Destiamoci dalla rassegnazione, tutti a Roma il 3 ottobre!
Avevo, , lanciato la parola d’ordine: Tutti a Roma, il 19 settembre! Riprendevo naturalmente a mia volta l’invito di chi quella manifestazione aveva convocato: la Federazione Nazionale della Stampa. Ma come tutti sanno lo stesso organismo ha rinviato quella necessarissima protesta di un paio di settimane: , non si capisce che nesso possa esserci tra il lutto nazionale per i morti in Afghanistan, e la rinuncia a una giornata di mobilitazione e lotta contro il satrapo di Arcore, e i suoi scherani mediatici. Si è trattato di un vero corto circuito che mostra la debolezza della famosa “società civile” italiana, nonché – a giudicare dal silenzio con cui si è accolto il rinvio – l’afasia impotente di una vera opposizione.
Una situazione a dir poco deprimente, che giorno dopo giorno, purtroppo, si conferma e peggiora. Come hanno impietosamente rivelato i commenti “patriottici” dei leaders del Centrosinistra: meno male che Tonino c’è, verrebbe da dire. Di Pietro è stato il solo – almeno nell’alveo dell’opposizione parlamentare – a porre l’elementare domanda: che ci facciamo noi in Afghanistan? E, per una volta che Bossi avanza una proposta di buon senso (riportare i nostri militari a casa), sia pure con motivazioni distanti da quelle che sono le mie, viene tacitato: quando sputa sentenze fascistoidi, razziste e sessiste, suscita al massimo un simpatico rabbuffo. E non mi riferisco solo alla maggioranza politica. Mi riferisco alla stampa, alla radiotelevisione, ai costruttori di opinione pubblica, che, con desolante unanimismo, in queste giornate di lutto, spargono il miele rancido della retorica, mentre come un sol uomo, gridano: la missione continua. Ma quale missione? La missione di pace? Per difendere il ridicolo Karzai, un loschissimo individuo che trucca le elezioni, e a chi glielo fa notare non esita a rispondere di non occuparsi di affari che non lo riguardano? Per portare la pace e la sicurezza? Per imporre la nostra democrazia? E non stavavamo protestando proprio sostenendo che di democrazia ve ne sia ben poca, da noi, e che quella che rimane sia a rischio? E non era quello il senso della manifestazione rinviata?
Abbiamo, poi, sentito di tutto, anche (stra)parlare di “Stato afghano”: in una società acefala, come quella, che non è arrivata mai alla statualità, non ha alcun senso. E la stessa ignobile e sanguinosa farsa elettorale (bollata anche dal generale Fabio Mini, un militare che ragiona, sull’ “Unità” del 18 settembre), come avrebbe potuto portare la democrazia? Intanto, mentre si esercitano i commentatori, intonando cori elegiaci per i militari uccisi a Kabul, coniugando preteso realismo politico e amordipatria, ovviamente additando all’ignominia chi tenta di sottrarsi al coro patriottardo, nessuno ricorda che accanto ai sei morti italiani, vi sia una ventina di civili afghani rimasti sul terreno, tra sangue, polvere e metallo: e il sospetto che tra loro ve ne siano uccisi dal fuoco amico dei nostri soldati è già diffuso. Ma si sa, nelle guerre coloniali – e questa è una guerra coloniale – gli “indigeni” non contano. Sono sottoumanità. Sono la materia prima da “trasformare”: i “barbari” che, a suon di bombe, dobbiamo rendere “civili”. Sono i primitivi che dobbiamo obbligare a essere democratici. Il modello di riferimento chissà quale sarà: il vispo Brunetta, il sentenzioso Tremonti, il rude Sacconi, l’innocente Gelmini o il mitico Bondi? Tutti coloro che, come è stato scritto in un da Francesco Merlo (su “la Repubblica” del 14 settembre, ripreso in questo sito), stanno non solo rivelando, ma ostentando il loro disprezzo verso un’opposizione che non perciò si ribella. Esempi autentici di democrazia da esportare, lor signori e lor signore?
Costoro, a ben pensarci, trattano gli italiani che non sono nel gregge di cui si sentono pastori (a loro volta intruppati dietro il Pifferaio magico che intanto li conduce verso il baratro) in modo analogo a quello con cui si pretende di trattare gli afghani o gli iracheni: come – cito Merlo – “una pessima bestia da addomesticare”: ma, in realtà, essi “vogliono far espiare al Paese le loro inadeguatezze e le loro frustrazioni”.
L’ultima sparata del simpatico Brunetta è a dir poco agghiacciante: ha insultato (tanto per cambiare) la sinistra “permale”, invitata elegantemente ad “andare a morire ammazzata”, mentre quella che, bontà sua, sarebbe “perbene”, viene avvertita: si liberi dall’“élite di merda”. E l’allusione va a un non meglio precisato mondo “editoriale” di cui crediamo, noi di MicroMega, di esser parte. E di cui vogliamo essere parte, anzi in prima linea: i soliti “cattivi maestri”, insomma… E noi intendiamo sì, liberarci: di personaggi siffatti, dei loro disegni “riformatori”, della loro oscenità esistenziale, che, consule Berlusconi, oggi si sta traducendo in politica, in cultura, in senso comune.
E allora, stavolta, il mio grido è indirizzato alla sinistra: a tutta la sinistra, ma specie a quella “permale”, e in generale a tutti coloro a cui “puzza questo barbaro dominio”. Risvegliatevi! Cessate le rese dei conti interne. Ricordate i vostri ideali e il vostro dovere storico: la vostra responsabilità. Destiamoci dall’abulia e dalla rassegnazione. Tutti a Roma il 3 ottobre!
Angelo d’Orsi
(21 settembre 2009)
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.