Dialogare con questa Lega?
Emilio Carnevali
Scandalizzarsi per l’intervista rilasciata da Pier Luigi Bersani alla Padania è sbagliato. Come sbagliata è stata l’iniziativa del segretario del Pd, nel merito e nella tempistica. Ma andiamo con ordine. Che la Lega Nord sia – piaccia o non piaccia – un “grande partito popolare” è un dato di fatto. La storica definizione di Massimo D’Alema del movimento leghista – “costola della sinistra” – è stata fin troppo criticata per richiamarla ancora una volta in questa sede: il leghismo ha un’anima profondamente di destra costituita dall’efficace mix fra la retorica tradizionalistico-identitaria (con forti venature xenofobe) e polemica anti-Stato e anti-tasse modello “Radicchio Party” (volendo instaurare un parallelo con la destra ultraradicale che furoreggia oggi dall’altra parte dell’Atlantico sotto le insegne del “Tea Party”, guidata da leader populisti che nulla hanno da invidiare al nostrano Mario Borghezio).
Eppure ci sono molti posti in Europa dove i movimenti autonomisti non hanno affatto una connotazione “di destra” o di “estrema destra” (pensiamo ad esempio al caso della Catalogna). L’illusione di una possibile costituzionalizzazione della Lega all’indomani della sua rottura con il “Mafioso di Arcore” (copyright di Umberto Bossi) nasceva proprio dalla profonda ambiguità che ha animato, quantomeno nella sua stagione aurorale, quel movimento. Bossi e i suoi, è bene ricordarlo, erano in prima fila a sostegno dei giudici di Mani Pulite e l’orgoglio per “l’onestà” e la “competenza” dei propri amministratori locali è da sempre un tratto distintivo della Lega.
Come un tratto distintivo del movimento – e questo è il punto davvero più importante, al quale ogni dirigente politico della sinistra dovrebbe prestare attenzione – è la sua profonda penetrazione all’interno degli strati popolari e di quel variegato “mondo del lavoro” che dovrebbe essere il bacino naturale dei consensi della sinistra. Quest’anno chi scrive ha partecipato al tradizionale raduno leghista di Pontida. Bastava un rapido sguardo alle facce, alle mani, ai vestiti e ai sorrisi dei militanti per accorgersi che quello è un pezzo importante di “popolo” al quale dovrebbe guardare le forze eredi del movimento operaio come il Pd (la nota sui sorrisi non è affatto marginale: la dentatura di uomini e donne di una certa età che non possono permettersi le costosissime cure di un dentista nel “ricco Nord-Est” è ciò che balza agli occhi con più evidenza rispetto alle coltissime piazze del Popolo Viola traboccanti di “ceto medio riflessivo”).
Qualche mese fa il sito di Micromega ha pubblicato una molto acuta di Angelo D’Orsi sul fenomeno leghista. Verso la conclusione del suo articolo il professore ha citato il Corso sugli avversari tenuto da Palmiro Togliatti a Mosca nel 1935 ai militanti comunisti italiani là rifugiati (ovviamente gli avversari erano i fascisti, gente niente affatto più tenera dei leghisti, specialmente in una dittatura nella quale deteneva tutti i poteri). «Quelle lezioni» scriveva D’Orsi, «offrono insegnamenti utili anche per confrontarsi con il presente e con le sconfitte, ormai a ripetizione, della sinistra italiana. Quegli insegnamenti si possono ridurre a due: 1) non confondere le organizzazioni con i loro aderenti, dunque i partiti avversari con coloro che li votano; 2) non disprezzare questi ultimi. E, in generale, studiare con attenzione, senza pregiudizi, gli avversari, per capirli. Dunque, prenderli sul serio (insegnamento, peraltro, assolutamente gramsciano). Cosa che a lungo il movimento antifascista non fu in grado di fare verso il mussolinismo».
Questa lunga premessa era volta a suggerire che non c’è nulla di scandaloso nel fatto che un dirigente della sinistra cerchi di instaurare un dialogo con quel settore di società. Oggi, però, il simpatico Bersani – originario, come ricordano i giornalisti della Padania, di Bettola: «Tremila anime nel Piacentino, Lega al 35%» – ha sbagliato i tempi e i modi. Questa riforma federalista è una riforma pessima, che va contrastata. E il berlusconismo è un sistema di potere in crisi. C’è una grande sottovalutazione della propria forza e una enorme sopravvalutazione della forza dell’avversario dietro a questo tentativo di usare la Lega come grimaldello per forzare nel Palazzo una crisi che va fatta maturare nella società.
La fiducia nei confronti di Berlusconi è ai minimi dal 2005. Meno di un terzo degli italiani valuta positivamente l’operato del presidente del Consiglio. Quasi la metà dei nostri concittadini ritiene vere le accuse che gli sono state rivolte e pensa che si dovrebbe dimettere. Secondo una recente rilevazione illustrata domenica da Ilvo Diamanti su Repubblica se si votasse oggi la destra (Pdl+Lega) uscirebbe sconfitta sia contro una Grande Alleanza di opposizione (da Fini alla sinistra radicale), sia contro un centro-sinistra “puro” (Pd+Idv+Sel+FdS) in una competizione a tre (destra, centrosinistra, terzo polo). A questo punto ciò a cui dovrebbero dedicare ogni energia i dirigenti della sinistra è un progetto credibile di alternativa al “berlusconismo” oltre che a Berlusconi. Con gli eccessivi tatticismi si sono già bruciati le mani una volta: ricorda qualcosa la “Commissione bicamerale per le riforme istituzionali?”.
(15 febbraio 2011)
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