E l’informazione diventò show
Antonello Caporale
, da il Fatto quotidiano, 13 dicembre 2013
Un miliardario si candida per la sesta volta a combattere la povertà incipiente delle casse di un Paese che lui ha sgominato per un ventennio. Questa elementare verità rasenta l’assurdo, il controsenso assoluto, il grottesco che ancora cova nella pancia dell’Italia. Solo le paghette (quelle conosciute e diffuse) per una serata di baldoria concesse dal ragionier Spinelli alle ragazze delle cene eleganti di Arcore equivalgono alla busta paga mensile di 15 operai, o al sussidio di 45 cassintegrati o anche alla pensione sociale di 70 pensionati al minimo.
Scorticato da ogni giudizio questo dato – da solo – consegna il protagonista dell’opera all’impresentabilità perpetua per difetto di reputazione. La vergogna è degli italiani, in quella soglia (minima immoralia?) di convenienza e di connivenza che ha consentito al miliardario di convertire ogni sua opportunità e spudoratezza in ragion di Stato. Fare colpa a Michele San-toro di non essere stato il nostro santo vendicatore è insieme ipocrisia e offesa. Godere del fatto che Marco Travaglio abbia dovuto subìre una elencazione diffamatoria della sua vita, attraverso la manipolazione della verità, è ammissione di viltà che sostituisce la ragione e spazza via il ricordo del suo impegno troppe volte solitario (il cui prezzo sta tutto nell’elenco di cause risarcitorie prodotte contro di lui) per disseppellire la memoria e restituirla a tutti noi.
No, non doveva essere Granada quella trasmissione, e i giornalisti non sono toreri a cui fare olè, magari seduti comodi sugli spalti. Però è plausibile, se molti di noi siano rimasti delusi dalla performance giornalistica, che il tono conviviale forse eccessivo, inadatto al luogo e soprattutto al tempo, abbia reso meno stressante il confronto amplificandone i margini di errore, rendendo ingiusta – in termini quantitativi – la proporzione tra verità e bugia. Ogni volta che l’informazione si fa show vince l’apparenza a scapito della realtà. Vince chi sorride non chi riflette, chi dimentica non chi ricorda. Il bugiardo allunga il passo, noi qui – magari in pantofole e a braccia conserte – a giudicare e a recriminare.
(13 gennaio 2013)
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