Eguaglianza: il dibattito continua
Sergio Cesaratto
Nell’ di MicroMega dedicato all’uguaglianza (dal 21 marzo in tutte le edicole e le librerie) si confrontano punti di vista riconducibili a diverse scuole e tendenze. Alcuni articoli usciti sul sito “Economia e politica” a firma degli economisti Sergio Cesaratto e Maurizio Franzini hanno dato seguito al dibattito contenuto nel volume. Perché molti economisti tendono a sottovalutare il problema della disuguaglianza? Esiste un paradigma "terzo" fra quello ortodosso e quello eterodosso (classico-keynesiano) con cui spiegare il rapporto fra disuguaglianza e crescita economica?
e Maurizio Franzini
Le disuguaglianze degli economisti
, da www.economiaepolitica.it, 29 Marzo 2013
Nel di MicroMega di marzo (3/2013) dedicato alla diseguaglianza, pur in un comune sentire nei riguardi della crescente ingiustizia sociale che si è manifestata nelle decadi recenti, vi sono delle significative differenze nella maniera in cui la problematica è avvicinata. In particolare, nel suo saggio Maurizio Franzini accusa gli “economisti eterodossi” di sottovalutare il tema della diseguaglianza al pari degli economisti “ortodossi”. In un senso ha ragione, ma in un altro ha torto. Credo sia utile ai lettori un chiarimento su questo punto agevolandoli a discernere ancor meglio le diverse posizioni che la rivista ha cercato di veder rappresentate.
Intanto chi sono gli “economisti eterodossi”. Fondamentalmente si tratta degli economisti seguaci della tradizione critica che muove da Marx e dagli economisti classici (come Smith e Ricardo, tradizione ripresa nel secolo scorso da Piero Sraffa) e dagli aspetti più innovatori dell’analisi di Keynes. In sintesi, questa tradizione ritiene che il capitalismo soffra di una contraddizione fondamentale. Da un lato i ceti dominanti si appropriano di una quota notevole del prodotto sociale in varie forme quali profitti e rendite – quello che gli economisti Classici e Marx chiamavano sovrappiù, ciò che rimane del prodotto sociale una volta pagati i salari ai lavoratori. Dall’altro, tuttavia, i ceti dominanti non sono in grado di consumare tutto questo sovrappiù. Per gli economisti critici l’ingiustizia sociale è dunque un fatto congenito al capitalismo senza la necessità di defaticanti dispute etico-filosofiche. L’ingiustizia sociale è inoltre la fonte della crisi: la compressione dei salari dei lavoratori se accresce il sovrappiù, crea anche uno strutturale problema di domanda aggregata.
Come spiegò Marx, ciascun capitalista vorrebbe pagare bassi salari (sì da godere di elevati profitti), ma al contempo vorrebbe che gli altri capitalisti pagassero alti salari in modo che i consumi dei lavoratori sostengano la domanda aggregata.[1] Una contraddizione insanabile a cui il capitalismo ha nella storia risposto in diverse maniere. In maniera positiva durante i primi tre decenni del secondo dopoguerra accrescendo la spesa sociale (dunque il salario indiretto). In maniera più balorda nei decenni recenti compensando il peggioramento dell’equità distributiva con l’indebitamento delle famiglie (v. Stiglitz & Gallegati, ivi, p. 16). Ed anche col mercantilismo con cui alcuni paesi come la Germania hanno scaricato sulle esportazioni la compressione dei consumi interni, incentivando l’indebitamento di altri paesi.
Mentre il primo modello ha incontrato un’insostenibilità politica una volta venuta meno la sfida sovietica (si veda l’intervento di Pivetti, ivi, p. 228), l’insostenibilità dei debiti di famiglie e nazioni hanno messo in crisi gli altri due modelli. Nella visione critica, dunque, giustizia sociale e piena occupazione sono legate da nesso inscindibile. Le politiche di piena occupazione, inoltre, stimolano produttività e innovazione, e dunque consentono di premiare il merito in un quadro di tollerabile equità. La questione è l’accettabilità da parte del capitalismo di un’economia di piena occupazione. Infatti l’elevata occupazione accresce il potere contrattuale dei lavoratori ed è funzionale a cambiamenti distributivi a loro favore e a una maggiore giustizia sociale, come suggerito dalla magistrale lezione di Kalecki e dall’esperienza storica concreta.
Sulla base di ciò che scrive, Franzini sembra tuttavia prendere le distanze da questa visione – se non in un passaggio in cui riconosce la centralità del tema distributivo in Ricardo, senza domandarsi però perché quella impostazione fu abbandonata dall’economia borghese a favore della più rassicurante teoria neoclassica, di cui l’Economia del benessere cara alla scuola di Franzini è componente (v. Pivetti, ivi, p. 231). In particolare l’autore (ivi, p. 245) argomenta che “le analisi empiriche di cui disponiamo portano a esiti tutt’altro che convergenti e l’influenza negativa della diseguaglianza sulla crescita non appare meno solida del suo opposto”. Egli sembra così porre sullo stesso piano, negandole entrambe, la tesi “ortodossa” dell’effetto negativo dell’equità sulla crescita in quanto disincentivante dell’impegno individuale, e quella “eterodossa” degli effetti positivi dell’equità su domanda e occupazione.
Per le critiche alla tesi “ortodossa” rimando alle mie obiezioni al Reichlin nel volume che stiamo esaminando. In esse argomento che è solo sulla base dell’idea (anti-keynesiana) che la flessibilità dei mercati conduca il sistema capitalistico alla piena occupazione che Reichlin (et hoc genus omne) può argomentare che l’occupazione (e la sua qualità) siano frutto dell’impegno individuale da incentivare con una struttura di premi-punizioni. Se non fosse vero che il capitalismo graviti spontaneamente verso il pieno impiego, come sostenuto dalla tradizione critica, la questione occupazionale avrebbe poco a che fare con la struttura premi-punizioni, essendo la disoccupazione largamente involontaria (ivi, p. 111). Concordo inoltre molto con Franzini che è rendendo più equa la distribuzione del reddito che si livellano le opportunità facendo emergere il merito, e non viceversa (p. 244).
Rimane il fatto, però, che Franzini sembra dar credito alla tesi “ortodossa” quando concede che sebbene una maggiore eguaglianza possa nuocere alla crescita, un mondo che cresce di meno ma sia più equo potrebbe essere tuttavia preferibile a uno “più diseguale in cui l’economia cresce velocemente” (ivi, p.247). Dilemma quest’ultimo assai opinabile e che pecca di quella “forma non lieve di paternalismo autoritario” che l’autore imputa agli “ortodossi”. In ogni caso è proprio rifiutando la tesi “eterodossa” che Franzini sembra cacciarsi in questa trappola.
In merito alla tesi “eterodossa”, Franzini l’accusa di restare vittima “di qualche
confusione… tra livello della domanda e crescita dell’economia, che non sono esattamente la stessa cosa” (ivi, p. 246). Purtroppo aggiunge poi che “non è questa la sede per andare più a fondo sulla questione”.
La questione ci sembra, tuttavia, così centrale da sembrare meritevole di un approfondimento. A ben vedere, evidentemente, questo tipo di posizione ritiene che gli effetti positivi dell’equità su domanda e occupazione riguardino al più il breve periodo, mentre la crescita (il lungo periodo) dipenda da altri fattori che, tertium non datur, non possono che essere quelli della teoria ortodossa, in particolare un elevato tasso di risparmio. Se ne deduce che nel lungo periodo l’equità, determinando minori risparmi – in quanto la propensione al risparmio dei ceti medio-bassi è più bassa di quella dei ceti medio-alti –, danneggia la crescita, l’opposto di quanto sostenuto dagli economisti “eterodossi”.
L’impianto tradizionale emerge anche nella pallida critica che viene mossa alla teoria neoclassica della distribuzione (ivi, p. 248). In sintesi, questa cerca di dimostrare che in concorrenza ogni “fattore produttivo” (come lavoro e capitale) ottiene reddito in maniera commisurata al suo apporto alla produzione. Si sostiene che questa teoria sarebbe valida solo nel caso non vi fossero imperfezioni di mercato. Ma qualunque economista “ortodosso” – in particolare quelli più rispettati dalla scuola di Franzini come Marshall o Pigou – argomenterebbe che questa teoria è pur sempre approssimativamente valida (come la legge di gravità si applica a una foglia che cade pur in presenza di vento che temporaneamente la sollevi). Siamo comunque lontani dalle fondamenta dell’ingiustizia sociale proprie dell’approccio “eterodosso”.
Tesi divergenti dall’impianto Classico-Keynesiano degli “eterodossi” emergono anche in altri saggi. In particolare Pianta ritiene cha la diseguaglianza e non la disoccupazione sia “l’ingiustizia più grande del paese” (ivi, p.36), smarrendo così il loro nesso. Così pure la condivisione della visione “ortodossa” della crescita emerge laddove egli scrive che “lo stock di ricchezza” si riduce “quando i risparmi sono usati per consumare, come avviene ora in tempi di crisi” (ivi, p.38). Dunque più consumi danneggiano la crescita. Non si tratta di sottigliezze teoriche. La realtà la si legge con le lenti di una teoria. Se questa è debole, o addirittura sbagliata, fragile sarà l’interpretazione dei fatti, spesso ridotta a un tedioso snocciolamento di dati.[2]
A dar man forte alle tesi “eterodosse” qui difese c’è il saggio di Stiglitz (con Gallegati) che tutto gira attorno alla tesi che “l’intero deficit di domanda aggregata è oggi dovuto a fenomeni estremi di diseguaglianza” (ivi, p.17 e passim). E’ questo un sostegno di cui gli economisti critici non sentono particolarmente la necessità, ma che naturalmente può rassicurare molti lettori. Fa naturalmente gioco avere economisti come Stiglitz o Krugman come compagni di strada in questo frangente. Non va però dimenticato che non una singola virgola essi hanno mutato nei loro libri di testo (e lo stesso vale per Gallegati) in cui a un’interpretazione caricaturale di Keynes, per giunta ritenuta valida esclusivamente nel breve periodo, si accompagna il sostegno pieno alla teoria “ortodossa” per ciò che riguarda la crescita. Fatto sta, comunque, che nel contributo pubblicato dalla rivista Stiglitz è indiscutibilmente dalla stessa parte degli “eterodossi”.
Concludendo, Franzini ha certamente torto nel non vedere come il tema della diseguaglianza sia assolutamente fondante dell’approccio Classico-Keynesiano. Ma ha ragione nel sospettare che gli economisti critici siano scettici sull’enfasi assegnata a questo tema visto isolatamente e alla stregua di un problema etico-morale. Questi ritengono, infatti, che esso non vada scisso dai suoi nessi il funzionamento dell’economia capitalistica, in particolare con l’analisi della determinazione dei livelli di occupazione, nel breve come nel lungo periodo. La tematica della diseguaglianza può altrimenti rischiare di costituire, magari involontariamente, la foglia di fico per non affrontare l’insieme delle contraddizioni del sistema in cui viviamo.
NOTE
[1] Il lettore interessato può consultare un mio post (in inglese) in cui spiego in termini semplici l’approccio Classico-Keynesiano citando alcune pagine magistrali del Tallone di ferro di Jack London.
[2] Considerazioni relative al nesso fra distribuzione e domanda aggregata sembrano anche assenti nel saggio di Acocella, uno studioso pur spesso sensibile al tema, dove fa capolino un riferimento “ortodosso” a un possibile effetto negativo dell’equità sulla propensione al risparmio e, dunque, sulla crescita (ivi, p.120).
Non è vero che tertium non datur
, 5 aprile 2013
Ringrazio Sergio Cesaratto per i suoi commenti al mio articolo su MicroMega che mi danno l’opportunità di precisare il mio punto di vista e anche di esprimermi sul suo. Le questioni sono diverse e, credo, interessanti al di là della diversità di opinioni tra Cesaratto e me. Per questo, non sarò breve e me ne scuso.
Cesaratto apre il suo commento scrivendo che io accuserei “gli economisti eterodossi di sottovalutare il tema della disuguaglianza al pari degli economisti ortodossi”. No, non penso e non scrivo questo. Ad esempio, nella frase di apertura del mio saggio affermo, in sintesi, che se un economista si preoccupa delle disuguaglianze economiche quasi certamente è un eterodosso (il “quasi” serviva soprattutto a non escludere la possibilità che vi sia almeno un ortodosso eccentrico). E frasi di analogo tenore ricorrono almeno un paio di altre volte nel testo (a p. 240 e 241).
Soprattutto, direi che il mio pensiero al riguardo emerge dalla risposta che dò alla domanda centrale del mio articolo, che Cesaratto non richiama, e cioè quali siano (e quanto solide siano) le idee che gli economisti hanno utilizzato per sostenere che la disuguaglianza non è un problema. L’interesse per queste idee è dovuto anche al fatto che, affermandosi e diffondendosi, esse hanno prodotto, a mio parere, vari effetti negativi, di cui il principale è l’indebolimento della lotta alla disuguaglianza.
Le tre idee che ho individuato sono tutte interne al pensiero ortodosso e sono sostenute da economisti ortodossi; nessuna di esse è, anche vagamente, riconducibile agli economisti eterodossi. Il motivo è semplice: questi ultimi considerano la disuguaglianza un problema e non producono idee di quel tipo. Quindi, io non penso che gli eterodossi sottovalutino le disuguaglianze al pari degli ortodossi. La critica che rivolgo loro è un’altra e molto diversa.
Io credo che la loro difesa dell’eguaglianza è troppo spesso affidata a un solo argomento, quello dei suoi effetti positivi sulla crescita. Moltissime volte viene formulata un’affermazione di questo tipo, partendo dalla considerazione (sulla quale ritorner&ogra
ve;) che quando la disuguaglianza cresce, la domanda di consumo si riduce per effetto della più bassa propensione a consumare dei ricchi. Le ragioni della mia critica sono le seguenti:
a) la disuguaglianza viene considerata “un male” non di per se stessa ma per gli effetti che produce. Si adotta, cioè, una logica che chiamerei strumentale la quale, anche se rovesciata nei nessi, è identica a quella fatta propria dagli ortodossi, i quali sostengono che la disuguaglianza favorisce la crescita e perciò non è un “male”. Io penso che servirebbe entrare più a fondo nella disuguaglianza e nei suoi meccanismi per porsi il problema se sia un “male” in sé (come io, in generale, credo)e che c’è già qualche risultato nella ricerca che permetterebbe di fare questo;
b) in un periodo nel quale molto si discute dei limiti del Pil e, più ampiamente, dei complessi rapporti tra crescita del reddito e evoluzione del benessere sociale, forse occorrerebbe un po’ di cautela nel presentare la crescita come sistematicamente desiderabile, al punto da subordinare al suo perseguimento il giudizio da dare nei confronti della disuguaglianza;
c) se, come sembrano suggerire i dati e come dirò meglio tra breve, a una minore disuguaglianza non sempre (sottolineato: non sempre) corrisponde una maggiore crescita – e, dunque, l’ipotizzato effetto positivo sulla crescita non è certo – l’argomento strumentale di difesa dell’eguaglianza si indebolisce e, con esso, la difesa dell’eguaglianza.
Insomma, non affermo che gli economisti eterodossi sottovalutano la disuguaglianza come gli ortodossi; sostengo, invece, che nel preoccuparsi della disuguaglianza essi farebbero bene a non servirsi soltanto dell’argomento “strumentale” che ho richiamato.
Questo chiarimento non costituisce una risposta a tutti i rilievi critici mossi da Cesaratto, che, in prevalenza, toccano temi non centrali nel mio articolo ma certamente implicati da alcune mie affermazioni.
Cesaratto, se non lo interpreto male, ritiene che mettere anche “lievemente” (nel senso che chiarirò) in discussione l’idea eterodossa secondo cui una riduzione della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi comporta una maggiore crescita, equivale a collocarsi nel campo degli economisti ortodossi. Poiché, in qualche modo, metto “lievemente” in discussione quel nesso, Cesaratto ritiene che io finisca, più o meno consapevolmente, per sottoscrivere la teoria ortodossa, cadendo anche in contraddizione. Naturalmente non concordo né con il ragionamento di Cesaratto né con la sua conclusione. E non credo che sia particolarmente utile, almeno in relazione al tema in discussione, che è la disuguaglianza, confrontare le nostre opinioni sui perimetri dell’ortodossia e dell’eterodossia. Cercherò, però, di spiegare con qualche dettaglio il mio punto di vista.
Le numerose analisi empiriche (tra le altre quelle di Deininger-Squire, Barro, Forbes, Banerjee-Duflo) che sono state dedicate al nesso tra disuguaglianza e crescita (relative a diverse aree geografiche e diversi orizzonti temporali) non portano a risultati univoci: a una disuguaglianza più bassa possono corrispondere anche (sottolineato: anche) tassi di crescita inferiori. Infatti, i risultati delle diverse verifiche sembrano molto sensibili al periodo di analisi e ai paesi considerati, oltre che alle tecniche di stima, ai dati analizzati e altro ancora. Da questo traggo la conclusione che né l’effetto positivo ipotizzato dagli ortodossi né quello negativo ipotizzato dagli eterodossi sembrano, nella realtà, certi e sistematici.
Penso che questo possa dipendere dal ruolo di altri fattori, oltre le propensioni a consumare, su alcuni dei quali la letteratura ha richiamato l’attenzione. Si tratta anche di fattori che rimandano a aspetti istituzionali o sociali (ad esempio le forme e i costi del conflitto, le conseguenze per l’accumulazione del cosiddetto capitale umano) che potrebbero essere importanti, al pari dell’insieme delle politiche adottate, per spiegare la non sistematica associazione tra disuguaglianza e crescita. D’altro canto, potrebbe essere rilevante non soltanto quanto è alta quantitativamente la disuguaglianza, ma anche “come è fatta” (se così posso esprimermi); ad esempio, una disuguaglianza relativamente elevata e dovuta a molte rendite potrebbe non essere la stessa cosa di una disuguaglianza ugualmente elevata ma senza rendite e anche il suo rapporto con la crescita potrebbe essere diverso.
Ma si tratta di ipotesi da verificare empiricamente e da sistemare teoricamente. In ogni caso, i dati sembrano descriverci una realtà più complessa di quella che sarebbe implicata dalle ipotesi di nessi diretti, di un segno o dell’altro.
Dunque, se a una disuguaglianza più bassa non sempre e non sistematicamente corrisponde una crescita più elevata occorre, a mio parere, mettere in discussione anche “lievemente” l’ipotesi eterodossa (“lievemente”, nel senso che non deve essere completamente rigettata perché i dati non danno pieno credito neanche all’ipotesi opposta).
Cesaratto, però, imputa a una mia scelta e non al problema posto dai dati il fatto che io non sottoscriva senza riserve l’ipotesi eterodossa. Infatti, egli scrive che io sembro “porre sullo stesso piano, negandole entrambe” le due tesi e, quindi, mi terrei equidistante dalle due teorie. Ma non sono i miei preconcetti, né si tratta di una libera scelta. E’ solo la conseguenza di quello che i dati sembrano dirci. Se e quando i dati fossero più tranquillizzanti non avrei alcun problema a sottoscrivere l’ipotesi eterodossa. Anzi. Ma se i dati non confermano le nostre ipotesi io penso che sia bene moltiplicare gli sforzi di ricerca per individuare i fattori dai quali può dipendere l’affermarsi, in diverse circostanze, di un effetto piuttosto che dell’altro. Mi sembra, invece, che Cesaratto sostenga che se si mette in discussione l’ipotesi eterodossa non resta che aderire a quella ortodossa. Lo desumo da quanto afferma criticando un paio di mie affermazioni.
Nell’articolo ho scritto che spiegare il rapporto tra disuguaglianza e livello della domanda non è la stessa cosa che spiegare il rapporto tra disuguaglianza e tasso di crescita. L’ho scritto senza motivare, anche perché la questione non mi sembrava centrale rispetto al ragionamento che stavo svolgendo. Qui provo a spiegarmi un po’ meglio. L’argomento, già ricordato, basato sulle diverse propensioni al consumo, porta, in realtà, alla conclusione che se la disuguaglianza diminuisse, crescerebbe il livello della domanda. Su questo si fondano, correttamente, numerose interpretazioni del rapporto tra crisi e disuguaglianza. Ma questo non basta perché la domanda cresca continuamente in conseguenza della riduzione della disuguaglianza, cioè per sostenere un processo di crescita. Per avere quest’effetto dovremmo, forse, immaginare una continua riduzione delle disuguaglianze nel tempo che, però, si arresterebbe quando si fosse raggiunta, ipoteticamente, l’assoluta eguaglianza.
In realtà occorre immaginare altri meccanismi, collegati alla riduzione della disuguaglianza, in grado di far scattare processi dinamici che possono (anzi, dovrebbero) operare sia dal lato della domanda sia da quello dell’offerta, per rendere
effettivo il percorso di crescita continua. Mi pare che si faccia poco riferimento a questi meccanismi quando si parla del rapporto tra disuguaglianza e crescita. D’altro canto, come ho già ricordato, nella letteratura economica, sono state formulate altre ipotesi sui possibili effetti positivi della riduzione della disuguaglianza sulla crescita che non passano per le propensioni al consumo. E queste ipotesi – che, in particolare, chiamano in causa le istituzioni e le politiche – potrebbero essere utili per una spiegazione più articolata.
Comunque, spero di avere chiarito il senso della mia affermazione di partenza. Per Cesaratto, però, quella affermazione significa che io ritengo (anzi, non posso non ritenere) “che gli effetti positivi dell’equità su domanda e occupazione riguardino al più il breve periodo, mentre la crescita (il lungo periodo) dipenda da altri fattori che, tertium non datur, non possono che essere quelli della teoria ortodossa, in particolare un elevato tasso di risparmio. Se ne deduce che nel lungo periodo l’equità, determinando minori risparmi…..danneggia la crescita”.
Quindi, per Cesaratto le teorie sono due, o di qua o di là. Ma non direi che le cose stanno così, almeno per la questione di cui stiamo discutendo. Anzitutto, anche l’ipotesi opposta non è confermata dai dati e quindi applicando rigorosamente la logica di Cesaratto bisognerebbe rimbalzare da una teoria all’altra. Il problema sta proprio nel tertium non datur perché, a me pare, qui tertium datur, e sin dall’inizio: tra crescita e disuguaglianza sembrano interporsi fattori che nessuna delle due posizioni considera sistematicamente, con la conseguenza che qualche volta si manifesta un esito e qualche altra il suo opposto. Quindi le opzioni sono tre: effetti positivi certi della riduzione della disuguaglianza sulla crescita (eterodossi), effetti negativi certi (ortodossi), qualche volta gli uni qualche volta gli altri, e non sappiamo bene perché. In conseguenza di ciò tra l’ortodosso granitico e l’eterodosso senza dubbi, può spuntare l’eterodosso (o, magari, anche l’ortodosso) insoddisfatto, che è tale perché tende a prendere sul serio i dati (e sarebbe anche ben lieto se quei dati fossero sbagliati o non dicessero quello che a lui sembra che dicano). Ma nella sua interpretazione delle mie affermazioni Cesaratto non dà alcun peso ai dati, come emerge anche in un altro caso.
Se crescita e eguaglianza possono andare in direzioni opposte, si può porre il problema di dover scegliere tra più (o meno) disuguaglianza e più(o meno) crescita. Coloro che assegnano priorità alla crescita non avrebbero dubbi sul da farsi; tuttavia questa decisione non tiene conto delle eventuali preferenze degli individui per una ridotta disuguaglianza (e, in particolare, dell’avversione alla disuguaglianza che sembra essere piuttosto diffusa, come scrivo a p. 243). Per questo, essi incorrerebbero, a mio parere, in una forma un po’ autoritaria di paternalismo, quella che si manifesta quando si decide cosa è bene per la società senza tenere conto delle preferenze dei destinatari di quelle decisioni.
Per parte mia, lascio nell’articolo la questione senza risposta, sottintendendo che bisognerebbe prima risolvere vari problemi connessi alle preferenze individuali sulla crescita e la disuguaglianza. Avendo questa preoccupazione, non mi sarei aspettato l’accusa, che invece Cesaratto, mi rivolge, di essere o poter essere io stesso paternalista autoritario. Quindi non ho capito questo suo punto.
Mi sembra chiarissimo, invece, il punto immediatamente successivo. Cesaratto scrive che mi sarei da solo cacciato in una trappola: la scelta difficile che prospetto non si porrebbe (e credo che io sarei salvo anche dall’accusa di paternalismo autoritario) se solo riconoscessi, con gli eterodossi, che meno disuguaglianza vuole dire più crescita. Ma, di nuovo, il problema non sono le mie idee ma i dati, i “maledetti” dati che ci dicono quello che ho ricordato prima.
Come ho già scritto, io credo che quei dati ci invitino a un supplemento di analisi e questo a me non pare preoccupante. Al contrario, cercare di arricchire la spiegazione del nesso tra disuguaglianza e crescita potrebbe aiutare a capire meglio i meccanismi della disuguaglianza, forse a distinguere le disuguaglianze e a individuare il ruolo delle politiche e delle istituzioni, in modo, eventualmente, da raccomandare (se lo si desidera) qualche intervento in grado di assicurare che dalla riduzione della disuguaglianza deriveranno effetti positivi certi sulla crescita. Rispetto a una questione come la disuguaglianza credo che essere il più possibile certi di cosa perseguire e come fare per ottenerlo sia più importante che definire perimetri entro i quali occorre necessariamente collocarsi per poter difendere le teorie. Né credo che l’approfondimento che suggerisco possa mettere in discussione l’impianto generale della teoria che sta a cuore a Cesaratto.
Nel suo commento Cesaratto mi rivolge anche altre critiche su punti più circoscritti e, direi, meno interessanti. Vista anche la lunghezza di queste note le tralascerò. Vorrei fare soltanto una precisazione sul rapporto tra disuguaglianza e occupazione. Cesaratto, sostiene – basandosi, credo, sul fatto che non ne parlo – che io prenderei le distanze dall’idea che la piena occupazione è inscindibile dalla giustizia sociale. Non è così. Considero la piena occupazione una condizione essenziale per un sistema economico equo. Aggiungo, però, che la disuguaglianza non si combatte soltanto con l’accrescimento dell’occupazione. Soprattutto negli anni più recenti, quasi ovunque nel mondo occidentale, le disuguaglianze di reddito tra gli occupati sono significativamente aumentate al punto che quando si è verificato un aumento di occupazione non si è sempre avuta una riduzione delle disuguaglianze complessive: l’effetto positivo derivante dal passaggio di molti dallo status di disoccupato a quello di occupato è stato contrastato dalla crescente disuguaglianza tra gli occupati. D’altro canto, sono anche aumentate le disuguaglianze tra gli occupati come un tutto, da un lato, e i percettori di redditi da capitale, dall’altro. Insomma, le politiche per l’occupazione sono indispensabili ma la riduzione delle disuguaglianze richiede anche altro.
Spero di avere precisato il mio pensiero meglio di quanto non avessi fatto nell’articolo e di avere contribuito a chiarire quale sia, almeno dal mio punto di vista, l’oggetto del reale dissenso con Cesaratto. In estrema sintesi, io penso che la cosa più importante sia sviluppare un discorso più articolato, e non basato solo sull’argomento strumentale (sia fondato o meno) in difesa dell’eguaglianza. Questo richiede l’impegno degli economisti, soprattutto allo scopo di individuare i meccanismi della disuguaglianza nel capitalismo contemporaneo. Penso anche che dovremmo prestare attenzione ai dati nel formulare le nostre interpretazioni e se questi non confermano una nostra ipotesi dovremmo prenderli sul serio e cercare di capire perché sia così.
Mi pare che Cesaratto la pensi diversamente, in particolare le critiche che mi rivolge lasciano pensare che a suo avviso mettere in discussione un’ipotesi della teoria eterodossa implichi di necessità l’adesione alla teoria opposta e, quindi, all’idea che la disuguaglian
za non sia un problema. Applicando questo ragionamento egli mi considera (così interpreto il senso più generale delle sue critiche) quanto meno non abbastanza eterodosso. Non credo sia interessante stabilire la mia collocazione nella mappa delle teorie economiche (che pure può essere disegnata in vari modi); più importante mi sembra chiarire se i problemi che ho cercato di illustrare in questa mia replica siano di qualche rilevanza oppure no.
Però, proprio su questo problema della collocazione, voglio confessare, in conclusione, un dubbio che mi è venuto leggendo il commento di Cesaratto. Mi ha colpito che egli usi, più volte, l’espressione “scuola di Franzini”. Di sicuro non esiste, in alcun senso possibile, una “scuola di Franzini”. Potrebbe, invece, esistere – con tutti i caveat sul termine scuola – una “scuola di Federico Caffè” della quale ho fatto parte. Caffè guardava a una branca della teoria economica, l’economia del benessere, con una simpatia che, direi, è pari all’antipatia che suscitava (e credo susciti ancora) nella “scuola” alla quale penso si possa dire che appartiene Cesaratto. In anni ormai lontani l’economia del benessere (per la quale, opportunamente intesa, ho anche io una discreta simpatia) costituì argomento di confronto tra esponenti di questa “scuola” e Caffè. Poiché Cesaratto cita l’economia del benessere dove non mi sembra che fosse indispensabile farlo, mi è venuto il dubbio che tutto ciò abbia un peso nella valutazione che Cesaratto dà del mio grado di eterodossia; quest’ultima, quindi, non dipenderebbe solo da quello che scrivo (e da come lui lo interpreta) su MicroMega. Volendo, si potrebbe discutere di nuovo di economia del benessere, ma non credo che sarebbe la cosa principale da fare per migliorare l’analisi della disuguaglianza.
A questo scopo è, forse, più utile un dibattito allargato, a partire dai lavori contenuti nel numero di MicroMega. Spero di riuscire a organizzare in tempi brevi, nel mio dipartimento, un incontro con queste caratteristiche. Ovviamente Cesaratto sarà invitato. Anzi, è invitato fin d’ora.
L’equità è incompatibile col capitalismo
Ringrazio anch’io Maurizio Franzini per le puntualizzazioni delle sue idee che, tuttavia, mi inducono a ribadire le mie perplessità. Sgombrando il campo da questioni marginali, il punto in discussione sono gli effetti della diseguaglianza sulla crescita. Tralasciamo anche ogni considerazione sulla desiderabilità della crescita. La mia tesi è che questa sia necessaria, privilegiando consumi sociali e rispettosi dell’ambiente. Tanto più che la “cautela” che Franzini nuovamente evoca se “crescita [sia] sistematicamente desiderabile, al punto da subordinare al suo perseguimento il giudizio da dare nei confronti della diseguaglianza”, non riguarda me che ritengo che crescita ed equità si sostengano reciprocamente. Così come non vale la pena soffermarsi sul fatto che gli economisti “eterodossi” della tradizione Classico-Kaleckiana trovano, ovviamente, la diseguaglianza immorale anche indipendentemente dagli effetti sulla crescita. Essi ritengono però decisivo smentire la tesi “ortodossa” che una maggiore equità danneggi la crescita.
Il punto centrale della discussione è dunque che Franzini ritiene che la tesi “eterodossa” del legame positivo fra equità e crescita non sia provata in generale. L’argomento che egli adduce al riguardo è un riferimento ad alcuni lavori empirici (già evocati nell’articolo originale) che non proverebbero in maniera sistematica “né l’effetto positivo [della diseguaglianza sulla crescita] ipotizzato dagli ortodossi né quello negativo ipotizzato dagli eterodossi”. Rimando al dibattito che Franzini organizzerà alla Sapienza – sono grato per l’invito – un approfondimento critico di questi studi e l’esame di risultanze opposte (e sarà certamente il caso di chiedere a Radio Radicale di registrare l’evento per il più ampio pubblico che ha seguito questa discussione). Mi limito qui alle seguenti osservazioni.
In genere questi studi econometrici muovono da impostazioni teoriche assai “ortodosse” (ciò che può condizionare i risultati empirici) e sono condotti su decine e decine di paesi (sembra questo il caso degli studi menzionati da Franzini). Questo non è un vantaggio perché si offuscano le specifiche circostanze storiche, sociali e istituzionali che in ciascun paese influenzano la relazione fra equità e crescita. Accetto, tuttavia, il punto sollevato da Franzini sulla base di questa letteratura che le relazioni fra equità e crescita siano complesse. In particolare, lo ringrazio per aver ricordato che vi sono dei casi in cui una maggiore diseguaglianza si associa una maggiore crescita. Questi casi sono tuttavia coerenti con l’approccio eterodosso in cui non v’è crescita se la domanda aggregata non aumenta, come negli esempi qui sotto elencati.
(a) In paesi in cui la crescita è guidata dalle esportazioni o che praticano politiche mercantiliste, salari reali relativamente bassi si possono accompagnare ad elevate esportazioni e crescita. Ma questo semplicemente perché la depressione dei consumi interni viene compensata dai mercati esteri in paesi che, spesso, vengono all’uopo fatti indebitare. L’indebitamento sfocia, ahimè, spesso in una crisi finanziaria. Ne sappiamo qualcosa noi in Europa dove la crisi deve molto al comportamento mercantilista della Germania! (v. qui)
(b) E’ ben noto che nelle fasi iniziali dei processi di sviluppo la distribuzione del reddito possa muovere nella direzione di una maggiore diseguaglianza, pur con una possibile aumento dei redditi medi. Attenzione qui è la crescita che genera maggiore diseguaglianza, quindi non stiamo avvalorando la tesi “ortodossa” che la diseguaglianza genera sviluppo. La maggiore diseguaglianza non danneggia poiché la compressione dei salari consente la crescita dell’export (come nel caso a), mentre l’aumento relativo dei redditi del nuovo ceto medio può non sfavorire i consumi a cui esso finalmente può accedere.
(c) In altri casi, come negli Stati Uniti pre-crisi, una relativa alta crescita si è accompagnata a una disuguaglianza in aumento, senza che la crescita occupazionale abbia portato a un aumento dei salari (contrariamente, apparentemente, alle aspettative degli eterodossi). Ma nessuna sorpresa, in realtà. Negli Stati Uniti il ceto medio impoverito è stato indotto a indebitarsi per sostenere la domanda (come documentato per esempio da Barba e Pivetti), mentre la maggiore occupazione non ha portato a un rafforzamento sindacale dopo un paio di decenni in cui il lavoratore americano era stato traumatizzato a colpi di disoccupazione (come ben evidenziato da Bellofiore e Halevi). Anche qui l’esito di tale modello di crescita è stata una crisi finanziaria.
Recentemente gli Economic Report of the President 2012 e 2013 esplicitamente nominano gli effetti negativi della crescente diseguaglianza su domanda aggregata e crescita.
Resta dunque confermato quanto avevamo scritto sulla scorta della lezione di Kalecki: in via generale una maggiore equità distributiva generando più domanda accresce reddito e occupazione. Tuttavia il capitale non ama l’equità (per evidenti motivi), per cui ricorre a forme balorde per sostenere la domanda aggregata pur in presenza di crescente diseguaglianza, forme che poi che sfociano sovente in una crisi finanziaria. Non sono convinto che questa complessa perversità del capitalismo, come la definirebbe Kalecki, sia colta dagli studi citati da Franzini, i cui risultati sospensivi circa la relazione fra equità e crescita comunque non ci sorprendono e abbiamo cercato di chiarire.
Franzini non sembra cercare di spiegare in dettaglio al lettore il perché di questi risultati, e comunque non su linee simili alle nostre. Dai pochi cenni, egli non sembra da un lato rifiutare la tesi Keynesiana di possibili effetti positivi di una maggiore equità sulla crescita, laddove evoca il ruolo delle “propensioni a consumare”, e questo va bene. Franzini richiama altre due spiegazioni senza però chiarire a favore di quale delle due tesi in esame: “le forme e i costi del conflitto” e “le conseguenze per l’accumulazione del cosiddetto capitale umano”. Che l’eccesso di conflitto sociale volto a ottenere maggiore equità possa nuocere alla crescita è possibile. Ma va chiarito che questo accade perché la borghesia reagirà alla richiesta di maggiore giustizia, in generale, con politiche economiche volte ad accrescere la disoccupazione e ripristinare la disciplina e lo status quo distributivo – non lo ha fatto solo quando c’era la sfida sovietica, come indicato fra gli altri da Garegnani e Pivetti. Dunque non è che l’equità non fa crescere, ma è che è incompatibile col capitalismo, se non in delimitati periodi storici. Se Franzini intende che l’accettazione da parte della borghesia di una maggiore equità agevolerebbe la crescita attraverso una comunità più armonica, mi trova d’accordo, sebbene scettico che questo sia nel DNA del capitalismo.
Circa il “capitale umano” – espressione che mi rende perplesso tanto è priva di solidi fondamenti analitici – si può intendere che una maggiore equità favorisca l’istruzione e dunque la crescita, il che mi trova consenziente. Ma si deve stare in guardia dalla tesi più “ortodossa” alla Pietro Reichlin che una maggiore giustizia distributiva – ottenuta, per esempio, attraverso maggiori imposte progressive per finanziare lo stato sociale – disincentiva offerta di lavoro, risparmio, accumulazione di “capitale umano”, merito e tutti i parafernalia dell’economia “dal lato dell’offerta” e fa crescere di meno. Ho criticato la validità di questa tesi nella conversazione con Reichlin a cui rimando (sempre su e che cercherò di pubblicare sul mio blog). Nelle spiegazioni che sopra ho addotto per spiegare perché in taluni casi una maggiore diseguaglianza può associarsi a una maggiore crescita non ho, infatti, usato questi tipi di argomento e sono rimasto coerente con un approccio keynesiano. Non mi è chiaro però come Franzini spieghi il possibile impatto positivo della diseguaglianza sulla crescita, argomento centrale nella sua polemica con gli “eterodossi”.
Non trascuro dunque i dati, come sostiene Franzini, e soprattutto i fatti. Mi limito a evidenziare che il modo in cui i risultati empirici vengono messi a punto e interpretati riflette approcci teorici precisi. Ricostruiamo e leggiamo il mondo attraverso le lenti della teoria, i fatti non parlano da soli. Sì, “maledetti dati”, perché non parlate da soli? E’ una banale verità che ho dovuto ricordare anche a Reichlin. Franzini si muove un po’ a 360 gradi nel mondo delle teorie. Chi scrive è assai più sospettoso della maggior parte di queste teorie. Ma è forse un difetto un po’ demodé da vecchio lettore di Marx, vizio che pochi giovani osano ormai coltivare perché se ne paga prezzo salato.[1]
NOTA
[1] E proprio perché la teoria è importante, ben accolgo un appunto critico di Franzini di natura più tecnica per puntualizzare. Lo faccio in nota per non tediare troppo chi ci legge. Da come mi sono espresso – in un articolo divulgativo che non è un paper scientifico – si evince che, scrive Franzini, “perché la domanda cresca continuamente …per sostenere un processo di crescita …dovremmo immaginare una continua riduzione delle diseguaglianze …che però si arresterebbe quando si fosse raggiunta…l’assoluta eguaglianza”. In effetti, nel modello Classico-Kaleckiano che ho in mente, un aumento della propensione al consumo dovuto alla riduzione della diseguaglianza ha un effetto “di livello” sul reddito nazionale, ma non sul tasso di crescita (se non durante la transizione da un sentiero di crescita e l’altro). Questo dipende dall’espansione di quelli che Kalecki (sulla scorta di un intuizione di Rosa Luxemburg) chiamò “mercati esterni”, e Garegnani in un lontano scritto (che stiamo per pubblicare in inglese) definì “domanda finale”: indebitamento delle famiglie; spesa pubblica e, in economia aperta, esportazioni e indebitamento dei paesi “periferici” (v. qui). Che tale maniera di sostenere la crescita possa sfociare in una crisi finanziaria è stato già accennato. Tale probabilità sarà però tanto più bassa quanto più la distribuzione del reddito muta a favore dei lavoratori assicurando consumi basati su elevati salari reali che crescano in linea con la produttività. Gli economisti eterodossi non trascurano il lato dell’offerta, lo dico perché sennò qualcuno alza la mano e me lo imputa. Lo fanno con riferimento alla tradizione mercantilista-listiana delle politiche industriali pubbliche (v. qui), quella studiata e praticata, per esempio, in Giappone, Corea e in Cina sulla scorta dell’esperienza tedesca di fine XIX° secolo.
(5 aprile 2013)
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