[DIARIO DEL CONCLAVE #1] E la Chiesa rimase senza papabili, ma con un portavoce

Francesco Peloso



La rinuncia del Papa ha aperto un vuoto inaspettato e drammatico nella Chiesa universale. Il volto del successore di Ratzinger rimane sospeso nel mare delle ipotesi, le cronache e le voci che arrivano dalle congregazioni generali – le riunioni dei cardinali che precedono il conclave – descrivono un sacro collegio avvolto nell’incertezza. La fine repentina del pontificato ha cancellato ogni retorica, come potrà essere governato il dopo? La Chiesa, risvegliatasi da un lunghissimo sonno, sembra riprendere il cammino interrotto al tempo di Paolo VI, ma nel frattempo è cambiato tutto.

Eppure i temi sono di nuovo quelli: la richiesta di un governo improntato a maggiore collegialità, lo spazio dei laici, delle donne, la riforma di una Curia avvolta negli scandali, i movimenti che agiscono ormai quasi come chiese separate, l’ambiguo ruolo dello Ior, la banca vaticana dell’opacità e dei movimenti sospetti. La globalizzazione è arrivata anche in Vaticano e ha imposto una parola: trasparenza. Che dalle parti di San Pietro vuol dire però rivoluzionare tutto; la segretezza è stata infatti una delle chiavi di volta del potere ecclesiale, e ora un’opinione pubblica sempre più attore politico e culturale globale, chiede nuove regole sulla finanza, sulla comunicazione, nel rapporto con un ‘mondo esterno’ che diventa refrattario quasi epidermicamente ai misteri dell’istituzione.

Il rischio è che in questo conflitto con la modernità si perda anche i il senso del ‘sacro’, la capacità di interrogarsi sui principi fondamentali dell’esistenza, il valore della memoria e del succedersi delle generazioni – tema biblico per eccellenza – il carattere morale della legge, la ricerca della giustizia, il criterio dell’amore opposto alla violenza e alla sopraffazione. Dunque un eccesso di contemporaneità può mettere a rischio il senso profetico del cristianesimo, il suo parlare attraverso la storia e oltre di essa. E allora, per non perdere un patrimonio tanto immenso, i 115 cardinali che eleggeranno il prossimo Papa, dovranno fare i conti con la crisi dell’istituzione – per semplicità ridotta a Curia vaticana – con le sue lotte interne, le incrostazioni e le spinte integraliste che ne hanno segnato la storia negli ultimi anni e per quasi due pontificati. Dovranno cioè distinguere la necessità e l’urgenza di un confronto aperto con le società moderne, dall’uso del potere praticato dalle gerarchie di cui essi stessi sono parte. Compito arduo.

Nel frattempo, in tale frangente di sede vacante e di porporati fotografati in piazza San Pietro, resta in carica il direttore della Sala stampa della Santa Sede, quel padre Federico Lombardi che di fronte a novità e cambiamenti, cerca di gestire l’assalto di 5mila giornalisti. Impresa non facile, affrontata con numerosi giri di parole, un susseguirsi di aggettivi e avverbi, e una certa capacità di far capire le cose al buon intenditore. Alla fine di ogni congregazione generale nell’Aula del sinodo – situata sopra l’Aula Paolo VI – Lombardi attraversa piazza San Pietro con gli occhiali scuri da sole scortato da due poliziotti in borghese. Corre verso la sala stampa all’inizio di via della Conciliazione, dove riferirà ciò che potrà, mentre gli occhi delle telecamere scruteranno, per gli idoli mediatici del nostro tempo, ogni sua espressione e alzata di sopracciglio.

(6 marzo 2013)



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