DIARIO AFGHANO /10 – 9 dicembre 2010
Giuliano Battiston
Qandahar 9 dicembre – La guerra, in Afghanistan, continua senza interruzioni. Basta mettere piede all’aeroporto di Qandahar, per rendersene conto. Lungo lo stesso tratto di asfalto, sulla stessa pista, si alternano i pochi voli civili che raggiungono Kabul, e i tanti voli militari che colpiscono le aree più diverse dell’Afghanistan del sud. A decollare, cacciabombardieri roboanti, droni silenziosi, elicotteri di varie dimensioni. In lontananza, grandi depositi di materiali di rifornimento, militari in tenuta da jogging che sgambettano indifferenti, e i tanti truck che fanno la spola tra il Kandahar Air Field7 KAF (secondo il linguaggio della Nato) e le altre basi militari o gli avamposti delle truppe internazionali delle province di Qandahar, Helmand, Nimruz, Zabul. Perché se l’ottanta per cento di ogni spillo destinato alle forze straniere arriva in Afghanistan via terra (si veda il Diario afghano del ), il restante venti per cento lo fa per via aerea. E i due principali hub di smistamento sono la base di Bagram, a pochi chilometri da Kabul (visitata recentemente dal presidente
Obama, si veda il Diario afghano del ), e quella di Qandahar.
Intorno alla base di Qandahar c’è un fiorente business. Fatto di contratti per il trasporto dei materiali, di agenzie di sicurezza che devono garantirne l’arrivo a destinazione, di mazzette pagate agli “insurgents” per averne la certezza. In ognuno di questi traffici pare sia invischiato Ahmed Wali Karzai, fratello del presidente afghano, già accusato in passato di essere coinvolto nel commercio di droga. Secondo uno dei documenti resi pubblici da Wikileaks nei giorni scorsi, in questi anni Wali Karzai – presidente della Shura provinciale – avrebbe costituito un solido network di alleanze, con cui espandere e consolidare il potere del clan Karzai. In città si racconta che, per mantenere lo status di padre-padrone di Qandahar, Wali Karzai non avrebbe problemi a negoziare con chiunque, che si tratti degli uomini della Cia o dei talebani. Che in questa parte del paese la fanno ancora da padroni.
Qandahar è infatti il cuore del movimento talebano, sin dalla sua nascita. E’ da qui che, nel 1994, gli studenti coranici hanno iniziato la loro marcia su Kabul. E’ qui, in pieno territorio pashtun, che i turbanti neri registrano un consenso ancora molto ampio (oltre a ricevere più direttamente l’assistenza dei potenti servizi segreti pakistani). Ed è qui che mettono in pratica una delle loro strategie militari: gli agguati mirati alle forze governative e a quanti collaborano con gli “infedeli invasori”. Una strategia non nuova, secondo Alex Strick van Linschoten, giornalista e ricercatore, residente per molti mesi all’anno proprio a Qandahar, autore insieme a Felix Kuehn di My Life with the Taliban, autobiografia di uno dei pezzi da novanta della vecchia guardia dei talebani, Mullah Abdul Salam Zaeef, tra i fondatori del movimento dei turbanti neri e già ambasciatore talebano in Pakistan. Secondo van Linschoten, le campagne di omicidi politici andrebbero avanti già da diversi anni, mentre risalirebbe all’inverno 2009 la decisione di trasferire in città molti nuovi simpatizzanti o supporter (e di galvanizzare con la propaganda quelli già presenti). A questa strategia di lungo termine, si affiancherebbe poi un ripiegamento tattico: incalzati dalle operazioni militari condotte dagli americani nelle scorse settimane nei distretti periferici della provincia di Qandahar, i talebani avrebbero puntato nuovamente a infiltrarsi nel tessuto cittadino, approfittando del caos di una città da un milione di abitanti. Osservando la cartina realizzata e distribuita da Anso – l’agenzia che fornisce aggiornamenti sulla sicurezza alle organizzazioni non governative che operano in Afghanistan – il quadro appare chiaro: ogni singolo punto della mappa cittadina è segnato dal simbolo di un’esplosione, di maggiore o minore entità, e a rimanerne fuori è solo il vero e proprio centro cittadino. Nei mesi di ottobre e novembre, secondo i dati Anso, ci sarebbe stato un “incidente” al giorno.
Passeggiando per la città, ci si accorge però che l’atmosfera è più rilassata di quanto non fosse solo alcune settimane fa. Per le strade del centro, su Spin Spoldak Sarak, oppure sulle stradine tortuose della città vecchia, subito alle spalle della rotonda Shaheedan, le attività quotidiane proseguono normalmente. Con animate vendite di frutta e verdura, concitate discussioni sui prezzi degli articoli d’abbigliamento provenienti dal vicino Pakistan, drappelli di uomini in attesa di una chiamata di lavoro a giornata. Che probabilmente non arriverà.
I comandi militari americani annunciano soddisfatti che la ritrovata tranquillità è il risultato delle operazioni compiute nei mesi scorsi. Che avrebbero seriamente compromesso la “presa” dei talebani in zona. Per il generale Carter, comandante delle truppe Isaf del Regional Command South, oggi il governatore della provincia di Qandahar, Toryalai Wesa, sarebbe in grado di percorrere in sicurezza i 40 km che dividono Qandahar dalla base avanzata di Howz-e Madad, mentre “solo tre settimane fa la cosa avrebbe portato alla catastrofe”. Per il generale Richard Mills, comandante dei ventimila marines presenti nella provincia di Helmand, “le condizioni sono tali che in certe parti della provincia siamo ora in grado di trasferire un’ampia porzione di responsabilità nell’ambito della sicurezza agli stessi afghani”. Mentre il colonnello Arthur Kandarian, della base avanzata di Howz-e-Madad, ai giornalisti che mercoledì scorso accompagnavano il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Robert Gates, ha detto: “quattro mesi fa non avreste potuto volare fin qui senza che ci scappasse qualche sparatoria”. I militari a stelle e strisce, dunque, si mostrano soddisfatti. Lo stesso Robert Gates, tornando in patria dopo una visita nelle turbolente province di Qandahar ed Helmand, ha sostenuto di portare con sè notizie rassicuranti. Che serviranno a elaborare la nuova strategia sulla guerra afghana del presidente Obama, che verrà resa pubblica per fine dicembre-inizio gennaio.
Le dichiarazioni ufficiali cozzano però con le voci raccolte a Qandahar. Dai giornalisti ai rappresentanti delle organizzazioni non governative, dai commercianti alla gente di strada, tutti credono che il ridimensionamento dei talebani sia soltanto provvisorio. Quella dei talebani, ripetono tutti, è una guerriglia “stagionale”: nei rigidi mesi invernali – che qui in Afghanistan si fanno sentire con tutto il loro peso di temperature molto al di sotto dello zero, nevi sparse un po’ su tutto il paese, collegamenti interrotti – gli “insurgents” si prendono una pausa. Che spesso serve a ridefinire con più accortezza movimenti, modalità d’azione, piani di infiltrazione e reclutamento per la nuova stagione di combattimenti, che riprenderà non appena si scioglieranno le nevi. Ghulam Muhammad Masoomi, tra i più conosciuti (e minacciati) giornalisti di Qandahar, la pensa così: “altro che vittoria delle forze internazionali. I talebani stanno semplicemente prendendosi la solita pausa invernale. Sfido i portavoce militari a mantenere quel tono trionfale anche la prossima primavera, quando i talebani torneranno a farsi sentire”.
A confermare le parole di Masoomi, anche una f
onte autorevole come il think tank International Crisis Group, che il 28 novembre ha pubblicato un nuovo rapporto sull’Afghanistan dopo quello, fortemente critico, sulle falle del sistema giudiziario (Reforming Afghanistan’s Broken Judiciary). Nel nuovo rapporto, Afghanistan: Exit vs Engagement, si dice chiaramente: “Mentre il successo viene misurato con il numero di insorti uccisi o catturati, ci sono poche prove che le operazioni (militari, ndr) abbiano interrotto il momentum dell’insorgenza o aumentato la stabilità. La storia raccontata non coincide con i fatti sul terreno”. E ancora: “in Afghanistan manca ancora una coerente strategia di sicurezza nazionale, polizia ed esercito afghani rimangono pericolosamente frammentanti e altamente politicizzati. D’altro lato, nonostante pesanti perdite sul campo, i gruppi di insorti stanno trovando nuove reclute nelle terre di confine con il Pakistan, espandendosi dal Khyber Pakhtunkhwa e dalle Federally Administered Tribal Areas (FATA) al Belucistan, utilizzando la regione per formare nuovi gruppi, riorganizzarsi e riarmarsi, con il supporto e il coinvolgimento attivo di Al Qaeda, di gruppi jihadisti pakistani e dell’esercito pakistano”. Per poi aggiungere: “Questo vantaggio strategico ha consentito all’insorgenza di proliferare in quasi ogni angolo del paese. Contrariamente alla retorica degli Stati Uniti del cambio di momentum, dozzine di distretti sono ora sotto stretto controllo talebano”. Proprio ieri, un gruppo di studiosi, giornalisti, ricercatori impegnati da anni con il rompicapo afghano – tra cui Ahmed Rashid, Gilles Dorronsoro, Antonio Giustozzi, Anatol Lieven, lo stesso Alex Strick van Linschoten – ha reso pubblica una lettera aperta destinata al presidente Obama: la guerra sta costando agli Stati Uniti un mucchio di soldi – 120 miliardi di dollari all’anno –, un costo insostenibile sulla lunga distanza, a cui non corrispondono risultati effettivi: “sul terreno la situazione è molto peggiore di un anno fa, perché i talebani hanno fatto progressi in tutto il paese”; “la campagna militare sconfigge, localmente e temporalmente, i sintomi della malattia, ma non fornisce una cura”; “è tempo di inaugurare una strategia alternativa che permetta agli Stati Uniti di uscire dall’Afghanistan salvaguardando i suoi legittimi interessi di sicurezza. La leadership talebana ha dimostrato la volontà di negoziare, ed è nei nostri interessi dialogare con loro”.
Sebbene con parole diverse, lo ribadisce anche Ghulam Masoomi: “in questa zona del paese, le aree sotto il controllo talebano stanno crescendo, non diminuendo. D’altronde, le ragioni per unirsi ai movimenti antigovernativi non mancano: la gente non ha visto alcuna ricostruzione; i contadini vengono accusati di essere sostenitori dei talebani, e spesso arrestati, i loro campi distrutti dai bombardamenti, gli innocenti uccisi. La gente di qui non conosce le ragioni di tanta sofferenza: si vedono bombardare, senza capire quali colpe abbiano. Per loro gli stranieri non portano la pace, sono quelli che uccidono a casaccio, che demoliscono le case”.
Afghanistan Rights Monitor (ARM), un’organizzazione indipendente con sede a Kabul che promuove la cultura del diritto e compie ricerche sul campo, alcune settimane fa ha accusato le forze Isaf/Nato guidate dal generale David Petraeus di “aver distrutto con i bombardamenti aerei centinaia di case di civili” durante le operazioni militari intorno a Kandahar, “oltre ad aver violato i più elementari diritti umani”. Secondo la testimonianza di Ajmal Samadi, il giovane direttore di Afghanistan Rights Monitor che ho incontrato a Kabul, i distretti più colpiti sarebbero quelli di Arghandab, Panjwai, Zheray e Daman. Gli abitanti di questi distretti hanno denunciato l’uso indiscriminato dei bombardamenti aerei: “sono andate distrutte case, giardini, campi coltivati – mi ha spiegato Samadi –. I militari hanno adottato consapevolmente la politica della distruzione delle case in cui credono si nascondano i talebani o i materiali con cui costruiscono gli ordigni rudimentali, senza alcuna verifica preliminare. Inoltre, non è stata fornita assistenza alle persone le cui case hanno subito danni o sono state demolite: l’aiuto alla ricostruzione, prima promesso, non è stato mantenuto, e anche le ricompense ‘monetarie’ tardano ad arrivare”. I militari americani avrebbero poi “fatto irruzione nelle case senza tener conto delle norme di condotta locali, della presenza di donne e bambini, un atteggiamento che viola le tradizioni afghane, che impongono il rispetto dell’ambiente domestico privato”.
All’immediata difesa d’ufficio del generale Jozef Blotz, portavoce dell’Isaf, che si è affrettato a definire “semplicemente falso” il documento di ARM, ha però fatto seguito un’intervista al Washington Post del presidente Karzai, che ha dichiarato: “è arrivato il momento di ridurre le operazioni militari” e “l’intrusività nella vita quotidiana afghana”, evitando in particolare i raid notturni: “non mi piacciono per niente e non piacciono per niente al popolo afghano”, ha sostenuto il “sindaco di Kabul”, facendo infuriare il generale Petraeus, capo delle forze Isaf-Nato in Afghanistan, a cui si deve la decisione di ricorrere in modo massiccio alle incursioni aeree, dopo la temporanea riduzione voluta dal suo predecessore, Stanley McChrystal.
Gli effetti delle lunghe settimane di operazioni militari sono stati drammatici, afferma Ajmal Samadi, i cui collaboratori hanno registrato un incremento esponenziale delle vittime civili dall’inizio delle operazioni, lo scorso giugno. Si dice preoccupato anche Mohammed Anwar Imtiyaz, coordinatore regionale di Afghan Development Association – un’associazione che da vent’anni lavora in 14 province del Sud del paese nei settori dell’educazione e dell’agricoltura. Secondo Imtiyaz, “la situazione degli scorsi mesi è stata disastrosa quanto a vittime civili e al numero di persone che sono state costrette ad abbandonare le proprie case, senza avere alternative vere, se non quella di fermarsi ai bordi di Qandahar. Ma con il freddo le cose si complicano per tutti”.
All’ospedale regionale Mirwais di Qandahar uno degli infermieri dell’accettazione mi conferma la preoccupante crescita delle vittime e dei feriti civili. E’ un ragazzo di poco più di vent’anni, arrivato da qualche mese dal Badakhshan, una provincia nel nord-est del paese. Preferisce non rivelare il suo nome (“qui a Qandahar non si sa mai”), e spiega: “sei fortunato a essere capitato in un periodo come questo. Fino a qualche tempo fa il reparto di chirurgia d’emergenza era sempre affollatissimo, lavorava a pieno ritmo. Ora però i combattimenti si sono interrotti, e anche noi cominciamo a respirare un po’”. “E’ la guerra, non c’è niente da fare – sostiene uno dei chirurghi, al primo piano dell’ospedale, prima di entrare in sala operatoria –: arrivano pazienti colpiti da bombe, mine, combattimenti vari, che siano civili, talebani o membri di Al-Qaeda, non spetta certo a noi stabilirlo. Noi ci limitiamo a fare il nostro lavoro: operiamo e basta”.
Oltre alle urgenze della guerra, l’ospedale Mirwais – che gode dell’assistenza del qualificato personale del Comitato internazionale della Croce rossa – soffre indirettamente della mancanza di strutture sanitarie nel raggio di chilometri e chilometri (a eccezione dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah). I pazienti arrivano da cinque diverse province, Nimruz, He
lmand, Zabul, Uruzgan e, appunto, Qandahar. Quando riprenderà la stagione dei combattimenti intensi, e delle inevitabili vittime civili, l’infermiere del Badakhshan non sarà più qui. “Mi fermo solo per un periodo di prova. E forse è meglio così. Alle armi, io preferisco di gran lunga la penna, mi diletto a scrivere”, spiega. Anche a Qandahar, fulcro della lotta armata talebana, luogo di ortodossie religiose e di traffici illeciti sotterranei, ci sono molti ragazzi che la pensano come lui. E che tra mille difficoltà mantengono viva la tradizione di una città che nei secoli passati ha reso possibili scambi culturali e sincretismi religiosi.
Ma questa è un’altra storia. Da raccontare in uno dei prossimi aggiornamenti del .
(11 dicembre 2010)
| Condividi |
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.
