DIARIO AFGHANO /6 – 30 novembre 2010

Giuliano Battiston

Maimana, 30 novembre – Viaggio di lavoro? Una contraddizione in termini. O si viaggia, concedendo a luoghi e persone il tempo necessario a sedimentarsi sui nostri cinque sensi, o si lavora, seguendo ritmi più serrati, accumulando incontri e appuntamenti, e sacrificando inevitabilmente il respiro lungo di un vero viaggio. Allergico a ogni agenda.

Eppure, in Afghanistan anche lavorando si può alimentare il serbatoio senza fondo del viaggiatore. Basta sedersi in una delle tante chaikhane (sale da tè) che ne costellano il panorama. Ci si mangia e ci si dorme, al prezzo fisso di 100 afghanis (un euro e mezzo circa), per un posto sul tappeto, una coperta e un tipico piatto di riso e carne, il pulao (ai più fortunati può spettare anche un cuscino). Sono presenti ovunque, dalle città ai villaggi più inaccessibili, con dimensioni varie: dalla semplice stanza di quindici metri quadrati agli spazi occupati da decine e decine di persone. A Chaghcheran, capoluogo della provincia di Ghor, a metà strada tra Herat e Kabul, lo scorso agosto sono finito proprio in una di queste grandi chaikhane: sceso il buio, si è riempita di un centinaio di uomini di passaggio, in attesa di ripartire il giorno successivo.

All’alba, un cantilenare, ripetuto e sommesso, e decine di ombre che si alternavano, inchinandosi, alzandosi, incrociando le braccia, riempiendo la stanza di “Allah Akbar”, “Allah Akbar”…
Anche a Maimana ce ne sono un paio niente male. Una, in particolare, poco distante dal ponte sul fiume, dove ogni lunedì e giovedì mattina si tiene un grande mercato del bestiame. E’ gestita da un omone corpulento dalla barba nera, riluttante al sorriso ma simpatico. Ci si può sedere al secondo piano, appoggiarsi alle imposte delle finestre e godersi la vista sulla strada. Dove si rincorrono le voci dei venditori di frutta. Finita la stagione dei anguerie e meloni – squisiti come in tutta l’Asia centrale -, è tempo di melograni (che vengono dal sud, in particolare da Kandahar), e di mandarini. Venduti a 30 afghanis al chilo.

Kazem Amini quadagna l’equivalente di 85 euro al mese come insegnante in una scuola privata, e con sei figli, “cinque bambine e un maschietto”, di frutta può permettersene ben poca. Anche perché un quinto del suo già magro stipendio lo destina alla Zahiruddin Faryabi Cultural Association, di cui è il principale animatore. Parla sei lingue, le due ‘nazionali’ (dari e pashto), più uzbeco, turco, urdu e arabo, ed è uno scrittore: al suo attivo ha già una decina di libri, dai romanzi storici a testi di cultura etnografica, oltre a un’utilissima storia di Maimana. Quello dello scrittore, però, in Afghanistan è un mestiere difficile: “per prima cosa la maggioranza della popolazione è analfabeta. Se anche si riescono a superare le difficoltà della pubblicazione, legate al fatto che in molti posti, come Maimana, non esistono vere e proprie tipografie, rimane il problema dei lettori: chi comprerà mai le cose che scrivi?”.

A questo, si somma il disinteresse del governo, “che ha ben altro a cui pensare che aiutare associazioni culturali come la nostra”, e della comunità internazionale: “in Afghanistan si spendono milioni di dollari ogni anno, ma mai che arrivi qualcosa al settore culturale, tanto meno in posti isolati come questo, sostiene Kazem Amini. Le organizzazioni internazionali pensano soltanto a costruire ponti, scuole, ospedali. Mai a promuovere la cultura”. Invece, è proprio su questo settore che bisognerebbe puntare: “il futuro del paese passa per l’educazione, per una scolarizzazione diffusa, per lo scambio delle idee. I paesi occidentali dicono di voler portare la democrazia in Afghanistan: non si accorgono che democrazia vuol dire consapevolezza del posto in cui si vive, della responsabilità verso gli altri? E come svilupparla, questa consapevolezza, se non con la cultura?”.

Gli sforzi della Faryab Women Cultural and Social Association vanno in questa direzione, spiegano Ghulam Abbas Khodadadi ed Emal Rasikh. Il loro lavoro? “Educare al rispetto dei diritti delle donne e dei bambini le forze di polizia e i membri del sistema giudiziario. E i mullah”. Ne incontro una trentina in una delle stanze di quest’associazione. Seduti intorno a un tavolo, turbante in testa e patul (coperta di lana) avvolto sul corpo, seguono attentamente i discorsi dei due insegnanti: un professore di scuola secondaria e un mullah, che con l’aiuto di lavagna e pannelli didascalici mostrano la compatibilità tra diritti umani e testi sacri. I trenta mullah prima annuiscono, poi si lanciano in animate discussioni da cui, secondo gli organizzatori, dovrebbero lentamente nascere “cambiamenti nella loro mentalità, spesso retrogada perché basata sull’ignoranza. Non possiamo permetterci che rimangano ignoranti proprio i mullah, che nelle aree rurali godono della maggiore influenza”.

Abdul Rashid Reshad concorda sull’importanza che rivestono le autorità religiose nell’orientamento della società afghana. Ma è convinto sia un bene che, affianco ad esse, si stiano sviluppando nuovi meccanismi di partecipazione e decisione pubblica. Coordinatore provinciale del Afghan Women Educational Center, Reshad sostiene infatti che “negli ultimi decenni, e dietro l’influenza delle dottrine provenienti dal Pakistan, le moschee sono diventate non solo un luogo di potere, ma anche di mobilitazione politica. Spesso in chiave regressiva”. Che il loro primato venga contestato da associazioni di nuovo conio, è dunque un fatto positivo. Anche se rimane del tutto riduttivo pensare che il “nuovo” debba essere affidato alle sole organizzazioni non governative: “anch’io ne faccio parte, spiega Reshad, proprio per questo so che tutte le Ong, che siano nazionali o internazionali, per poter lavorare non possono permettersi di criticare governo e strutture statali, da cui dipendono, se non finanziariamente, per la realizzazione dei progetti. E senza libertà di critica, non c’è crescita della società civile”.

Molto meglio, allora, creare luoghi di incontro come la Esanch Cultural Association – nata nel 2007 anche grazie all’intraprendenza dello stesso Reshad -, che pubblica un mensile dedicato a questioni sociali e culturali. Ne vengono stampate 2500 copie, parte delle quali vengono vendute all’università. Il ricavato, insieme ai contributi personali dei 70 membri dell’associazione, serve a mantene un argine di libertà: “se chiedessimo soldi al governo provinciale, poi non potremmo criticarne l’inefficienza e la corruzione, come facciamo ora”. E come evitano di fare le organizzazioni internazionali: “da parte loro, non ho mai sentito uscire una sola critica”, dice Abdul Rashid Reshad. Che vuole creare “un nuovo tipo di società”. E non frequenta le chaikhane.

(2 dicembre 2010)

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