Democrazia a prova d’acqua
Francesca De Benedetti
Se è vero che in democrazia il popolo è sovrano, i poteri si bilanciano, i rappresentanti rappresentano e i media abbaiano al potere, allora a distanza di circa un anno dai referendum di giugno 2012 viene da dire che la nostra democrazia è in fin dei conti agli sgoccioli. Decisamente non è, la nostra, una democrazia a prova d’acqua. Questo anno post-referendum mette in luce i punti deboli del sistema sia sul piano strettamente politico sia riguardo all’informazione e alla sua manipolazione.
Partendo dall’operato dei governi, prima il governo Berlusconi, poi quello Monti hanno tirato ripetuti calci all’esito del referendum, tentando di affossarlo.
Dopo soli due mesi dalla vittoria dei sì, la manovra economica spalancava le porte alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, la incentivava persino. In questa chiara rottura della catena della rappresentanza, l’unico alibi sbandierato dal governo Berlusconi era “l’acqua non la tocchiamo”. Ebbene il quesito referendario riguardava i servizi pubblici locali, quindi anche trasporti, rifiuti e via dicendo. I comitati referendari e qualche amministratore locale mostrarono i denti, ma il tentativo del governo passò quasi sotto silenzio. L’avvento del governo Monti, con alle spalle una composita maggioranza, non ha invertito la rotta, anzi. Sotto l’egida delle liberalizzazioni, a gennaio rientravano dalla finestra i provvedimenti che la consultazione popolare aveva fatto uscire dalla porta.
Uno scacco matto contro la volontà degli elettori che ha trovato resistenze dal basso. Le forze della società civile a difesa dell’esito del referendum si sono date un grande appuntamento nazionale il giorno della festa della Repubblica. E già prima sui territori è stato possibile osservare la capacità di reazione e il fermento: a Napoli è nato qualche mese fa l’ente di diritto pubblico Acqua Bene Comune, mentre a Roma il 5 maggio migliaia di persone sono scese in piazza contro la privatizzazione dell’Acea. Un panorama che dovrebbe far riflettere quindi non solo sul corto circuito nel rapporto tra cittadini e rappresentanti, ma anche su alcuni tormentoni del momento. La prova dell’acqua è infatti un segnale forte che consente di ribaltare e di leggere sotto una nuova prospettiva il cliché della “antipolitica”. I referendum di giugno, e gli sforzi sul territorio per proteggerne gli esiti, dimostrano piuttosto la sete di partecipazione e di democrazia. Dal basso i comitati referendari hanno dato vita a reti formidabili di cittadini che hanno sollevato e dato respiro al “benecomunismo”. Chi doveva intendere – cioè la politica “dall’alto” – però non ha inteso, o non ha voluto intendere.
Ma anche quando la catena della rappresentanza si mostra logora o mal funzionante, il gioco democratico in un Paese normale dovrebbe attivare gli anticorpi per reagire o almeno per drizzare le antenne. Mentre in Francia storici e filosofi si interrogano ormai da anni su una possibile futura “democrazia della opinione” – Jacques Julliard per citarne uno –, in Italia l’anello chiave dei media si dimostra alla prova dei fatti debole, assente o condizionabile. Già prima del referendum, i grandi temi in gioco sono stati in alcuni casi oggetto di attenzione soltanto subito dopo le amministrative, quando la consultazione è apparsa funzionale anche all’indebolimento del governo Berlusconi. Un anno dopo, il rispetto della volontà popolare non viene monitorato con attenzione da quelli che dovrebbero essere i cani da guardia del potere e, se non altro, coloro che formano e tengono viva l’opinione. Esistono certo i casi di eccezione, ma vista la rilevanza della questione, il monitoraggio dovrebbe avvenire su tutti i fronti, se non altro per dovere di rendicontazione. Ciò nonostante, gli attacchi profondi al referendum spesso non vengono neppure riferiti dalla stampa mainstream, e i movimenti che avvengono sul territorio raramente acquisiscono rilevanza nazionale. Eppure quello dell’informazione e dell’opinione è un elemento chiave per verificare la tenuta del sistema democratico.
Il mondo dei media dovrebbe infatti consentire ai cittadini di tenere le briglia del gioco politico e di intervenire in caso di squilibri del sistema. Lo pensava persino un giornalista che con la “democrazia” praticava la diffidenza. Era Walter Lippmann, il premio Pulitzer che negli anni Venti attaccò quello che riteneva essere un dogma, il “dogma democratico”, l’irraggiungibile coinvolgimento di tutti gli individui. Nondimeno lui individuava proprio nell’opinione pubblica la leva per rendere attuabile il sistema. Il modo attraverso cui i cittadini possono praticare l’esercizio democratico stava secondo lui nella possibilità di valutare se i protagonisti di una controversia stessero conformandosi o meno alle loro aspettative oppure a un certo assetto di regole. Soltanto se il circolo tra informazione, opinione e politica è virtuoso, la democrazia funziona. Altrimenti, direbbero i politologi al posto del giornalista, viene meno la accountability, la possibilità di associare un governo alle sue azioni in modo che ne risponda. Viene meno insomma la democrazia, alla prova dell’acqua.
(12 giugno 2012)
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