Di Pietro e Berlusconi, così lontani così vicini

Emilio Carnevali

, Liberazione, 15 giugno 2010

Nella sua celebre conferenza del 1919 La politica come professione Max Weber definisce le tre qualità che possono dirsi “sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza”. Quest’ultima caratteristica è ciò che permette al vero politico di non confondersi con quei “dilettanti della politica che semplicemente si agitano a vuoto”. In tal senso la politica ha a che fare tanto con la dedizione appassionata a un causa, quanto con un processo ragionato e sottile di confronto dialettico con la realtà: è la politica intesa come “lento trapanare tavole dure” che ci rimanda alla tangibile “materialità” dei rapporti sociali e della loro concreta articolazione nella prospettiva del mutamento.

Il “fenomeno Berlusconi” viene spesso analizzato senza quella “lungimiranza” necessaria ad intravederne la filigrana culturale, sociale, antropologica, a cogliere il fitto intreccio fra ordine simbolico e dinamica degli interessi che attraversa quel mondo e giustifica un successo politico altrimenti inspiegabile per i “palati fini” di un certo ceto medio riflessivo.
La medesima assenza di lungimiranza è anche alla base dell’errore in cui incorre l’opposizione antiberlusconiana (tanto nelle sue forme partitiche quanto nelle sue componenti di società civile organizzata) quando affida le sorti della propria controffensiva agli “abracadabra comunicazionali” e al variegato star system dell’industria dell’indignazione. Da questa tesi trae le mosse l’ultimo saggio di Pierfranco Pellizzetti Fenomelogia di Antonio Di Pietro (manifestolibri, pp. 159, euro 18). Un libro che prende a pretesto l’ambiguità del personaggio Di Pietro e della sua parabola politica per parlare della crisi della democrazia italiana, del suo progressivo sfilacciamento fra le morse di populismi apparentemente opposti ma sostanzialmente complementari.

Secondo Pellizzetti Silvio Berlusconi ed Antonio Di Pietro sono più simili di quanto i loro ruoli di irriducibili antagonisti possano far pensare: “La verità è che i due miracolati della Seconda Repubblica – il riccone e il magistrato del popolo – sono espressione della stessa mentalità di destra. Precisando che nel loro caso non si tratta di un pensiero compiuto, con precisi riferimenti culturali e ideologici (entrambi dichiarano di detestare gli ‘ismi’; e – tra l’altro – Di Pietro avrà modo di confessarlo: ‘A volte non capisco appieno nemmeno il significato di questa desinenza’). Semmai Destra ‘profonda’” che si estrinseca in un miscuglio casereccio di “ipermoderno mediatico” e “contenuti premoderni”: “Per Di Pietro, l’iconografia di un Ordine occhiuto e repressivo del tempo che fu; tipo i carabinieri in alta uniforme e baffi a maniglione che portano via in ceppi il reprobo Pinocchio. Per Berlusconi un vitellonismo machista e un individualismo anarcoide malamente americanizzati”.

L’affinità fra il capo della destra italiana e l’eroe di Mani Pulite si era del resto palesata in esplicita e reciproca simpatia all’inizio delle loro vicende politiche. Ancora nel 1995 il futuro leader dell’Italia dei Valori dichiarava alla Repubblica: “Berlusconi sa – anche per averglielo confidato io direttamente – come mi senta vicino col cuore agli elettori di Forza Italia. Ho detto a lui ciò che è sotto gli occhi di tutti: molti cittadini italiani hanno dato fiducia a questa nuova formazione politica appunto perché dava l’impressione di rappresentare una svolta nel panorama politico italiano… Questo desiderio di rinnovamento ha contagiato molti e, confesso, anche me”.

La fascinazione per Di Pietro da parte di tanta parte di elettori italiani di sinistra si colloca per Pellizzetti entro quella tendenza al “bisogno di eroi, sempre più evidente oggigiorno, che dalle nostre parti ha finito per arrestare il disincantamento della Modernità: l’idea kantiana de ‘l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso’ formulata nel celebre saggio Che cos’è l’illuminismo del 1789”.

Il libro esce contemporaneamente ad un altro volume della manifestolibri che ha fatto molto scalpore, quello di Alessandro Dal Lago dedicato a Roberto Saviano, Eroi di carta. Il ragionamento da cui parte Dal Lago non è troppo dissimile da quello sotteso al libro di Pellizzetti e rimanda al pericolo contenuto nella trasformazione del “conflitto politico in una dimensione morale e moralistica fondamentalmente diversiva e consolatoria” (parole di Dal Lago), oltre che alle conseguenze deresponsabilizzanti della logica dello star system introiettata negli ambienti antiberlusconiani.

La differenza sta però nel bersaglio, ed è una differenza non di poco conto. Saviano, a parere di chi scrive, non incarna affatto posizioni “unanimistiche ed apolitiche” (per quanto lui stesso tenda spesso a presentare la sua battaglia come una battaglia prepolitica nel nome del concetto trasversale della legalità). In Gomorra è contenuta una ricostruzione dei processi dell’accumulazione capitalistico-criminale nel Mezzogiorno italiano (e non solo) che attinge a categorie di analisi non derubricabili a semplice epopea fumettistica dei buoni contro i cattivi. Epopea che invece informa chiaramente la narrazione dipieterista, così da rendere l’analisi di Pellizzetti più convincente.

(15 giugno 2010)

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