Di cosa parliamo quando parliamo di “meritocrazia” e “precarietà”

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Proponiamo due estratti da "Le parole del tempo. Lessico del mondo che cambia" a cura di Pierfranco Pellizzetti, in questi giorni in libreria per Manifestolibri. Un inventario critico, a più voci (Mauro Barberis, Alessandro Dal Lago, Michele Marchesiello, Corrado Ocone, Pierfranco Pellizzetti), delle parole-chiave della contemporaneità.

MERITOCRAZIA
All’inizio degli anni Novanta, nel clima ottimistico creatosi dopo la caduta del muro di Berlino e in piena «rivoluzione digitale», tra le élite politiche e intellettuali si diffuse la convinzione che stesse materializzandosi una «Terza Via» tra la rassegnazione alle disuguaglianze del pensiero conservatore e l’egualitarismo redistributivo della tradizione progressista. Insomma, una sorta di bacchetta magica in grado di ricreare automatismi virtuosi pari a quelli che per buona parte del dopoguerra erano stati garantiti dai meccanismi escogitati dall’economista John M. Keynes (l’investimento statale in funzione anticiclica).
Le burocrazie di partito, che nei trent’anni precedenti avevano campato di rendita su tali meccanismi ingolfando gli organigrammi pubblici, furono colte da vero e proprio entusiasmo, mentre l’entourage new labour di Tony Blair si incaricava di predicare il nuovo Verbo; riassunto in una parola magica: meritocrazia, il mantra del riformismo up to date all’insegna della Terza Via.
Un’idea tipica dei liberali da Guerra Fredda alla Daniel Bell a giustificazione dell’ordine capitalistico classista, veniva riletta – per così dire – «a sinistra» legandola a processi di formazione in ambito scolastico che avrebbero premiato il merito (intelligenza più impegno) e garantito la mobilità sociale dei migliori, a prescindere dalle posizioni sociali iniziali.
Basta con le lotte di classe e con l’intervento pubblico: ora era sufficiente lasciare lavorare a pieno ritmo la cornucopia inclusiva dell’istruzione!
Purtroppo, dopo un decennio di benevola inerzia della politica, la nuova Mano Invisibile si rivela abbastanza rattrappita; le promesse di automatica inclusione sociale dei meritevoli nella Società Aperta risultano mendaci.
Recenti e accreditate inchieste sul campo hanno evidenziato quanto era facile prevedere: i processi formativi non avvengono nel vuoto pneumatico e l’esito di ogni studente è largamente influenzato dalle dotazioni ricevute con la nascita (il capitale economico, culturale e relazionale della propria famiglia). Sicché, a prescindere dal merito personale, l’allievo con scarse risorse di partenza risulta svantaggiato rispetto a quello più «ricco».
Per non parlare dei paracadute protettivi che si aprono sulla testa dello svogliato ma di estrazione elevata, come dell’andazzo – tipico dei genitori italiani – di trasmettere dinasticamente le proprie posizioni professionali (dai dentisti ai notari).
Certo, le ragazze e i ragazzi eccezionali possono sempre farcela (a prezzo di quali sacrifici è difficile stabilire), ma non era questa la promessa della meritocrazia. Non per niente le distanze tornano a crescere, anche in conseguenza del fatto che le posizioni più penalizzate oggi sono quelle dei figli degli immigrati.
Chi poi dovrebbe valutare i meritevoli al momento di occuparli?
Presto detto: i datori di lavoro. Quando un sondaggio di Unioncamere (il network di tutte le Camere di Commercio italiane) rivela che la qualità più gettonata in un nuovo assunto è «la docilità al comando».
Insomma, la falsa promessa meritocratica ha sovraccaricato ancora una volta quell’istituzione scolastica che poi viene abbandonata al proprio destino di Cenerentola dell’investimento pubblico.
Almeno qui da noi.
Ma forse non solo qui da noi, visto che Christopher Lasch definisce la meritocrazia «una parodia della democrazia». Ormai è chiaro: non ci sono scorciatoie nella fatica politica in materia di «società giusta». Accantonati gli abracadabra. Già lo diceva Max Weber: «la politica è un lento trapanare tavole dure».
Pierfranco Pellizzetti

BIBLIOGRAFIA MINIMA
D. BELL, The coming of postindustrial society, Basic Book, New York 1973.
R. BOUDON, Istruzione e mobilità sociale, Zanichelli, Bologna 1979.
J. DEWEY, Democrazia ed educazione, Sansoni, Firenze 2004.
J. GOLDTHORPE, “La meritocrazia dell’istruzione e i suoi ostacoli”, Stato &
Mercato 1/2008.
C. LASCH, La ribellione delle élite, Feltrinelli, Milano 1995.
M. WEBER, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino 1948

PRECARIETÀ
Già un decennio fa l’economista premio Nobel Paul Krugman definiva “globaloneria” quell’indebita mescola concettuale di globalizzazione reale e conseguenze immaginarie da cui discendono le ossessioni di una vera e propria retorica della competitività: l’idea ipotetica che “le vicende economiche di un Paese sarebbero determinate dal suo successo sui mercati mondiali”, a cui tutto dovrebbe essere sacrificato; dai diritti di cittadinanza ai fattori produttivi, in primo luogo il lavoro. La parola – tra il gentile e l’ammiccante – impiegata per raccontare la mattanza è “flessibilizzazione”.
In generale, vulgata ideologica assurta a “pensiero unico” nella stagione egemonizzata dal capitale finanziario che si agghindava nei panni del liberismo neocon: la perversa Fata Morgana smascherata nell’autunno del 2008, quando negli Stati Uniti si arrivò perfino a spedire in galera alcuni presunti titani di Wall Street.
Ciò nonostante, in quell’estrema periferia del sistema-Mondo chiamata Italia l’immenso imbroglio continua a imporre le coordinate al dibattito in materia economica e sociale.
A Pomigliano non meno che nel Nord Est dei distretti in caduta libera. Sicché l’uscita dalla crisi del nostro modello produttivo, ormai in totale esaurimento, imporrebbe una navigazione tra la Scilla della disoccupazione e la Cariddi della precarizzazione. Il tutto raccontato come ragionamento neutrale, con tanti saluti (ovviamente, compassionevoli) alle donne e agli uomini “concreti” che ne vivono sulla propria pelle le conseguenze disastrose; le vittime in crescita esponenziale del non innocente abbaglio di rappresentare le ricette economiche alla stregua di ferree leggi scientifiche, non quali armamentari comunicativi di una partita eminentemente politica.
Invece – adottando questa seconda chiave di lettura – la questione rivela un volto completamente diverso e ruota attorno al fatto che – ormai da alcuni decenni – il lavoro dipendente è stato sconfitto, poi rapidamente emarginato, quale attore significativo nel confronto democratico.
Ecco il punto da spiegare: come è stato possibile un esito di tal fatta?
La risposta va vista nella perdita della propria rappresentanza politica da parte dei ceti salariati. Ciò perché buona parte della Sinistra ha perseguito il proprio radicamento sociale (e di conseguenza il riposizionamento elettorale) in quelli che percepiva acriticamente come i soggetti vincitori della fase storica in atto: dai centri finanziari (virtualizzati eufemisticamente in “Mercati”) alle partite Iva. Una Sinistra che si era bevuta la parola d’ordine – solo in apparenza benevola – del “imprenditorializziamoci tutti” (l’imprenditore di se stesso quale novello Robinson Crusoe); mentre – per dirla con Zygmunt Ba
uman – “l’equivalente gestionale della liposuzione è diventato il principale stratagemma dell’arte manageriale”: snellire, ridimensionare, vendere. Nella beata indifferenza alla responsabilità sociale dell’impresa. Quella responsabilità che si tradusse in conquiste democratiche grazie alle grandi lotte novecentesche del lavoro.
Sia chiaro, il lavoro sindacalmente organizzato i suoi sbagli strategici li ha pure compiuti, già nel momento del suo massimo punto ascensionale. Come quando negli anni Settanta teorizzava con uno dei suoi leader più importanti – Bruno Trentin – l’obiettivo di orientare i profitti all’investimento irrigidendo l’occupazione.
Una sorta di illuminismo astratto che – in luogo dell’auspicata riqualificazione del sistema d’impresa – incentivò la proliferazione selvaggia del decentramento produttivo.
Certo, errori. Ma che non sono la causa dell’attuale marginalizzazione, che dipende – come detto – dal fatto che i lavoratori hanno perso la propria sponda nella politica. Sono stati oscurati come soggetto.
Questo oscuramento, lasciando campo aperto all’alternativa falsa (precarizzazione o disoccupazione), rimuove quella vera. Dunque, l’alternativa tra competere sui prezzi abbattendo i costi di produzione (in primo luogo l’occupazione) oppure conquistare spazio nelle fasce merceologiche più remunerative. Nel primo caso ci si confronta col Far East o Timisoara. E c’è da dubitare che tale collocazione sia compatibile con i livelli di qualità democratica propri di un paese evoluto. Nel secondo si ripercorrono le scelte – ad esempio e senza andare troppo lontano – compiute da un paese come la Germania, che decentra le lavorazioni a basso valore aggiunto ma tiene in casa la polpa di quelle altamente qualificate, che consentono di valorizzare anche dal punto di vista retributivo la propria manodopera.
Scelte ovviamente politiche, declinate in piani a medio termine basati su ricerca e innovazione, ma anche sul riconoscimento del giusto ruolo al lavoro.
Certamente operazioni difficili. Cui in Italia si preferisce l’immortale ricetta del “bastone e carota”.
Non si dica – però – che questa della mano libera nel licenziare/precarizzare sarebbe l’unica via percorribile. È solo quella più facile (oltre che regressiva).
Pierfranco Pellizzetti

(1 dicembre 2010)

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