Elogio democratico del male minore
Giovanni Perazzoli
Grillo ultima incarnazione del radicalismo perdente. Il radicalismo, inteso come posizione politica, intellettuale, culturale, artistica, deve essere promosso dalla democrazia. Ma la democrazia è laica e stempera le posizioni non negoziabili.
Il radicalismo del mai-un-compromesso appartiene alla pancia dell’Italia. Beppe Grillo non si distacca da questa vecchia matrice ideologica italiana (vedere il bel libro di Massimo L. Salvadori, Italia divisa, Donzelli 2007).
Ma in democrazia le forze che non si sommano restano escluse dal governo; a meno che non ottengano la maggioranza assoluta. Nel qual caso, comunque, devono sottostare alla Costituzione, perché il potere della maggioranza nella democrazia liberale non implica di dominio sulla minoranza.
Il radicalismo, inteso come posizione politica, intellettuale, culturale, artistica, andrebbe difeso e promosso dalla democrazia. Ma la decisione democratica è a maggioranza (e vincolata alla Costituzione). Con tutte le conseguenze del caso. Da qui non si scappa.
Questa situazione oggettiva implica il compromesso. Ma per il radicalismo del non-compromesso è inaccettabile che la democrazia si riduca alla scelta del “male minore”. O, se si preferisce, del “meglio contingentemente possibile”. E tuttavia la democrazia è questo, che piaccia o no.
Vero pure che il furbastro alle vongole (altro protagonista dell’antropologia politica italiana) suscita la risposta del perdente radicale. Vero anche che l’Italia avrebbe bisogno di una “ristrutturazione” profonda. Ma non sarà il radicalismo del mai-un-compromesso a realizzare questa ristrutturazione: infatti, da sempre “salva la coerenza” con una sostanziale incoerenza, e alla fine si autodistrugge. C’è una coerenza che in realtà, in democrazia, è solo fanatismo: un fanatismo uguale a quello delle religioni, che infatti, tutte, non si integrano con la democrazia, e prima o poi cercheranno di sovvertirla a proprio vantaggio. La democrazia è un difficile miscuglio di pazienza e intransigenza. Come in tutto ciò che implica la libertà, anche nella scelta politica non esistono regole precostituite che possano dare in anticipo il risultato. L’autismo e l’autoreferenzialità narcisistica sono elementi autodistruttivi (il furbo alla vongole è strutturalmente, purtroppo, più assimilabile alle regole esteriori della democrazia, è involontariamente più laico, perché ha la particolare libertà della furbizia; basta vedere come utilizza la religione – la utilizza e proprio e per questo se ne distacca, come si distacca un carpentiere dal martello che usa come strumento).
Da sottolineare che il “meglio contingentemente possibile” come regola della democrazia non è un discorso “morale” o una preferenza soggettiva. È il sistema democratico che è così fatto da stemperare le posizioni non negoziabili; e non importa se nel mezzo ci capiti anche la verità (qualsiasi cosa si voglia pensare della verità). La democrazia rinuncia per principio all’assoluto: in cambio ottiene la fine delle guerre di religione, dei totalitarismi, degli assolutismi. La democrazia è laica.
Ma il radicalismo del non-compromesso vede la politica in chiave religiosa/metafisica: deve redimere il Male sociale, salvare la società. Deve esaltarsi. A destra e a sinistra. La democrazia invece non si presta a questa visione salvifica, piuttosto mescola l’avanguardia e la conservazione.
Ora, però, se la parte progressista si sottrae alla somma democratica, il risultato non tornerà mai, con grande beneficio della conservazione. Il radicalismo autodistruttivo spera sempre, non accorgendosi del paralogismo, che la maggioranza si accorga della bontà delle tesi di cui si fa sostenitore, proprio perché è convinto di essere nel vero e che la democrazia sia espressione della verità: se dunque la maggioranza non riconosce la verità è, di conseguenza, solo “per accidente”, la causa dell’incomprensione è in “altro”, ad esempio dei mezzi d’informazione. In realtà, quell’accidente (che non è affatto un accidente) è proprio il problema politico, e la lotta politica impone proprio di modificare pezzo a pezzo il contesto che frena i cambiamenti. Ma per farlo non basta avere ragione: occorre pazienza, capacità da statista, capacità di pensare per gradi e per compromessi, tenendo sempre come bussola il meglio contingentemente possibile. Un metro in avanti oggi, sono duecento in avanti il giorno dopo.
Grillo, come Berlusconi, si rivolge però al Popolo, lo chiama Rete: ma la democrazia non è banalmente richiamo al popolo. Il potere, del resto, non esisterebbe mai senza il popolo: in nessun caso, lo sa bene qualsiasi lettore di Machiavelli. La democrazia è una determinata costruzione del consenso. Invece, il richiamo al popolo salta legge, credendo di rivolgersi direttamente alla fonte della legge. Ma leggi e procedure (democratiche) non esistono per caso (si noti in proposito che l’espulsione dei dissidenti, se viene legittimata, come si legge, per punire il tradimento delle regole, non dovrebbe essere poi avallata anche dall’approvazione della Rete: qui davvero siamo nel giacobinismo).
(18 giugno 2013)
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