Di Letta e di governo: per il reddito garantito?

Giuseppe Allegri

Nato il governo andreattiano di Letta, sotto il rigido controllo di Berlusconi, si prospettano tempi duri. Unica nota positiva: la nomina a ministro del Welfare dell’ex presidente Istat Giovannini, favorevole al reddito di cittadinanza. Si auspica coerenza e l’introduzione di questa norma di "civiltà" anche in Italia.

e Roberto Ciccarelli

“Ed ecco entrare sulla scena di questo teatro le centomila panacee dei nuovi sistemi elettorali, le famiglie di uccelli tropicali dei vari corporativismi, gli anelli fatali delle riforme credute di struttura, gli ippogrifi delle istituzioni di democrazia diretta, le brodaglie delle rieducazioni dei costumi, le dissolvenze delle riforme spirituali, e via di seguito”.
Massimo Severo Giannini (Prefazione a Il regime parlamentare di Georges Burdeau, Edizioni di Comunità, 1950)
Nel nome del padre


Che fossimo precipitati in un film in bianco e nero di convergenze parallele, novelli connubi catto-post-comunisti, unità nazionali di rigore e sacrifici fuori tempo massimo e tutte le altre centomila panacee dei consociativismi di “Letta e di sotto-governo” l’avevamo purtroppo capito già nell’autunno del 2011, quando le prove tecniche del “monopartitismo monopolista” venivano officiate dal presente e futuro Presidente della Repubblica, in servizio permanente effettivo. C’è sempre bisogno di un “buon padre di famiglia” che riporti un ragionevole ordine dopo i saturnalia berlusconiani e il pentimento quaresimale dei Professori. Chissà se poi succederà il figlio, affermato Professore giuspubblicista di autorevole scuola “cassesiana”. Del resto già Maurice Duverger parlava di “monarchia repubblicana”, con Charles de Gaulle, cinquant’anni fa, o giù di lì. Noi arriviamo sempre un po’ dopo.

Di Letta e di governo

A poco serve che questa ulteriore svolta da “unione sacra” sia officiata dal suddetto giovane democristiano (che riesca a superare il complesso di inferiorità rispetto allo Zio?), accompagnato da altrettanto giovani e nazional-popolari Ministri e Ministre, spesso invisi ai corpaccioni molli dei rispettivi partiti di maggioranza relativa e soprattutto ai loro segretari.
Quel che rimane della sinistra ha sbagliato tutto il possibile, dentro il ventennio berlusconiano e nell’illusione della sua fine, affidandosi al “rigore montiano” e alla trimurti depressiva Bersani-Gotor-Fassina per non vincere un’elezione ritenuta già vinta, regalare voti ai pentastellari, quindi far rimpiangere i democristiani di ogni colore e latitudine, nella loro pretesca aspirazione a includere tutti.

E così Berlusca passa all’incasso, proponendosi come il “garante di Letta e di governo”, imponendo il suo ricatto permanente e lanciandosi col gemello diverso tardo-comunista nel “dalemone” della prossima Convenzione costituzional-costituente, vero giochino per i due strateghi e capipopolo in erba (redivivi Masaniello e Cola di Rienzo post-moderni?), pronti a deliziarci con le “riforme credute di struttura”, dopo trent’anni di immobili Commissioni bicamerali (da quella Bozzi, spirata proprio trent’anni fa, nel 1983, a De Mita-Iotti, fino al precedente D’Alema-Berlusconi, con il “patto della crostata” a casa di Letta senior – “lo Zio” – 1996, Cossiga Presidente: siamo sempre lì! Ogni volta in scala ridotta!).

L’eterno ritorno del connubio paternalista e familista. È una coazione a ripetere che inchioda da secoli questo Paese al paternalismo familista dell’arco costituzionale virato nel partito unico del “tutti al Governo”. Da sempre Santa Romana Chiesa, l’altro ieri Cavour-Rattazzi, ieri Berlinguer-Moro, oggi il Presidente nell’atto del “lasciate che i bimbi” assai popolari (nel senso di Partito popolare) e timidamente democratici (nel senso di un partito che non esiste più) imitino i loro Padri Costituenti, soprattutto nell’austero grigiore, tinto da svolta epocale. “Parlerò con il linguaggio sovversivo della verità”, ci ammonisce il giovane Letta in versione “Foucault light”, perché i suoi giovani e “andreattiani” (non “andreottiani”, sia chiaro!) ghostwriter qualcosa avranno pur letto in tutti questi anni di seminari, convegni, incontri, workshop tra Arel e veDrò (forse “il Petrucciani” lasciato sul comodino dal Trota Renzo Bossi: le convergenze possono essere davvero infinite!).

Il reddito di base, minimo e garantito, contro la miseria e il paternalismo. In questa eterna strettoia di miseria e paternalismo intergenerazionale, gigantesca macchina di asservimento alla depressione individuale, sociale ed economica che appesta le nostre vite, finanche il Governo Letta potrebbe riservarci qualche sorpresa inaspettata. A partire dalla sua durata, che potrebbe giungere a tutto il prossimo anno, per chiudere il semestre italiano di presidenza dell’Unione europea (luglio-dicembre 2014). E in questo non disprezzabile lasso di tempo lo stesso Presidente del Consiglio è consapevole che si debba partire dall’adozione di politiche sociali per invertire la tendenza austera e recessiva, per combattere povertà, esclusione e marginalità sociale, andando però abbastanza oltre il monito contenuto nel discorso di insediamento: “studiare forme di reddito minimo per famiglie bisognose con figli”.

Per fortuna, forse, nel suo Governo c’è Enrico Giovannini, Ministro del Welfare, favorevole al reddito di cittadinanza, già Presidente ISTAT e autorevole studioso che noi tutti conosciamo da tempo e che proprio in questi giorni presenta presso HubRoma, spazio di coworking, la possibilità di misurare l’indice del Benessere economico e sociale di una società. Ebbene Enrico Giovannini in un’audizione parlamentare del febbraio 2012, osservò che l’Italia è il Paese europeo a maggiore rischio di povertà ed esclusione sociale, perché «è tra i pochi paesi europei a non disporre di uno strumento specifico di lotta alla povertà, quale ad esempio il reddito di cittadinanza e non appare casuale l’effetto contenuto dei trasferimenti sociali».

Il reddito di base inteso come un nuovo diritto universale alla vita degna, per l’autodeterminazione individuale e collettiva, per combattere la violenza della crisi con le armi di una politica realmente inclusiva e garantista. C’è una proposta di legge di iniziativa popolare per il Reddito Minimo Garantito consegnata nelle scorse settimane alla Camera dei deputati da oltre 170 tra associazioni e movimenti, alla presenza di Deputati PD, SEL, M5S, con tanto di relazione sulla sua sostenibilità finanziaria.

Sembra un bagno di ragionevole pragmatismo impegnarsi per adottare una legge che preveda il nuovo diritto fondamentale a un reddito minim
o garantito, per poter condurre una vita fuori da una condizione di povertà e miseria, dentro le possibilità di sfuggire ai ricatti della malavita e della guerra tra poveri, piuttosto che all’elemosina di qualche santo in paradiso, sempre corrotto e vessatorio. Sarebbe un segnale di fiducia: di investimento sull’autonomia delle persone, per far ripartire le speranze di un Paese pericolosamente sospeso sul precipizio di un default sociale, che attanaglia le vite di milioni di persone. È anche un modo per scrollarsi di dosso la patina di paternalismo che rischia di incatenare questo Governo alle bizze dei senior, dentro e fuori i partiti. Il reddito di base, come volano antidepressivo per il Governo, il Paese e soprattutto le persone in difficoltà: una piccola, grande rivoluzione per via parlamentare, piuttosto che la solita, stantia, retorica sugli ippogrifi delle “riforme istituzionali”. È forse pretendere troppo?

(3 maggio 2013)



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