Di che cosa parliamo quando parliamo di crisi

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Pubblichiamo ampi stralci della prolusione di Angelo d’Orsi all’inaugurazione della II edizione delle Settimane della Politica in programma dal 22 al 26 febbraio 2010 a Torino. L’iniziativa ha come obiettivo quello di avvicinare i giovani alla "nobile arte" della politica. Il tema affrontato quest’anno sarà la crisi. Qui il programma. Qui il video streaming dell’evento.

Crisi: «notevole e improvviso cambiamento, in senso favorevole (o anche sfavorevole), che avviene in una malattia»; così il Battaglia, ossia il Grande Dizionario della Lingua Italiana; ma l’estensore della voce prosegue: «fase risolutiva, che coincide con la repentina caduta della febbre». E, dunque, già nella prima possibile definizione della parola – che, com’è piuttosto noto, ci giunge, attraverso la mediazione latina, dal greco krisis, derivato dal verbo krino, separo – abbiamo a che fare con un malessere e una doppia possibilità, di perire o guarire. La crisi, ci dice un vecchio dizionario etimologico, quello del Pianigiani, è un momento di separazione fra due stati, due condizioni; o per dirla con eloquio un po’ datato, ma efficace: «subitaneo cangiamento in bene o in male nel corso di una malattia, da cui si giudica, si decide la guarigione o la morte».

Ancora il dizionario diretto da Salvatore Battaglia (poi da Barberi Squarotti), ci fornisce altre definizioni: restando nell’ambito della salute «inasprimento o accesso improvviso, fenomeno violento, per lo più di breve durata», e, per estensione, usi come quelli che ci parlano di «crisi di pianto»; uscendo da quell’ambito, troviamo altre crisi, nondimeno sempre in qualche modo, pur metaforicamente, connesse allo star male di un organismo, magari in relazione allo spirito più che al corpo: «Profonda perturbazione nell’esistenza di una persona […]»; ma poi, infine, si arriva all’ambito “nostro”, quello che qui ci concerne. Naturalmente, c’è la crisi economica: la specificazione dell’attributo è del Dizionario, che specifica: «improvviso passaggio da una situazione di prosperità economica a uno stato di depressione economica», e fornisce qualche specificazione su cui ora sorvolo. Ma questa è l’ultima delle definizioni della voce. Prima, ve n’è un’altra ben più ampia, che in realtà comprende anche la precedente. Recita il Dizionario: «Turbamento vasto e profondo nella vita di una collettività, di un gruppo, di una società, di uno Stato (e anche nella vicenda delle attività spirituali […]». E, immediatamente dopo, la voce fornisce un elemento di grande importanza, quasi un’estensione della prima parte della definizione: «momento difficile e decisivo, che preannuncia e determina mutamenti, trasformazioni ingenti».

Ecco, questa è la definizione di crisi a cui questa II edizione delle Settimane della Politica cercherà di tenere come linea conduttrice, interrogandosi, sottotraccia, su quali “mutamenti” e “trasformazioni ingenti” la crisi in atto (un fatto concreto, dalle mille sfaccettature, che entra nella vita degli individui, dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani in cerca di impiego, dei precari, dei sottoccupati e dei disoccupati…), possa eventualmente produrre. Non mi addentrerò nella selva delle concezioni della crisi nel pensiero politico, né men che meno, economico, limitandomi a rilevare la loro numerosità. Non rinuncio però a una citazione, che, pure, nondimeno, è frutto di una lunga e non univoca elaborazione, da parte dell’autore. Alludo, naturalmente, ad Antonio Gramsci, che, dopo diversi tentativi di definire il concetto, arriva a questa ultima identificazione della crisi. Essa, scrive Gramsci:

«non è altro che l’intensificazione quantitativa di certi elementi, non nuovi e originali, ma specialmente l’intensificazione di certi fenomeni, mentre altri che prima apparivano e operavano simultaneamente ai primi, immunizzandoli, sono divenuti operosi o sono scomparsi del tutto». E aggiunge, affrontando il tema sotteso alle nostre giornate che cominciano oggi:
«Insomma, lo sviluppo del capitalismo è stata una “continua crisi”, se così si può dire, cioè un rapidissimo movimento di elementi che si equilibravano ed immunizzavano. Ad un certo punto, in questo movimento, alcuni elementi hanno avuto il sopravvento, altri sono spariti o sono divenuti inetti nel quadro generale. Sono allora sopravvenuti avvenimenti ai quali si dà il nome specifico di “crisi”, che sono più gravai, meno gravi appunto secondo che elementi maggiori o minori di equilibrio si verificano» (Quaderno 15).

Così scriveva Gramsci detenuto nel carcere di Turi, prigioniero a cui Benito Mussolini voleva impedire di pensare (“bisogna impedire a questo cervello di funzionare almeno per vent’anni”, la frase chiave della requisitoria del PM Isgrò, a cui fece seguito, puntuale, la condanna a 20 anni, 4 mesi, 5 giorni). Gramsci ci dà altre definizioni, tra cui vorrei ricordarne una, squisitamente politica, che vede la crisi come un momento che potremmo definire dilemmatico; una situazione storica in cui due forze contrapposte si equilibrano, e nessuna delle due è in grado di sconfiggere definitivamente l’altra. Situazione foriera sempre di sconvolgimenti, reazionari o rivoluzionari. (Siamo noi in crisi? – ecco, probabilmente, l’interrogativo per così dire naturale che sorge nella sala…).

Quando Gramsci parlava della “continua crisi”, correva l’anno 1933. E gli effetti della crisi del ’29 erano ormai forti anche da noi. E la parola crisi divenne familiare nel dibattito pubblico, dai consessi economici a quelli politici, dai giornali al cinema, dal teatro alla radio. E proprio in quello stesso 1933, fu lanciata sulle onde dell’EIAR la canzonetta che ha ispirato il titolo di questa II Edizione delle Settimane della Politica. L’autore era Rodolfo De Angelis, al secolo Rodolfo Tonino, napoletano: capocomico, attore e teorico di teatro, canzonettista, con alle spalle un’esperienza del Café chantant, pittore, musicista. Qui ci interessa quella canzone, il cui testo dietro l’apparenza leggera contiene una critica, sia pur un po’ generica e forse qualunquistica, degli effetti della crisi, della sua perdurante lezione di disuguaglianza e di ingiustizia.
Ed è parso un buon aggancio per affrontare la nostra crisi: crisi specifica o generica? Crisi strutturale o congiunturale? Occasionale o crisi epocale? Uno dei tanti incidenti di percorso o falla nel sistema? E se di falla si tratta, è riparabile? O ci porta a un futuro di cui non abbiamo modo di prevedere il finale? E’ una crisi economica, o come si chiede Luciano Gallino, una crisi più larga e profonda? Una crisi di civiltà, addirittura.

Personalmente, sono convinto che la crisi sia un dato non così superficiale, e soprattutto, che investa ogni aspetto della situazione presente, tra il locale e il nazionale, tra il nazionale e il globale; in ogni caso, al di là dei miei personali convincimenti, nel delineare il programma, abbiamo cercato di disegnare una sorta di rassegna, una fenomenologia della crisi, indagando non tutti i suoi risvolti, ma piuttosto cercando di guardare ad alcuni aspetti, a nostro avviso rilevanti, del presente. L’economia, na
turalmente, nei suoi diversi versanti; ma anche l’ambiente, lo spazio urbano, le istituzioni, l’informazione, il sistema internazionale, la sicurezza interna, e quant’altro; e, naturalmente, l’università.

Siamo qui a porre interrogativi. A suscitare problemi. E’ questo, in fondo, lo scopo della nostra iniziativa. Eccitare curiosità, e dietro le curiosità, evocare lo spettro opaco, benché ingombrante, della Politica, la nobile arte, la più architettonica delle scienze (Aristotile). Far sentire che la politica non è solo mercimonio e malaffare, turpitudini e biechi interessi personali. Proporre una diversa concezione della Politica, nutrita di idee, con alto respiro, capace di guardare lontano. E nel contempo ribadire (come scrisse un docente di questo Ateneo, morto prematuramente, Paolo Farneti), che essa è indispensabile perché è insostituibile. E che non possiamo cavarcela come certi studenti che borbottano nei corridoi: io non mi occupo di politica, perché è essa, la politica (così replico a muso duro), a occuparsi di noi. Naturalmente, c’è modo e modo di occuparsi di politica, e a noi compete innanzi tutto lo studio, dando spessore teorico e, soprattutto, storico all’osservazione dei problemi del nostro presente quotidiano.

E, per esempio, ritornando all’oggetto della nostra II Edizione, la crisi, rendersi conto, magari denunciandolo, che tante volte la crisi è un alibi. E che soprattutto, la crisi è una fonte di sperequazioni ulteriori nelle nostra società, e che se per i ceti meno abbienti rappresenta un passaggio drammatico, che può portare alla disperazione gli individui (le notizie dei suicidi di lavoratori per la perdita del posto di lavoro sono ferite nella carne della nostra società e non possiamo tacerne, neppure qui), per gli altri, per quel pugno di famiglie che detiene la quasi totalità della ricchezza sociale (per citare Marx), costituisce una opportunità di guadagno, di profitto, di enorme incremento di reddito.

Insomma, vogliamo parlare di crisi, sottraendo i il tema ai tecnicismi degli specialisti che troppo spesso non sanno farsi capire, e sull’altro fronte, alle vaghe promesse dei politici che non vogliono farsi capire, bensì convincere; vogliamo parlare di crisi e raccogliere suggestioni, stimoli, proporre analisi, aprire collegamenti insoliti, comprendere, per aiutare altri a comprendere e magari ad agire. Agire, innanzi tutto, per trasformare un ruolo di cittadini ormai passivi, teleutenti, o utenti del televoto, in cittadini attivi e consapevoli. Contro la campagna di discredito contro le università pubbliche, a dispetto del tentativo di piegarle, tagliando loro i fondi, noi anche con questa piccola iniziativa intendiamo dimostrare che non solo il mondo accademico non è fatto di fannulloni disonesti (che peraltro non mancano), ma che il suo standard medio è tutt’altro che disprezzabile (sulla scena internazionale) e che queste vecchie mura sono rimaste uno dei pochi baluardi del pensiero critico in Italia. Non a caso sono sotto attacco.

Non usciremo da questa “Settimana”, probabilmente, con le ricette per uscire dalla crisi, ma, spero, almeno con delle analisi che ci aiutino a capire e dunque a difenderci dalla menzogna, dal pressapochismo, dai luoghi comuni. “La vita degli studi tace, ma non a casa mia”, scriveva il nostro “maestro dei maestri”, Gioele Solari al suo allievo, e più tardi successore, Norberto Bobbio: siamo così tornati nei primi anni Trenta, gli anni appunto in cui la crisi cominciava a mordere anche in Italia. Gli anni in cui Gramsci analizzava con profondità problematica la crisi del capitalismo e Rodolfo De Angelis metteva in parole e musica quella stessa situazione. Lo scetticismo un po’ cinico del canzonettista, e il pessimismo analitico di Gramsci, rappresentano due diversi approcci al tema, di cui si è cercato di tener conto: ossia, coniugare il rigore e la serietà del teorico (e che teorico!), con la leggerezza del musicista e paroliere futurista. Fuor di metafora, vorremmo essere seri ma non seriosi, scientifici, ma non noiosi.

“Capire, e lottare, per sconfiggere la crisi”: potrebbe essere il motto di questa II Edizione delle Settimane della Politica. Una misura di igiene mentale capace di sottrarci al chiacchiericcio mediatico, e attrezzarci per resistere. Non andremo sui tetti degli atenei, ma forse saremo in grado di guardare con occhi diversi a quei lavoratori privati del lavoro che lo fanno, e dar loro non una generica e facile solidarietà, ma aiutarli con gli strumenti di cui le nostre competenze ci rendono ricchi.
In fondo, insegnare, è sempre, se fatto con coscienza e dedizione, un atto di generosità, un gesto “disinteressato”.Ci auguriamo che questa II Edizione possa avere lo stesso successo della I e consolidarsi in tal modo, come un appuntamento annuale, davanti al quale le autorità della politica e della finanza non rimangano inerti e “disinteressate”. C’è un disinteresse nobile, che è quello del für ewig che da Goethe conduce a Gramsci; quello che vogliamo praticare nelle università, studiando innanzi tutto per il piacere di studiare, ossia di conoscere; ma c’è un disinteresse che è colpevole abbandono. Spero si possa continuare a difendere il primo, contro ogni tentativo di funzionalizzare, in modo miope quanto rigido, lo studio al mercato, mentre il secondo, il disinteresse colpevole del ceto politico, il rifiuto di occuparsi delle cose di tutti, di uscire dalle stanze del potere, di gettare l’occhio verso la società, i lavoratori, la scuola e l’università, appunto, dovrebbe essere sconfitto.

Le Settimane della Politica sono anche una sfida al ceto politico. La raccoglierà?

Angelo d’Orsi

(22 febbraio 2010)

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