E Sciaboletta scivolò sull’inciucio alla genovese
Pierfranco Pellizzetti
Dell’ennesimo capitombolo di Claudio Scajola, sbalzato bruscamente giù dall’empireo governativo, sono state fornire molte e convincenti interpretazioni. Di certo l’aria rarefatta che si respira ai piani alti del Potere può produrre gravi forme di ischemia nei cervellini degli ometti che sono arrivati a risiedervi per lo più casualmente, inopinatamente; con effetti debilitanti proprio sulla loro capacità di percepire la realtà. Ad esempio, la conseguente (quanto precaria) presunzione, indotta dallo status, di sostanziale insindacabilità. Intoccabilità.
Nel caso dell’ex spicciafaccende tavianeo, partito da Imperia per dare la scalata al cielo, la diretta spiegazione (compreso il motivo per cui è stato mollato dal boss supremo Berlusconi) può essere individuata rimescolando tra loro i vari elementi di cui sopra. Dunque, partendo proprio dal fattore che – più volte, in passato – gli ha consentito di risalire brillantemente la china dopo batoste che lo avevano condotto financo a frequentare le patrie galere: il controllo occhiuto e capillare del proprio territorio, del collegio elettorale.
Scajola – per così dire, “figlio d’arte” – nasce politicamente come proconsole imperiese e guardaspalle su piazza al servizio di Paolo Emilio Taviani (che lo aveva definito “il killer perfetto”). Un patrimonio territoriale, accumulato per conto terzi e poi giocato in proprio, che – come si diceva – gli consentirà ripetute risurrezioni. Dunque, una risorsa strategica primaria da tutelare anteponendola ad ogni altra esigenza e priorità.
Ma da cui deriva una sorta di “sindrome campanilistica”, che funziona alla stregua di riflesso condizionato: un presidio del proprio terreno di caccia quasi etologico. In altre parole, nonostante il doppiopetto pretenzioso (sconsigliabile tenuta da lavoro dei bassotti della banda al governo) e l’eloquio a birignao, un provincialotto la cui massima gratificazione è il passeggio domenicale nella via principale del borgo natio per ricevere l’omaggio deferente dei compaesani.
Sicché il city-boss del ponente ligure incontra così un altro figlio della locale politica politicante, radicato nell’altro lato di Liguria: Claudio Burlando. La cui comune biografia in materia di ruzzoloni, accompagnati anche in questo caso da vistose disavventure giudiziarie, lo predispone naturalmente all’intesa con il Nostro. Anche perché comune ad entrambi è la lingua dell’affarismo, l’ineffabile modello del “politico come imprenditore di se stesso”.
Di fatto un’alleanza. Cementata nelle precedenti elezioni regionali dal favore indiretto al Burlando di far mancare al candidato di destra – il Governatore uscente Sandro Biasotti – una buona messe di voti proprio nei collegi controllati dal gran capo locale della Destra: appunto, il ministro Sciaboletta. Infatti, in quell’occasione, prima ancora della conquista dell’Ente Regione, era in ballo la leadership del berlusconismo ligure. Per cui Scajola preferì perdere le elezioni piuttosto che far vincere un concorrente.
Ma poi l’intesa con il Burlando diventato Governatore è andata oltre le alchimie di partito, tramutandosi nella spartizione dello spazio locale in rispettive aree di influenza. Con i portati affaristici a cui i giornalisti Marco Preve e Ferruccio Sansa hanno dedicato un libro di inchiesta particolarmente abrasivo per i diretti interessati (Il partito del cemento, Chiarelettere 2008). In sostanza: per l’uno mano libera nella cementificazione della costa a Ponente, semaforo verde all’altro per mettere le mani sulla sanità regionale. Con reciproche coperture: Scajola inducendo la propria rappresentanza nel consiglio regionale a un’opposizione particolarmente blanda, Burlando ungendo le ruote dei media locali. Come recenti inchieste pubblicate da Il Fatto Quotidiano hanno portato in piena luce.
Un sodalizio – dunque – particolarmente profittevole per entrambi i contraenti. Sicché, quando è arrivato il momento della nuova scadenza elettorale regionale, per Scajola le ragioni della terra natale sono tornate ad apparire preminenti rispetto a quelle nazionali: mantenere in piedi un accordo che assicura il controllo della propria area di influenza. Per questo è sembrato conveniente contrapporre a Burlando il candidato più debole possibile: ancora una volta il Biasotti, ormai screditato dallo stigma di perdente.
Probabilmente una scelta di sopravvivenza, ma che ha fatto perdere punti a Scajola in quel di Arcore, visto che la vittoria della coalizione di centro-sinistra è suonata come il segnale della sua incapacità di guidare la compagine berlusconiana al successo in Liguria. Mentre i suoi avversari interni – Giulio Tremonti in particolare – andavano rafforzandosi. E che – dato il pasticcio immobiliare in cui si è andato a cacciare – a questo punto potevano chiederne lo scalpo.
Ecco – dunque – il risultato della “sindrome campanilistica”: la defenestrazione dal governo, che ora mette a repentaglio persino la sua presa territoriale. E – forse – anche quella del compare Burlando. Con cui aveva costituito la diarchia de “i Due Claudio”. Fulgido esempio della deriva alla collusività dell’attuale gioco politico.
(6 maggio 2010)
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