DIARIO AFGHANO /9 – 8 dicembre 2010
Giuliano Battiston
Qandahar, 8 dicembre – Principale roccaforte talebana sin dalla nascita del movimento dei turbanti neri, cuore dei territori abitati dai pashtun, Qandahar è una città pericolosa e affascinante. Ne parleremo domani, nel prossimo aggiornamento del . Intanto, ecco un articolo sulla società civile afghana, uscito sul numero di “Carta” del 3 dicembre.
Per raggiungere il villaggio afghano di Panjao ci vuole un pizzico di determinazione. E una schiena robusta. Partendo da Kabul bisogna prima arrivare nella splendida valle di Bamiyan, a circa otto ore di distanza, oltrepassando il passo di Shibar, tremila metri di altezza, più sicuro del passo meridionale che attraversa la turbolenta provincia di Wardak. Lì intercettare uno dei minibus da dodici posti e quattro ruote motrici, di produzione giapponese, che solcano con passo affaticato i tornanti diretti a Yawkawlang, a quattro ore di viaggio spacca-ossa. E infine contrattare ferocemente con un altro autista, poco disposto al compromesso, affinché si decida a puntare, a un prezzo ragionevole, verso sud, oltre il passo Shahtu (3400 metri).
Dopo altre tre ore e mezza lungo l’accidentata dorsale dell’Hindu Kush e in pieno territorio hazara, ecco finalmente Panjao: un’ampia e fertile valle incuneata tra montagne aspre, un minuscolo bazar centrale, un paio di chaikhane (sale da tè). E diverse sedi di organizzazioni non governative. Perché in Afghanistan, “dove non arrivano le strade e il governo, arrivano le Ong”, spiega il dottor Fahim, nato a Ghazni, residente a Bamiyan, distaccato per qualche mese alla sede locale di Shuhada.
Fondata nel 1989 da Sima Samar – oggi a capo della Afghanistan Independent Human Rights Commission – Shuhada è una delle più vecchie organizzazioni non governative afghane. Organizzazioni che nel paese centroasiatico, specie dopo la caduta del regime talebano, sono spuntate come funghi, provvedendo in alcuni casi a garantire quei servizi che il governo, ancora fragile, stenta ad assicurare. E rivendicando a ogni occasione il ruolo di soggetti fondamentali nella costruzione della nuova società civile.
Un concetto ambiguo, quello di società civile, che ovunque politologi e studiosi di scienze sociali cercano di definire, e che in Afghanistan si accompagna ormai a parole passpartout come “capacity building” e “advocacy”. Un vocabolario “che qui è stato adottato troppo in fretta, a cui invece non corrisponde un parallelo processo sociale e culturale, che ha bisogno di tempi di maturazione molto più lunghi di quelli necessari ad aprire una Ong”, spiega il professor Yahya Hazin, che al dipartimento di Lettere e Scienze umanistiche dell’Università di Herat dirige Radio Youth Voice. Inaugurata nel 2007, gestita interamente dagli studenti universitari di Herat, Radio Youth Voice fa parte di Amarc, il network internazionale delle radio locali comunitarie. Di cui è membro anche Radio Sahar, nata nel 2003 grazie all’aiuto del Institute for Media Policy and Civil Society, una radio “fatta da donne e per le donne”, “parte integrante della società civile”, racconta la direttrice Humaira Habib.
Secondo la quale proprio i media negli ultimi anni hanno svolto un ruolo fondamentale in Afghanistan, “perché grazie a loro è cresciuta la consapevolezza delle persone, e delle donne, dei propri diritti”. Sulla stessa lunghezza d’onda Mobeena Khairandesh, energica direttrice a Mazar-e-Sharif, nel nord-ovest del paese, di Radio Rabea Balkhi, che si occupa soprattutto di questioni di genere, e che prende il nome da una famosa poetessa afghana. Anche per lei, “la ricostruzione del tessuto sociale passa per i media, e per le associazioni culturali”.
Tra queste, l’Associazione degli scrittori di Balkh. “Nata più di trent’anni fa, sostiene Sohrab Samanian, prima dell’avvento del regime comunista, ha svolto un ruolo importantissimo nella provicia di Balkh per un lungo periodo. Anche nei momenti più difficili, infatti, quando le dispute politiche erano durissime, la letteratura funzionava come filtro, ridimensionandole”.
Con l’avvento dei talebani, l’Associazione ha dovuto chiudere i battenti. Per poi riaprirli non appena i turbanti neri hanno perso potere: “oggi organizziamo seminari, occasioni di incontro, feste che ricordano anche tradizioni pre-islamiche come la notte di Yalda, la ricorrenza del mitrismo che si celebra l’11 dicembre. Soprattutto, cerchiamo di ricordare ai nostri cittadini quanto sia ancora importante, nonostante decenni di conflitto, il panorama culturale afghano, una risorsa su cui investire”. Ma su cui sia la comunità internazionale sia il governo locale paiono puntare troppo poco.
“I paesi occidentali pensano soprattutto a fare affari, piuttosto che ad aiutare iniziative come la nostra”, si lamenta Farkonda Rajabi, studentessa di letteratura, editor del sito Balkh Times, scrittrice e fondatrice a Mazar-e-Sharif della casa di cultura ‘Partau’. “Quando eravamo ancora al liceo, io e le mie amiche cercavamo un luogo in cui poter leggere e discutere le nostre poesie e racconti. Così abbiamo fondato ‘Partau’, che oggi ha più di trenta membri, incontri mensili, una pubblicazione cartacea e un sito, frequentato anche da scrittori iraniani, tajiki o espatriati”.
Il ruolo di giornalisti e scrittori, racconta Farkonda, “è diventato sempre più importante e chiaro: oggi ci si aspettano notizie e riflessioni, e gli scrittori, che non sono condizionati altro che dalla loro visione del mondo, possono contribuire al rafforzamento della società civile meglio delle organizzazioni che si occupano di diritti umani”. A Kabul ci provano registi come Malek Shafi’i e Diana Saqeb, promotori di Afghanistan Cinema Club e, tra mille problemi, dell’International Film Festival di Kabul, un tentativo – spiega Shafi’i nel suo studio in un quartiere alla periferia di Kabul – “di costruire un ponte tra l’immaginario cinematografico afghano, che va ricomposto frammento dopo frammento, e quello di altri paesi della regione e dell’Occidente”.
Le difficoltà, secondo Diana Saqeb, non mancano: “innanzitutto, un appoggio molto scarso da parte del governo, che non ritiene utili attività come le nostre, e poi la scarsa attenzione dei partner internazionali”. Più circoscritto geograficamente il tentativo dei ragazzi di Mazar-e-Sharif che animano Pasarlai, magazine di taglio politico, e Parkha, trimestrale culturale “che ospita scritti brevi, racconti e poesie”, secondo le parole di Zabibullah Ehsas, editor dei due giornali e redattore capo della redazione locale di Pajhwok, uno dei siti web di informazione più accredidati in Afghanistan.
“Oltre ai magazine, aggiunge Zamir Saar, videogiornalista e scrittore, organizziamo incontri settimanali, a partire da una poesia su cui discutere o da un poeta che presenta i suoi lavori. Tutti esclusivamente in lingua pashto”. Quello di Zamir Saar e Zabibullah Ehsas, infatti, è un’iniziativa promossa dalla shura dei pashtun del nord-ovest dell’Afghanistan, una sorta di gran consiglio che include tutte le comunità locali di etnia pashtun, minoritaria in quest’area del paese, ma maggioritaria in chiave nazionale.
Alla ricca tradizione della letteratura in lingua persiana, invece, si rivolgono i membri della Herat Literary Assoc
iation, “un’associazione privata, non governativa, fondata più di 80 anni fa”, mi dice Mortzea Qaneweze, che prende il posto del direttore, malato. L’edificio, al centro di Herat, è molto semplice: una stanza arredata in modo essenziale, qualche consunto divano e una libreria, alle pareti alcune foto dei numi tutelari della letteratura afghana e iraniana. Qui, prosegue Mortzea, “due volte a settimana si discutono testi fondamentali per la nostra letteratura come quelli del poeta mistico Rumi e quei pochi libri che arrivano in traduzione dall’Iran”.
A pochi passi dalla Herat Literary Association c’è invece il Lincoln Center, una delle iniziative con cui gli Stati Uniti cercano di conquistare cuori e menti degli afghani. Per ora, “di strutture simili in Afghanistan ce ne sono otto, racconta il responsabile del centro, Nazir Noori, ma l’idea è di arrivare presto a tredici”. Gli obiettivi, espliciti: “fornire servizi come corsi di inglese e informatica ai ragazzi, e diffondere notizie affidabili su storia e cultura americane”. Mostrando la compatibilità tra valori a stelle e strisce e tradizione islamica: alle pareti, dei poster ritraggono allegre famigliole afghane residenti negli Stati Uniti, rispettate nella loro eterodossia religiosa, mentre sugli scaffali delle librerie si trovano testi come Islam in America e American. The new Generation Muslim, l’immancabile biografia di Barack Obama, romanzi di autori contemporanei e perfino un testo fondamentale della cultura afro-americana come Native Son, di Richard Wright.
Mentre i generali fanno piovere bombe nelle aree rurali, nelle città l’amministrazione Obama prova dunque a presentare un volto diverso. Accogliente e rispettoso dell’Islam. Consapevole che, come ricorda Fawzia Farhat, del Cooperation Center for Afghanistan di Mazar-e-Sharif, “l’Afghanistan è, prima di ogni altra cosa, un paese profondamente musulmano”. E che per cambiare le cose “occorre lavorare con i mullah, che influenzano le scelte della maggioranza della popolazione”.
Anche Raz Mohammad Dalili, direttore di Sanayee Devlopment Organization, pensa che in Afghanistan “le trasformazioni meno superficiali possono avvenire collaborando con i religiosi”. La comunità internazionale, però, “non solo non tiene conto della distanza tra aree rurali e città, manca di coordinamento e punta solo ai progetti materiali, dimenticando il ‘software’, ma ha lasciato che a parlare con i religiosi continuassero a essere soltano i talebani”. Mentre per Mirwais Wardak, rappresentante dell’associazione Cooperation for Peace and Unit, il vero errore delle organizzazioni non governative, nazionali e internazionali, sta nell’aver “dimenticato le strutture tradizionali della società civile come le shura, che giocano ancora un ruolo essenziale nel Paese”.
Certo, spiega Abdul Rahim Khurram, program manager di un’assocazione che lavora proprio sui gruppi tribali, The Liaison programme, “le forme tradizionali di società civile negli ultimi trent’anni sono cambiate moltissimo, anche in senso negativo. Ma hanno comunque agito come un ‘argine’, in molti casi preservando le strutture comunitarie. Sono come diamanti, ricoperti di polvere e robaccia. Una volta puliti, mostrano tutta la loro lucentezza”.
(9 dicembre 2010)
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