De Magistris: La memoria vive nel futuro
di Luig De Magistris
Il 27 gennaio del 1945 l’Armata rossa giunge ad Auschwitz. I soldati russi entrano nel campo di sterminio e liberano i pochi sopravvissuti. Varcano il cancello dove domina la tristemente nota iscrizione "Arbeit macht frei" (Il lavoro rende liberi), trovandosi davanti agli occhi la desolazione umana e storica, gli scampoli di una tragedia che ha segnato milioni di vite ma anche il Novecento tutto, consegnando al genere umano l’interrogativo, ancora oggi senza risposta, del "come è potuto accadere?". Lo sterminio di un popolo, quello ebraico, a cui si è affiancata la deportazione e l’uccisione (non inferiore nella feroce) di omosessuali, rom e sinti, dissidenti politici.
Una pianificazione criminale consumata dalla mano dei totalitarismi, Nazionalsocialismo e Fascismo, con il metodo della follia lucida che ha permesso una macchina burocratica della morte, dove il trionfo dell’ideologia disumana ha portato ad una guerra dalle proporzioni immani e al sistematico annientamento del diverso, indicato come nemico del progetto di grandezza. Diversità di pelle, di idea, di cultura, di vita. Razza, riscatto, conquista, uomo nuovo sono state le parole chiave che hanno fatto breccia nel cittadino comune, "normale", dice Hannah Arendt "banalmente malvagio". Perché il male che ha infettato il Novecento, originato dal totalitarismo, è superficiale e scontato. Per questo ferocissimo perché può dimorare in ognuno di noi.
Di fronte a questo crimine il mondo è stato silente in parte. Restano, come testimonia la cronaca anche recente con la visita del Pontefice alla Sinagoga di Roma, gli interrogativi sul ruolo giocato dal Vaticano (anche dopo, quando i protagonisti dello sterminio cercarono rifugio nei paradisi sudamericani), le domande sulla responsabilità delle leadership politiche di allora (l’appesament e l’iniziale debolezza europea verso la tracotanza di Hitler), il ruolo complesso dello stesso Israele.
Ma soprattutto la domanda che chiama in causa tutti sul banco della storia: come è potuto succedere, tutto questo, nel cuore dell’Europa, culla del diritto e della democrazia. Perché, come sostiene sempre la Arendt, il genocidio ebraico è stato "un crimine contro l’umanità perpetrato sul corpo del popolo ebraico". Per questo ancora pericoloso, perché quel seme oscuro può germogliare sempre, in ogni epoca e in ogni luogo. Anche nei nostri giorni e nei nostri confini, dove l’integrazione tra diversi è ancora un mito da realizzare, dove la diffidenza alimentata da certa politica nutre il terreno dello scontro fra civiltà.
E fuori dai nostri perimetri europei, ancora resta irrisolta la questione mediorientale, in parte eredità della tragedia del Novecento: due popoli e due stati, dopo la lunga tradizione di sofferenza che li ha caratterizzati entrambi, va attuata senza aspettare. Perché dopo il ’45, ancora pulizie etniche e stermini, campi di internamento e prigionia, hanno segnato il mondo: in Africa, in Asia, nei Balcani.
Tutto questo ci ricorda la giornata di oggi, 27 gennaio, dedicata alla Memoria e celebrata nel mondo anche dall’Onu. La Memoria come custodire ciò che è stato per determinare ciò che sarà, perché nel futuro il passato non si ripeta nei suoi errori tragici. La memoria vive nel futuro.
Fonte: luigidemagistris.it
(27 gennaio 2010)
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