E ora denunciaci tutte
di Lidia Ravera, da lidiaravera.it
Confesso che ho criticato Silvio Berlusconi. L’ho fatto dal primo momento che l’ho visto (un colpo di fulmine). Oralmente, per iscritto. Nel privato dei miei quadernini, nel semi-pubblico del mio sito internet, dalle colonne de l’Unità, sulle pagine di MicroMega, perfino, per sette anni, su quelle di “Io Donna”, supplemento del Corriere della Sera (nel cenozoico, quando Mieli si era appena insediato). Ho criticato Silvio Berlusconi esercitando un diritto sancito dalla Costituzione. Non l’ho mai insultato, perché non sono ricca e potente come lui e quindi non posso permettermelo (non potrei mai dire, io, per esempio, che i magistrati sono matti…), ma anche perché non sono il tipo che insulta. Sono il tipo che si informa e quindi informa. Che mette alcuni dati in relazione fra loro e li commenta. Anche Silvia, Marianovella, Federica, Natalia e Concita sono tipe così: donne che si informano e poi informano. Donne che esprimono opinioni, e le motivano. Poi ci sono tutte le altre. Le innumerevoli donne e ragazze che si sono sentite offese e minacciate per l’immagine femminile emersa dalle intercettazioni telefoniche, dagli scandaletti fotografici, da 25 anni di televisioni commerciali con la loro estetica delle tette e dei culi, dalle lettere di una moglie stanca (Veronica), dalle battute di un marito instancabile nella sua fissazione erotica primitiva (Silvio, gran donnaiolo soddisfatto, nei secoli fedele alla mistica dell’erezione che sfonda la madre terra e ingravida il futuro col suo seme imperiale). Ci sono tutte le madri preoccupate per le loro figlie, e tutte le figlie preoccupate per se stesse. Preoccupate, annoiate, avvilite. Ci sono le donne discriminate e quelle abusate. Ci sono le donne convinte che è discriminante e incoraggia gli abusi, questo gran mercato del corpo femminile: tu passi una “F…” a me e io faccio avere un privilegio a te. Queste donne non sempre hanno diritto di parola. Se ce lo avessero lo userebbero. E non per mettere in discussione la “potenzia coeundi” del premier, bensì il suo diritto a continuare a guidare il governo, a fregarsene del conflitto d’interesse, a perseguitare l’opposizione, a reprimere la libertà d’opinione, a far regredire la relazione fra i sessi, a ridicolizzare un intero Paese agli occhi del mondo.
Che tutte queste donne scrivano. Subito. Prima che l’Unità finisca i soldi per la carta, dovendo pagare la “multa della libertà”. Che scrivano, che parlino, che gridino forte… vediamo se ci denuncia tutte.
(6 settembre 2009)
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