DIARIO AFGHANO /11 – 16 dicembre 2010
Giuliano Battiston
Anche a Qandahar, fulcro della lotta armata talebana, luogo di ortodossie religiose e di traffici illeciti, ci sono molti ragazzi che mantengono viva la tradizione di una città che nei secoli passati ha reso possibili scambi culturali e sincretismi religiosi. Nell’ del Diario afghano avevo promesso di parlarne. Qui di seguito, alcune note a proposito.
Cominciamo con qualche dato: poche settimane fa, nei malmessi edifici dell’università di Qandahar si sono tenuti gli esami di ammissione grazie ai quali gli studenti più bravi (ma, c’è chi lamenta, soprattutto “i più raccomandati e meglio paganti”) potranno accedere a diverse università afghane. Nel 2006, a presentarsi alle selezioni qui a Qandahar erano stati 250 candidati. Questa volta, quasi 1700, tra cui 132 donne. A sottolineare con soddisfazione l’incremento dei partecipanti è Maroof Hamdard, giovane giornalista radiofonico. Maroof condivide con Sadiq Rishtinal una minuscola stanza al terzo piano di un edificio a pochi passi dalla rotonda Shaheedan, tra i principali punti di riferimento del centro cittadino. Due tavoli di legno compensato, un piccolo materasso in terra per i momenti di stanchezza, due computer portatili e una connessione internet. Tutto quello che serve per lavorare come corrispondenti locali per Radi Azadi, branca locale di Radio Free Europe, la radio finanziata dal Congresso degli Stati Uniti attraverso il Broadcasting Board of Governors, guardata con sospetto dalle comunità locali più tradizionali. Che l’accusano di voler veicolare contenuti estranei, se non contrari, alla cultura di questa zona pashtun, e di giustificare la presenza delle truppe internazionali. Maroof Hamdard respinge al mittente le accuse: “la nostra è una radio che copre prevalentemente l’aria della provincia di Qandahar e in parte quella di Uruzgan – spiega -, ed è solo uno strumento per provare a raccontare le cose che accadono qui. Altro che propaganda. Ci occupiamo dei problemi di ogni giorno, dalla sicurezza alle questioni economiche, dalla ricostruzione al quadro politico. Soprattutto, ci interessiamo al mondo dei giovani”.
Ai giovani dice di rivolgersi anche Ahmad Azaad, giovane manager di Radio Killid, un network di informazione con sedi a Kabul, Khost, Gazni, Mazar-e-Sharif, Jalalabad, Herat, Qandahar e corrispondenti in ognuna delle 34 province afghane. “E’ la situazione del paese, con un passato tormentato e un tessuto sociale da ricostruire, che richiede la presenza di strumenti di informazione come la radio, con la sua facilità d’accesso. Trasmettiamo ogni settimana 34 programmi, con contenuti differenti, ma con un obiettivo comune: far crescere la consapevolezza della gente rispetto alla società in cui vive, la conoscenza dei doveri e delle responsabilità che ha ciascun cittadino. Ci rivolgiamo in particolare a due generazioni: quella che va da 20 ai 30 anni circa, e quella degli adolescenti, che vivono una fase di maturazione così essenziale proprio in questi anni difficili. Queste due generazioni non hanno vissuto che guerra, e io stesso, rifugiato con la mia famiglia in Pakistan, per molti anni non ho avuto altro davanti agli occhi. Con la radio possiamo influire sul loro modo di pensare, mostrare ciò che accade altrove, spingere i cittadini a riconoscere lo scarto che c’è tra l’Afghanistan e altri paesi, così da invogliarli a cambiare le cose. Proviamo a far vedere che, oltre alla guerra, esiste qualcos’altro”. Il lavoro, però, non è facile, in un’area in cui i combattimenti tra movimenti antigovernativi e truppe internazionali sono ancora all’ordine del giorno, e dove ogni nuova iniziativa, anche editoriale, viene sottoposta a un lungo scrutinio, prima di essere accolta senza riserve: “per chi, come noi, non lavora nè per il governo, nè per puro interesse economico-commerciale, ma per soddisfare un bisogno della comunità, le cose non sono semplici. Cerchiamo di fare il nostro lavoro con onestà, ma le pressioni sono tante. Qualche tempo fa, per esempio, il nostro network ha reso pubblica un’inchiesta che svelava i meccanismi, spesso opachi, con cui vengono nominati i governatori delle province, che godono di molto potere in Afghanistan. Le lamentele sono arrivate immediatamente. In aree come quella di Qandahar, poi, fare il mestiere del giornalista è molto difficile: le minacce arrivano da più parti, dalle gang criminali, da alcuni capo-villaggio, che non gradiscono pubblicità sui traffici che coprono o sugli abusi che compiono, dai talebani ovviamente, dai rappresentanti governativi. In parte riusciamo a evitare questi pericoli perché, rispetto alle radio che sono alla ricerca esclusiva di notizie di guerra, noi ci preoccupiamo di raccontare la rinascita del paese. Non il passato, dunque, ma il futuro che verrà. A cui crediamo di portare un piccolo contributo anche noi, con Radio Killid”.
Al futuro dell’Afghanistan guarda anche Zaman Raofi, coordinatore per l’area di Qandahar di Afghan Human Rights Organization. La cultura dei diritti, spiega nella sede dell’organizzazione, “è recente per l’Afghanistan. Non esisteva nè sotto il regime comunista, nè nel periodo dei mujaheddin e tanto meno quando al potere c’erano i talebani. Per questo il lavoro da fare è tanto. Spesso anche le istituzioni governative, sopratuttto in aree come questa, non ne riconoscono l’importanza. Io vengo da Kabul, e ho avuto modo di lavorare cinque anni a Mazar-e-Sharif, una città molto aperta sotto questo punto di vista.
A Qandahar la situazione invece è particolarmente delicata. Ti faccio un esempio: i nostri ambiti di lavoro sono tre: l’assistenza legale gratuita, per chi non può permettersi un avvocato, il miglioramento del sistema giudiziario, ancora malfunzionante e corrotto, e la diffusione tra i cittadini di nozioni relative alla cultura dei diritti. Tra le altre attività abbiamo un progetto rivolto agli studenti delle scuole, per trasmettergli alcuni rudimenti delle norme legali e dei diritti che sono riconosciuti dalla Costituzione afghana e nel diritto internazionale: mi è capitato spesso di rivolgermi a rappresentanti istituzionali, nei vari dipartimenti del ministero della Cultura, per chiedere l’autorizzazione ad entrare nelle scuole, e spesso mi sono sentito ripetere: “diritti umani? E chi li conosce. Qui non ne sappiamo niente, rivolgetevi altrove”.
Alla riluttanza delle istituzioni, si somma quella della popolazione locale, racconta Zaman Raofi: “l’elemento più preoccupante, su cui non c’è un adeguato investimento di risorse e competenze, è il completo smarrimento della gente del posto. Perlopiù analfabeti, senza un accesso a fonti di informazione affidabili, gli abitanti di questa provincia sono presi tra due fuochi. Quello dei talebani, che spesso impongono con la forza le loro convinzioni (difendendo i propri interessi), e quello delle truppe straniere. Qui c’è gente che viene bombardata senza sapere per quale ragione. Senza avere piena coscienza della guerra in corso e delle sue implicazioni strategiche internazionali. E l’ignoranza ovviamente non aiuta il nostro lavoro. Ti faccio un altro esempio. In questa zona può capitare che qualcuno ‘sparisca nel nulla’. Che, da un giorno all’altro, uno dei membri maschi di una famiglia non torni più a casa. In genere si tratta di persone accusate di fiancheggiamento o collusione con i talebani. Prima interrogati, anche per giorni, dagli uomi
ni del NDS (National Directorate of Security, l’intelligence afghana, ndr), vengono poi passati nelle mani degli americani. Per questo, qualche mese fa abbiamo organizzato un seminario con i membri anziani di alcuni villaggi, spiegando loro quale procedure seguire in questi casi. E dicendogli che avrebbero potuto rivolgersi a noi per assistenza legale, per i reclami del caso. Qualche giorno fa è venuto a trovarci uno dei partecipanti a quel seminario. Non vedeva da giorni suo figlio, ed era molto preoccupato. La prima cosa che ci ha chiesto è quanti soldi volessimo per far tornare suo figlio: in Afghanistan la cultura della corruzione è talmente diffusa che per la maggior parte della gente è inconcepibile che ci sia qualcuno che lavori gratuitamente per gli altri, come facciamo noi. Per cambiare le cose, ci vorrà ancora molto tempo. E un investimento su educazione e cultura. Con programmi specifici che raccolgano ciò che di buono può venire da altre culture. Recuperando allo stesso tempo il meglio della nostra tradizione culturale”.
Una tradizione che, in tutto l’Afghanistan, è estremamente ricca e variegata. Anche a Qandahar, cuore del movimento talebano. A cinque minuti di macchina dalla sede di Afghan Human Rights Organization, per esempio, allontanandosi dal centro cittadino, si trova il sito di Chihil Zina, dei Quaranta gradini. Quanti ne servono per raggiungere, sulla sommità di una piccola collinetta, una nicchia che domina sul paesaggio circostante. E che contiene una serie di iscrizioni in persiano che celebrano il fondatore dell’impero Moghul indiano, conquistatore di Qandahar nel XVI secolo. Si tratta di Zahiruddin Muhammad, discendente di Tamerlano e, per parte di madre, di Gengis Khan. Arrivato sul trono di Fergana, in Asia Centrale, nel 1494, a soli undici anni, avrebbe poi faticosamente conquistato quello di Kabul nel 1504. Nel 1525 attraversa il Khyber Pass, sull’attuale confine tra Afghanistan e Pakistan, per diventare imperatore dell’India, unificando tutto il subcontinente indiano sotto una dinastia, quella dei Moghul, che manterrà il suo dominio, con fortune alterne, fino al 1858, con l’avvento del Raj britannico. Autore di un eccezionale libro di memorie come il Baburnama, Zahiruddin Muhammad è passato alla storia con il suo soprannome di “tigre”: Babur.
Fino a qualche tempo fa, a sorvegliare i Quaranta gradini di Qandahar c’erano due leoni in pietra. “Distrutti o portati via con la guerra”, spiega uno dei cinque uomini che lavorano sul piccolo sito archeologico, avvolti in pesanti coperte di lana, mentre cercano di restaurarne le parti più danneggiate. Sui lati della nicchia, i segni, ancora evidenti, di proiettili di grosso calibro, e, dalla tenda dei militari che presidiano la zona, poco più in basso, il suono del rebab, il liuto a manico corto afghano, tanto amato proprio da Babur, morto nel 1530, sepolto prima ad Agra, in India, e qualche anno dopo a Kabul, in un bel parco che porta il suo nome, Bagh-i-Babur, giardino di Babur.
Molti secoli prima di Babur, per Qanadahar era passato un altro grande imperatore, Chandragupta Maurya, fondatore di una delle più influenti dinastie indiane, quella mauryana appunto, che dominò su buona parte dell’odierno Afghanistan, del Belucistan e dell’India. Approfittando del disordine lasciato dal passaggio di Alessandro Magno nelle terre indiane, Chandragupta Maurya venne incoronato imperatore a Pataliputra sul Gange nel 313 a.C., anche grazie all’aiuto di un consigliere politico di eccezionale talento come Chanakya, divenuto famoso come l’autore – sotto lo pseudonimo di Kautilya – dell’Arthashastra, un libro di consigli su governo, giustizia, amministrazione, diplomazia, guerra e spionaggio.
A rendere la dinastia mauryana così centrale nella storia culturale di questa parte di mondo, fu però sopratuttto il bisnipote di Chandragupta, Ashoka. Soprannominato da giovane Chandashoka, Ashoka il crudele (perché pare avesse fatto bruciare sul rogo tutte le donne del suo harem – cinquecento – quando una di loro si era azzardata a sottolinearne la scarsa avvenenza), la storia di Ashoka cambiò radicalmente in seguito alla conquista del Kalinga, la zona che oggi corrisponde più o meno alla provincia di Orissa, sulla costa orientale indiana. Fu lì, infatti, che incontrò il buddhismo. Un incontro così importante che Ashoka decise di raccontarlo con degli editti su pietra, gli editti di Ashoka, appunto, rinvenuti nel 1957 proprio a Qandahar. Così, nel tredicesimo Editto delle rocce, risalente al 260 a.C., Ashoka racconta la conversione:
"Nell’ottavo anno di regno il re Pyadassi – il nome religioso di Ashoka, ndr – caro agli Dei ha conquistato il paese dei Kalinga. Di là furono deportate centocinquantamila persone; centomila furono uccise; molte centinaia di migliaia perirono. Ora che il paese dei Kalinga è assoggettato, il re attende con fervore alla pratica della Pietà, all’amore della Pietà, all’insegnamento della Pietà. Tale è la penitenza del re caro agli Dei per aver sottomesso i Kalinga: perché la conquista di un paese indipendente è strage, morte, cattività di uomini; e ciò è fonte di pena e deplorazione per il re caro agli Dei".
Per poi invitare i suoi eredi a seguire il cammino buddhista, il Dhamma, evitando la guerra:
"Questo editto della Pietà è stato scritto affinché i miei figli e i nipoti non pensino di fare nuove conquiste; e in un’eventuale conquista preferiscano agire con mitezza e clemenza e ricordino che la vittoria della Pietà vale per questo mondo e per l’altro; e la loro gioia sia gioia della Pietà, per questo e per l’altro mondo".
Sotto il regno di Ashoka, a Pataliputra nel 250 a.C. (o nel 247) si sarebbe tenuto il terzo Concilio buddhista, una grande riunione di esperti religiosi. Fu in quell’occasione che venne deciso di inviare missionari all’estero, per fare proselitismo. Le conseguenze di quella decisione si sarebbero sentite fino in Giappone, Birmania, Cina. Ashoka morì nel 232 a.C. Il suo nome, oggi, è poco conosciuto. La sua influenza come traghettatore di culture religiose, però, è ancora viva. Non verrà certo interrotta dalla breve parentesi talebana.
P.S. una delle migliori edizioni degli Editti di Ashoka è quella Adelphi, con introduzione di Giovanni Pugliese Carratelli (pagg. 124, euro 12). Le notizie storiche qui riportate, sono tratte in prevalenza da Khyber Pass, di Paddy Docherty (Il Saggiatore, 2010).
(16 dicembre 2010)
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