Droghe, l’inutilità del proibizionismo

Umberto Veronesi

La Corte Costituzionale ha appena abrogato la Fini-Giovanardi, che ha riempito le nostre carceri di tossicodipendenti. Tutte le esperienze nel mondo dimostrano che utilizzare pene e sanzioni per affrontare il problema delle droghe non è solo inutile, ma è persino dannoso. Si alimenta la criminalità e si emarginano ancor di più i consumatori di droghe.



Sono un convinto oppositore di tutte le droghe, pesanti e leggere, compreso fumo e alcol, perché creano assuefazione clinica e danni irreparabili, talvolta letali. Sono però altrettanto convinto che proibire e punire non serve, anzi può peggiorare la situazione. Per questo ho sottoscritto l’ lanciato da Patrizio Gonnella attraverso MicroMega.

La mia posizione si basa sui dati storici. Il fallimento del proibizionismo americano degli anni ‘20 ha rappresentato un monito nei riguardi del proibizionismo dell’alcol, ma le società si rifiutano di capire che l’esperienza vale per ogni forma di proibizione. Fioritura del consumo clandestino, espansione del mercato nero gestito da bande criminali, aumento del costo della sostanza proibita che fa da volano alla criminalità, crollo dell’apparato poliziesco: questi sono gli esiti del proibizionismo.

In tutto il mondo il consumo di droga è vietato e punito, eppure aumenta stabilmente, soprattutto fra i giovani, ed è un mercato che ignora completamente la crisi economica. Gli unici Paesi che hanno visto scendere i consumi fra i giovanissimi sono quelli come il Portogallo, che ha depenalizzato l’acquisto di tutte le droghe. Del resto le altre esperienze dei Paesi, come la Svizzera e l’ Olanda, che hanno adottato politiche di liberalizzazione nei confronti della droga parlano chiaro: se si liberalizza la droga, non si aumenta l’uso, e inoltre si riduce la mortalità comunemente chiamata per overdose, che non è tanto legata ad una dose eccessiva quanto l’utilizzo di sostanze non controllate. Inoltre si riduce la criminalità perché viene meno la sua fonte principale di profitto – il traffico clandestino – e perché viene meno la necessità’ di commettere i reati a cui i tossicodipendenti ricorrono per procurarsi la dose. Le nostre prigioni sono piene di piccoli spacciatori che sono in genere anche tossicodipendenti.

Bisogna rendersi conto che i ragazzi e le ragazze che cadono nella tossicodipendenza, che è una vera malattia, hanno solo tre scelte: rubare, prostituirsi o spacciare. Così molti piccoli consumatori diventano piccoli spacciatori e poiché ogni nuovo cliente viene gratificato dall’organizzazione con una dose-premio, gli stessi consumatori creano dei proseliti. Un circolo vizioso che crea un mercato enorme: si calcola che la mafia incassi per la droga circa 60 miliardi euro ogni anno in Italia. In sostanza se si attiva un sistema che rende criminali i consumatori di droga, non riduciamo il loro numero, ma li obblighiamo soltanto ad uscire dalla legalità e dal controllo e a finire nella morsa della criminalità. In Italia nelle braccia della mafia.

Certamente bisogna fare un distinguo fra droghe pesanti e droghe leggere, ma il principio vale per tutto: gli atteggiamenti e le misure repressive e punitive non sono efficaci per ridurre il consumo di sostanze pericolose per la salute, mentre valgono le politiche educative e preventive. La droga è un problema sociale ed educativo, più che giudiziario e penale. Come si può credere che una legge che impone sanzioni pesanti o addirittura la prigione, possa risolvere un problema complesso come quello della droga, che esprime disagio e solitudine?

Dovremmo innanzitutto prendere atto che l’uso di marijuana nella nostra società non è un problema di pochi dannati, ma un fenomeno di massa che riguarda circa il 50% dei nostri ragazzi. Il che significherebbe che metà della popolazione giovanile italiana è criminale. Rendere la cannabis illegale è un modo per lavarci le coscienze di fronte alla nostra incapacità di tenere i giovani lontani dalla droga.

(12 febbraio 2014)



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