DIARIO AFGHANO /7 – 2 dicembre 2010

Giuliano Battiston



Jalalabad, 2 dicembre – Il conflitto afghano è, certo, un problema politico. Da affrontare in chiave regionale, ripetono ormai perfino i bambini, con tutti gli attori coinvolti, direttamente o indirettamente. Ma è anche, forse in primo luogo, un problema di morfologia del territorio: le truppe Isaf-Nato stanno perdendo la guerra perché l’Afghanistan è un paese “intransitabile”. E difficilmente raggiungibile.
Uno straordinario dispiegamento di uomini e mezzi necessita infatti di straordinari rifornimenti: cibo, acqua, munizioni, veicoli militari (come gli indispensabili Mine Resistant Ambush Protected vehicles -MRAPs), benzina (nel 2009, con un numero molto inferiore di soldati, gli Stati Uniti avevano bisogno di più di un milione di galloni di benzina al giorno).

Tutte cose difficili da assicurare. E che devono arrivare via terra: l’80% di ogni spillo destinato alle truppe straniere passa per qualche strada, lungo due arterie principali, quella settentrionale, che scende dall’Asia centrale, passando per l’Uzbekistan. E quella meridionale, che entra in Afghanistan dal Pakistan. L’arteria settentrionale è più sicura, ma tre volte più costosa, perché costringe le lunghe file di tracks a un percorso quindici giorni più lungo. Quella meridionale è più breve, e meno costosa, perché i container arrivano al porto di Karachi, e da qui vengono trasportati verso nord. Ma molto meno sicura. Tanto che gli Stati Uniti sono stati costretti ad affidarsi a una costosissima rete di protezione costituita da vecchi e nuovi signori della guerra: un mucchio di soldi per garantire il passaggio di beni vitali per l’esercito. Ma che finiscono per rafforzare la galassia talebana….per combattere la quale c’è bisogno di quei beni (come dimostrato prima dall’inchiesta di Aram Roston su The Nation, e poi, lo scorso giugno, dal rapporto Warlord, Inc.: Extortion and Corruption Along the U.S. Supply Chain in Afghanistan, presentato al Congresso americano dal Subcommittee per la Sicurezza nazionale).

Un gatto che si morde la coda, dunque. Intrappolato tra impervie montagne, torridi deserti d’estate e passi innevati d’inverno, signori della guerra senza scrupoli, talebani armati fino ai denti, sciacalli di ogni risma. Pronti ad attaccare il (ricco) nemico appena possibile. E pressoché ovunque. I camion che transitano per l’arteria meridionale, per esempio, subiscono costanti attacchi sia in Pakistan che in Afghanistan. E raggiungere Kabul da Peshawar, e viceversa, diventa un’impresa. Che la faccenda non sia un gioco da ragazzi, se ne accorge chiunque si prenda la briga di percorrere il tratto che collega Kabul a Jalalabad, prima di inoltrarsi verso il confine con il Pakistan, Torkham. Dalla capitale al capoluogo della provincia di Nangahar sono appena centoventi chilometri. Su una strada ben asfaltata percorsa da camion, automobili di ogni dimensione e marca, pulman e pulmini, pick up pella polizia, mezzi dell’esercito afghano, improbabili riscio’ (ma non i tracks, che devono attendere la notte, per farlo). E gli immancabili taxi collettivi.

Con 300/400 afghanis (6 euro circa, a seconda del mezzo), ci si garantisce un posto in macchina. Può capitare di trovarsi con quattro giovani pashtun – brillantina in testa, anelli dalle gemme preziose, dita delle mani dipinte di hennè, eccitati per la presenza di uno straniero – su una corolla blu. Sul cofano, ben esibito, uno stemma verde, il colore dell’Islam, a celebrare il recente pellegrinaggio alla Mecca per l’Haji, uno dei cinque doveri di ogni buon musulmano. Musica a volume sparato, un costante schioccar di dita e gesti plateali a rimarcare i passaggi musicali più apprezzati. L’allegra eccitazione non viene meno neanche quando, appena lasciata Kabul, si incontrano i tornanti della gola di Tangi Gharu, che fanno da tappo naturale: una lunghissima fila di macchine procede a intermittenza. Qualche poliziotto cerca di distribuire il traffico.

Tre-quattro militari afghani fanno su e giù, imprecando, per conquistare lo spazio per il passaggio di un convoglio di truppe francesi, troppo esposte in questo tratto di strada. Bambini cenciosi si appostano sulle curve a gomito, indicando le manovre più appropriate ai camionisti. Da cui si aspettano qualche spicciolo. Uomini spazientiti, infagottati nella tipica coperta afghana, si incamminano a piedi, per essere poi recuperati più avanti. Oppure si accovacciano sul bordo della strada, lo sguardo all’orizzonte. Qualcun altro, si diverte a colpire un paio di cisterne per il trasporto della benzina: date alle fiamme, finite in un dirupo, sono uno dei tanti segni della guerra che si combatte lungo questa strada. Ogni giorno.

Anche mercoledì sera. Quando, di passaggio, c’era un corolla con quattro pashtun e uno straniero. Le due ore di coda sui tornanti sono un brutto scherzo (e un errore, anche se impreviste, non prevederle): cala la notte. La strada è completamente buia. Illuminata soltanto dai fari delle macchine, e da qualche raro posto di ristoro. In vendita, grandi melograni, frittelle, e, nelle chaikhane, il solito pulao e kebab. Alle 18, mancano una ventina di chilometri a Jalalabad. Sui bordi della strada, improvvisamente, diverse macchine ferme. Dei sassi a segnalare il pericolo. La corolla blu procede ancora. Fin quando, in lontananza, un bagliore illunimna l’oscurità. Si rallenta. Sempre più piano. Fino a fermarsi. Quel bagliore sono alte fiamme. E, tutt’intorno, gli spari: i talebani stanno attaccando. Solita strategia: attacchi toccata e fuga.

Qualche automobile fa subito marcia indietro, correndo in direzione opposta. Nonostante i suggerimenti dello straniero, la corolla blu, insieme ad altre, no. Ci si ripara alla base di due collinette di terra. Gli spari continuano. Dopo diversi, lunghissimi minuti diventano meno frequenti. E in direzione opposta arrivano a tutta velocità alcuni mezzi dell’esercito afgano, a scortare dei grandi camion. Quelli scampati all’attacco dei turbanti neri. Sul bordo della strada, i resti, in fiamme, di quelli colpiti. Militari afghani che urlano concitati. Qualche altro sparo. La corolla blu punta di corsa verso Jalalabad. All’ingresso della città, un posto di blocco. Un militare ride e scherza con il conducente della corolla. Quindici chilometri più indietro, un suo collega ci ha probabilmente lasciato la pelle.

(4 dicembre 2010)

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