Emiparesi civica e Milano-connection
di Pierfranco Pellizzetti, da "Il Fatto Quotidiano", 2 gennaio
C’è un nesso tra i misfatti della Milano-connection, di cui da tempo riferiscono Gianni Barbacetto e gli altri giornalisti del Fatto Quotidiano impegnati a indagare la realtà ambrosiana, con gli spaventosi ritardi della città nell’individuare una propria collocazione/specializzazione nel dopo crisi industriale; o – magari – l’insignificanza delle sue rappresentanze imprenditoriali nel sistema di Confindustria, nonostante Assolombarda ne sia il primo contribuente? La colonizzazione degli organigrammi pubblici locali da parte di cordate che nulla hanno a che spartire con le civiche tradizioni culturali (l’Illuminismo dei Verri e dei Beccaria, le “vecchie barbe” turatiane dei Navigli, il Cattolicesimo liberale)?
La tesi che si va a esporre è quella di una sorta di “emiparesi” del cervello collettivo meneghino che impedisce di pensare politicamente, confondendo amministrazione con decisione strategica. Un blocco mentale che secondo alcuni discenderebbe dalla dominazione austriaca, quando si lasciò all’élite locale il compito di gestire l’ordinario, mantenendo a Vienna il monopolio dell’Alta Politica. Da qui il mito del “comune ben amministrato” come ripiegamento autarchico.
L’incapacità di ragionare sulle interdipendenze spaziali (e relative alleanze) evidenziatasi già nella prima sessione del parlamento fiorentino del dopo Unità d’Italia; quando la delegazione lombarda guidata da Carlo Cattaneo, probabilmente l’intellettuale di maggiore caratura del tempo, venne immediatamente emarginata dall’alleanza tra piemontesi e baroni latifondisti meridionali.
Una sconfitta che marchiò l’immaginario collettivo milanese, consolidando la retorica della città moderna come isola felice che va avanti da sola.
D’altro canto, un’idea di modernità che si salda all’emiplegia politica nel determinare una civiltà “debole”, in quanto non strumentata politicamente.
La Milano che abbiamo conosciuto fino agli anni Settanta era città accogliente e democratica, ma priva di filtri per selezionare e – al limite – educare i flussi che venivano da fuori: le immigrazioni dalle valli (“i falchetti”) e dal Sud (quelli che sarebbero diventati i “milanesizzati”: gente che del moderno percepisce solo l’apparenza d’immagine e i gadget di status). Flussi migratori che avrebbero presto finito per sommergere l’antico civismo, in quanto portatori di tecnologie del potere arcaiche quanto efficaci; tradotte nei relativi modelli: familismo, l’organizzazione a clan, clientelismo. La possessività del Mastro don Gesualdo.
Non a caso è proprio nel processo di tale conquista che prendono forma i soggetti, targati impropriamente “milanesi”, che poi muoveranno all’assalto dell’intero Paese: craxismo, berlusconismo, bossismo…
Intanto la città veniva presa in ostaggio. Michele Serra ebbe a scrivere che dopo l’assassinio di Giorgio Ambrosoli la Vecchia Milano si chiuse nei suoi palazzi di corso Vittorio, sprangando porte e finestre. Lasciando – così – campo libero alla “gens nova” impegnata nel saccheggio affaristico di quella che era la massima concentrazione capitalistica nazionale; opacizzandone la vita pubblica e azzerandone le capacità progettuali. Tanto che già il rapporto Habitat-Nazioni Unite del 1996 così scriveva, riguardo al fallimentare tentativo di pianificazione d’area dell’amministrazione comunale, denominato “Progetto Milano”: «l’inazione del governo locale ha impedito che le proposte strategiche si trasformassero in specifiche linee di azione».
Sicché un esperto cose meneghine – come Aldo Bonomi – ora dichiara che «tutti fanno affari con Milano ma le reti non si condensano in un idem sentire».
Così si è persa la battaglia per diventare il polo fieristico dell’Europa meridionale, risoltasi a vantaggio di Monaco di Baviera; non si è riusciti ad assurgere a primaria sede della finanza continentale, ripiegando sul ben più modesto ruolo di porta d’ingresso ai mercati nazionali dei grandi players stranieri. Non si è stati capaci di fungere da referente d’accompagnamento/consolidamento delle realtà di nuova industrializzazione distrettuale a Est (ora in caduta libera, anche perché non attrezzate in proprio a evolvere da imprese-comunità in imprese a rete).
Del resto Torino e non Milano è il punto di riferimento per le politiche coalizionali di sviluppo locale. Perché sotto la Mole si pensa territorio; da sempre.
Non a caso l’unità nazionale è partita da qui; non dalla città della Madonnina.
Ciononostante, a Milano si presume di uscire dalla crisi ricorrendo ai soliti “effetti speciali”; magari la grande Expo 2015, che non è azzardato ipotizzare come un grave flop annunciato. Proprio perché difetta l’orientamento strategico che guidi la costruzione di un futuro condiviso. E nella quotidianità declinante si aggirano torme di accaparratori. Contro cui il ricorrente appello manieristico al civico pragmatismo è del tutto disarmato.
Si ha bisogno di Valéry Giscard d’Estaing per sapere che «pragmatismo è il modo garbato per dire che manca la Visione»?
(4 gennaio 2010)
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.