DIARIO AFGHANO /2 – 25 novembre 2010

Giuliano Battiston

Mazar-e-Sharif, 25 novembre – Forse non ci si può aspettare una particolare sensibilità umana, dal rappresentante civile della Nato a Kabul. Ma da un diplomatico di lungo corso, già ambasciatore britannico in Afghanistan, si deve pretendere una spiccata accortezza politica. Quella che è mancata a Mark Sedwill quando, alcuni giorni fa, ha sostenuto in un’intervista che i bambini della capitale afghana se la passerebbero meglio di quelli di Glasgow o New York. Un’uscita del tutto infelice, che ha provocato le reazioni risentite delle tante organizzazioni umanitarie che cercano di tutelare i minori e i loro diritti. E che sembra confermare l’opinione, largamente diffusa tra gli afghani, che la comunità internazionale viva in una realtà completamente estranea rispetto a quella del resto del paese. Fatta di misure di sicurezza ossessive, veicoli blindati, vetri oscurati, edifici inaccessibili, insensibilità culturale e scarsa curiosità verso il popolo di cui è ospite (un’estraneità raccontata in modo dettagliato, con sguardo allarmato e a tratti divertente, da Emanuele Giordana, giornalista esperto di Afghanistan, nel suo Diario da Kabul, edizioni ObarraO).

Da qui, da una distanza crescente tra il paese reale e quanti vivono in Afghanistan come diplomatici, portaborse, operatori umanitari, contractors, funzionari governativi e non, deriva una sfiducia sempre più palpabile. Che a volte si trasforma in aperta ostilità, e che si somma a due altri elementi­, che rendono la presenza della comunità internazionale ogni giorno piú indigesta: la ricostruzione sempre promessa e sempre rimandata, per ragioni di sicurezza, scarso coordinamento tra gli attori coinvolti, protezione di egoistici interessi nazionali; e le vittime civili, il cui numero continua a crescere, in particolare nella provincia di Helmand, dove il generale Petraeus ha deciso di puntare di nuovo in modo massiccio sui bombardamenti aerei, dopo la ‘stretta’ voluta dal suo predecessore, Stanley McChrystal. Provocando un aumento esponenziale delle vittime civili, come documentato da un recente rapporto di 29 organizzazioni non governative europee ed afghane.

Ma non sono solo i miltari a meritarsi la sofferta indignazione degli afghani. Anche le Nazioni Unite mostrano la corda. Lo dimostra un fatto, circoscritto ma molto significativo, di cui pochi media hanno dato conto: nel corso del recente vertice Nato di Lisbona, una delle figure chiave dell’establishment istituzionale afghano, Ashraf Ghani – già Ministro delle finanze e ora responsabile del piano di transizione – ha usato parole durissime nei confronti dell’Onu. Sottolineandone limiti e responsabilità. E sostenendo a chiare lettere che Unama, la missione Onu in Afghanistan, dovrebbe fare le valigie. Anche Ajmal Samadi, giovane direttore di Afghanistan Rights Monitor, un’associazione per i diritti umani di base a Kabul, contesta alle Nazioni Unite, e al rappresentante Unama in Afghanistan Staffan De Mistura, un atteggiamento troppo prudente e subalterno agli Stati Uniti. Per giocare un vero ruolo politico, che non sia un semplice annuire alle scelte altrui, mi ha detto Amadi alcuni giorni fa, l’Onu dovrebbe assumere una posizione piú autonoma. Un punto su cui, poco tempo prima, in un’intervista che mi aveva concesso nella sua residenza di Kabul, aveva insistito anche il mullah Muttawakil, già ministro degli Esteri dell’Emirato islamico dell’Afghanistan (quando a governare erano i turbanti neri), finito nel carcere americano di Bagram per due anni. Per l’ex portavoce e consigliere personale del mullah Omar, l’Onu, insieme ai paesi membri dell’Organizzazione della Conferenza islamica, potrebbe garantire quella cornice di neutralitá indispensabile al negoziato con i talebani, che non si fidano certo delle garanzie di Nato e Stati Uniti.

Quello della presenza e del ruolo della comunità internazionale, dunque, é un problema che investe ogni aspetto della vita dell’Afghanistan: dalla politica, condizionata dalle decisioni assunte nelle cancellerie occidentali, all’economia, drogata dagli aiuti dei paesi donors, senza i quali un Afghanistan ormai “dipendente” collasserebbe; dalla difesa del territorio, appaltata alle truppe internazionali, ai servizi sociali, garantiti dalle organizzazioni non governative, prima ancora che dalle fragili istituzioni statali. E proprio le organizzazioni non governative afghane vivono sulla propria pelle la schizofrenia di fondo della situazione: senza i soldi dei donatori esteri non potrebbero portare avanti le loro attività; ma continuando a dipenderne perdono in “sovranità progettuale”. Rischiando di far decidere agli altri quale profilo debba assumere il futuro del paese. Samira Hamidi, direttrice di Afghan Women Network, una delle associazioni di donne più combattive e rappresentative, ne è consapevole. Ma rivendica un forte potere negoziale: “certo – mi raccontava tempo fa a Kabul – i soldi nella maggior parte dei casi vengono da fuori, ma le idee ce le mettiamo noi. E non lasciamo certo che siano i donatori a dire cosa fare e non fare”. Diversa, invece, l’esperienza di Fawzia Farhat, coordinatrice del Cooperation Center for Afghanistan: “in molti casi è vero – mi ha spiegato oggi nel suo ufficio di Mazar-e-Sharif –: ci sono paesi finanziatori o agenzie internazionali che pretendono di scrivere da sé i progetti che dovrebbero soltanto finanziare. Lasciando alla controparte afghana solo l’aspetto esecutivo”. Non si stupisce invece Fatima Gilani, giá portavoce da Londra dei mujaheddin afghani durante l’occupazione sovietica, oggi direttrice della Islamic Red Crescent Society: “i singoli paesi donatori fanno il loro mestiere, che è perseguire i propri interessi – mi raccontava due giorni fa nel suo elegante ufficio alle porte della capitale afghana -. Sta alle singole organizzazioni mantenere la schiena dritta. L’associazione che rappresento é accettata da tutti gli attori coinvolti nel conflitto, dalle truppe internazionali ai movimenti antigovernativi, perché pratica indipendenza, neutralità e autonomia”. Quella stessa autonomia che gli afghani, anche quelli che non imbracciano il kalashnikov, cominciano a rivendicare. Sempre di piú.

(25 novembre 2010)

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