelano vittime eccellenti di quel perfido adulterio delle intenzioni chiamato «eterogenesi dei fini», crudele raggiro in virtù del quale un atto sortisce effetti diversi, e finanche opposti, rispetto agli obiettivi prestabiliti. Già, perché i traditori sono – in realtà – i traditi dalla Storia. Sono uomini e donne che cercano di determinare il loro tempo salvo esserne determinati e travolti al di là d’ogni incrollabile intento o di ogni possibile previsione. In questo senso le diverse parabole narrative si risolvono nella medesima sconfitta, consumata nel momento in cui il fine viene raggiunto e l’Italia è cosa fatta.
Il ribelle di ieri finirà per perpetuare il potere di sempre. L’insorto di un tempo reprimerà nuove insurrezioni. Il monarchico si farà repubblicano. Il repubblicano monarchico. L’amico sarà nemico. Il nemico alleato. L’infiltrato si scoprirà pedina insostituibile del piano che ha provato a sabotare. Il piano fallirà nel suo compiersi. Il fuorilegge diverrà patriota. L’eroe tornerà fuorilegge. E tutti berranno dal calice amaro della delusione.
Dunque I Traditori non si limita a palesare il lato oscuro di un’epoca. Piuttosto: esibisce l’imponderabile gioco delle variabili che concorrono a determinare un risultato. Manifesta il costitutivo fallimento covato dal più lucido dei piani. Misura lo scarto abissale che separa le aspirazioni dal loro concretizzarsi. Ci parla delle tante, troppe rivoluzioni tradite nel procedere del tempo umano.
E qui risulta evidente l’allusione all’irriverente, ancestrale cinismo di un romano doc del calibro di Sergio Leone. Davanti all’uomo d’onore Salvo Matranga o al camorrista don Totò ’o Meschiniello sembra quasi di rivedere il bandito-peone Juan Miranda di Giù la testa eletto per caso a «grande e glorioso eroe della Rivoluzione». E quasi si distinguono le parole rabbiose che il fuorilegge messicano rovescia in faccia al dinamitardo irlandese John “Sean” Mallory: «Rivoluzione?! Rivoluzioneeee?! Per favore non parlarmi più di rivoluzioni! Io so benissimo cosa sono e come cominciano… C’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri… che poi sono i poveracci… e gli dice: “Qui ci vuole un cambiamento”. E la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo. E parlano, parlano. E mangiano.
Parlano e mangiano. E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti… Per favore, non parlarmi più di rivoluzioni».
Giancarlo De Cataldo ha scritto un romanzo definitivo che compendia le migliori inclinazioni della recente letteratura italiana. In questa furibonda sgroppata lungo le piste rivoluzionarie del Secolo XIX ritroviamo il prevalere dell’erranza ribelle sul paradigma della sovranità, dell’imprevisto sull’ingannevole lucidità preveggente, dell’evento inatteso sulla più salda determinazione. E non è difficile rinvenire noti interrogativi riguardo alle occasioni mancate, alla dialettica mezzi-fini, al legame virtù-fortuna, al rapporto tra tattica e strategia, ai nefasti effetti della ragion di stato, al pervertimento delle promesse di emancipazione.
Pessimismo senza scampo, verrebbe da dire. Al contrario: è proprio in un orizzonte saturo di corruzione, in una realtà apparentemente priva di riscatto, che si guadagna la consapevolezza di come niente sia già scritto. Ed è a quel punto che, innanzi all’abiezione più turpe, si scopre un tenace resto di autenticità e i traditori compiranno l’ultima scelta. Nel riscrivere il passato, la letteratura filtra il corso degli eventi, depurando l’agire dal fanatismo degli entusiasti e dalla rassegnazione degli sconfitti.
Quello che resta, oltre l’ultima pagina, diventa storia e lotta di oggi.
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(16 marzo 2011)
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