DIARIO AFGHANO /8 – 5 dicembre 2010
Giuliano Battiston
Kabul 5 dicembre – Gli Stati Uniti stanno dando il benservito ad Hamid Karzai. Questa la voce che circola a Kabul, dopo la visita di Barack Obama.
Ma procediamo per ordine. La retorica militare è sempre la stessa. Che esca dalla bocca di un conservatore bigotto e ignorante come George W. Bush o da quella di un progessista colto e illuminato come Barack Obama. Il primo maggio 2003, a bordo della portaerei Abraham Lincoln, Bush si era congratulato con i “suoi uomini”, certificando che la missione era “compiuta”. Mentre l’allora segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, pontificava: “Se si guarda all’Afghanistan, e oggi anche all’Iraq, risulta chiarissimo che siamo entrati, e già da qualche tempo, in una modalità operativa di stabilizzazione… Il grosso del paese è oggi stabile e sicuro”. La storia recente dell’Iraq sta lì a dimostrare il contrario.
Venerdì scorso è stato invece Obama, nel corso di una visita a sopresa alla base americana di Bagram, a rassicurare le truppe a stelle e strisce presenti in Afghanistan: “state ottenendo i vostri obiettivi, e porterete a compimento la missione”. Aggiungendo, “oggi possiamo essere orgogliosi che ci siano meno aree sotto il controllo talebano, e che un numero maggiore di afghani abbia la chance di costurire un futuro con più speranza”.
Obama sa bene di aver mentito, al pari del suo predecessore: sa che le aree sotto il controllo talebano sono aumentate, che i movimenti antigovernativi si rafforzano in zone prima considerate sicure (su questo, si veda per esempio il ). Sa, soprattutto, che la maggioranza degli afghani ha perso ormai da tempo la speranza affidata, spesso con riluttanza, alla presenza della comunità internazionale in Afghanistan. Ma il presidente è anche il comandante in capo delle forze armate, e la guerra si vince anche con le parole. Con quelle dette, e con quelle non dette.
Tra le parole non dette, nel viaggio afghano di Barack Obama spiccano quelle al suo omologo Hamid Karzai. Con il quale ha avuto solo una conversazione telefonica, di appena quindici minuti. I due si sarebbero dovuti incontrare a Kabul, ma – ufficialmente per avverse condizioni metereologiche -, Obama non è riuscito a volare sulla capitale afghana, limitandosi ad una chiamata di protocollo. E accontentandosi di incontrare il generale David Petraeus, a capo delle truppe Isaf-Nato, e Karl Eikenberry, ambasciatore americano a Kabul. Che forse ha ripetuto a Obama l’opinione negativa che ha del presidente afghano, secondo quanto riportato dal sito Wikileaks: un uomo incapace di gestire perfino i più rudimentali principi riguardanti la costruzione di uno Stato, politicamente debole, insicuro, corrotto. E paraonoico.
Un giudizio che, a quanto riferisce il sito di Julian Assange, sarebbe condiviso anche da alcuni membri del governo afghano. Tra questi, l’ex ministro degli Interni, Hanif Atmar, per il qualche Karzai non sarebbe mai stato capace di interpretare correttamente la politica degli Stati Uniti, e l’attuale ministro delle Finanze, Hazrat Omar Zakhilwal. Che da parte sua avrebbe confermato la sostanziale debolezza di Karzai. Nei giorni scorsi Zakhilwal si è affrettato a smentire, ma nessuno qui in Afghanistan si sorprende più di tanto delle sue presunte affermazioni.
I più smaliziati non si sorprendono neanche della mancata visita di Obama a Karzai. Nei circoli ben informati della capitale afghana si sostiene infatti che, pur non incontrando Karzai, Obama abbia incontrato altri politici afghani, accorsi alla base di Bagram per discutere con lui. Di cosa? Di un prossimo futuro. Un futuro senza Karzai.
Quella di Obama non sarebbe infatti una visita a sorpresa. Tantomeno, un modo “per augurare buone feste alle truppe”, come ha provato ad argomentare Ben Rhodes, consigliere alla sicurezza nazionale per le comunicazioni strategiche. Si tratterebbe inveve di un viaggio programmato con largo anticipo, e costruito molto laboriosamente, sotto il profilo politico, da diversi mesi a questa parte. Con il fine di individuare un cavallo diverso su cui puntare per il futuro dell’Afghanistan.
L’establishment politico americano non ha mai nascosto le riserve nei confronti del “sindaco di Kabul”. Emerse con particolare evidenza nel corso della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, lo scorso anno. Poco prima delle elezioni, per esempio, in un incontro al Senato la segretaria di Stato Hillary Clinton aveva definito senza mezzi termini l’Afghanistan un narco-Stato, governato da politici incapaci e compromesso dalla corruzione, attribuendo buona parte della responsabilità a Karzai. E altre pesanti critiche erano piovute, più o meno dirette, da altri membri del governo americano. In mancanza di un candidato alternativo, però, gli Stati Uniti avevano dovuto fare buon viso a cattivo gioco. E accettare l’elezione, viziata da pesantissime irregolarità, di Hamid Karzai. Per il quale, secondo diverse fonti, non è più previsto alcun ruolo di primo piano nel futuro del paese.
Quanto sia prossimo questo futuro, per ora nessuno si azzarda a dirlo. Ma si accavallano i nomi dei politici afghani con cui Obama avrebbe discusso privatamente, a Bagram: c’è chi dice personaggi molto vicini ad Abdullah Abdullah, principale sfidante di Karzai alle elezioni presidenziali, già ministro degli Esteri dal 2001 al 2006 e leader dell’Alleanza del Nord. Oppure lui stesso, il dottor Abdullah, come lo chiamano tutti in Afghanistan. Tra i nomi circolati, ci sono quelli dello stesso Omar Zakhilwal, ministro delle Finanze, e di Hanif Atmar. A cui si aggiungono quelli di Anwarul Haq Ahadi, attualmente ministro del Commercio, a capo del partito Afghan Mellat; di Helaluddin Helal, proveniente dalle fila comunista, già parlamentare; di Ali Ahmad Jalali, anche lui già ministro dell’Interno, dal 2003 al 2005, con un lungo trascorso negli Stati Uniti (e la cittadinanza americana in tasca).
In altri termini, l’amministrazione Obama starebbe cercando, sia tra le fila dell’opposizione che tra gli uomini a lui vicini, il sostituto di Karzai. Che forse questa volta ha qualche buona ragione per essere paranoico.
(6 dicembre 2010)
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