De Magistris: Il 25 Aprile che vorrei
Luigi De Magistris
, da luigidemagistris.it
Sarebbe bello poter festeggiare il 25 Aprile con l’animo sereno, nella consapevolezza di vivere in una democrazia non solo realmente compiuta, ma addirittura al sicuro da ogni reflusso dispotico. Sarebbe bello poter pensare, proprio il 25 Aprile, alla nostra Repubblica come ad un organismo sano e forte, pronto a perfezionarsi in direzione di una maggiore inclusione che preveda la certezza e l’estensione dei diritti.
Sarebbe bello poter festeggiare la liberazione dal nazifascismo nella convinzione che la Costituzione sia per tutti carta viva, pulsante cuore democratico, eredità attuale da custodire e realizzare quotidianamente nella vita singola di ciascun cittadino.
Sarebbe bello assistere allo spettacolo di una classe politica veramente unita nel rispetto di una giornata laicamente “sacra” e vederla animata, pur nella diversità delle tradizioni di provenienza, da un senso di devozione per chi scelse, allora, di non aspettare in casa nel silenzio dello sconforto, ma di uscire all’esterno e prender parte al movimento di liberazione, pagando spesso un prezzo altissimo come la vita per uno sforzo collettivo fondato sull’unità di tante sensibilità non omogenee: dai cattolici ai socialisti, dai comunisti all’esercito dei giusti disertori. E questo movimento, nel dopoguerra devastato da un conflitto civile figlio del Fascismo, seppe poi esprimere tutta la sua grandezza nell’Assemblea Costituente, da cui nacque la nostra Costituzione, ancora oggi considerata una delle più belle e complete dell’intera storia occidentale. E il Paese, la società civile, diede prova di sé proprio scegliendo il sistema Repubblicano e rifiutando la monarchia.
La Resistenza fu un vero Risorgimento, forse il primo, perché coinvolse tutti i ceti sociali e tutte le culture politiche: l’operaio e l’aristocratico, le donne e gli uomini, il comunista e il liberale, che trovarono nell’ “ossessione” saggia della libertà e della democrazia il terreno di incontro.
Tutto questo oggi rischia la cancellazione, di fronte ai colpi di chi non solo non rispetta questa Storia, ma tenta di distruggerne quell’eredità che si chiama democrazia italiana. Vogliono infatti svuotarla alterando gli equilibri fra poteri, asservendo la magistratura al sistema politico (riforma della giustizia, la chiamano), manomettendo la Carta per un egoismo regionale (come vuole la Lega) e favorire l’ascesa al Quirinale di Berlusconi (le definiscono riforme istituzionali) per mezzo di un presidenzialismo spinto in cui il Parlamento sia un mansueto ratificatore delle decisione del Governo e del Capo dello Stato, concepiti con le “mani libere” da qualsiasi laccio di controllo democratico.
Hanno in mente un piano reazionario e dispotico, un futuro in cui si vogliono protagonisti, per realizzarlo e garantirsi la permanenza ai vertici della Repubblica, sono disposti a manometterla nelle sue fondamenta istituzionali. E sperano che l’opposizione, quella politica e sociale, stia in disparte a guardare il triste spettacolo di un partito di laudatores pronto a tutto per difendere il Capo, con la complicità di una formazione xenofoba che in passato millantava la battaglia anti-casta e anti-spreco, che si ammantava del ruolo di movimento di popolo.
Per questo celebrare il 25 Aprile significa, in questi giorni cupi, rinnovare la pacifica resistenza dell’oggi contro un piano che ci farebbe ritornare al 1922 e ai raduni di Piazza Venezia. Questo è ciò che c’è in ballo: il presente democratico che non possiamo “svendere”, perché svenderlo significherebbe negarci la possibilità stessa di avere un futuro.
(25 aprile 2010)
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