Er Mubarak de noantri

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Davvero la Storia si diverte con gli esseri umani, fra tragedia e farsa. I nostri giornali, e non soltanto i nostri, sono traboccanti dei dettagli, sempre più grotteschi, da commedia all’italiana di quarta serie (tipo “L’infermiera e il dottore”, “La poliziotta in guepière”, “La supplente balla con tutta la classe”…), aventi quale protagonista il nostro (ancora) presidente del Consiglio. Il quale, surclassando il miglior Pippo Franco, o Lino Banfi, aveva spacciato per “nipote di Mubarak”, una delle sue ninfette a pagamento (“mai pagata una donna”: ricordate? E ancora: “il bello è la conquista”! No comment…), finita in guardina per furto; si trattava di tirarla fuori, e il nostro presidente (ancora) del Consiglio è “persona generosa”; paga bene, come “utilizzatore finale” di signorine (rigorosamente in vendita, naturalmente). Ebbene, ora il suo amico Mubarak, anzi lo zio Hosni (il nome proprio del quasi ex presidente egiziano), è nei guai. Proprio come lui, il caro Silvio: quello che si sveglia ogni mattina canterellando “perfortunachesilvioc’è”.

Destino comune? Certo, Mubarak regna come un faraone, da un trentennio; mentre il buon Silvio solo da un quindicennio, sta aduggiando la vita pubblica del Bel Paese. Certo, Mubarak (a differenza di quel che ne ha detto Berlusconi, che ha avuto parole di elogio: ma sentenziò pure che Bush junior sarebbe stato ricordato come “il miglior presidente statunitense del secolo”!), ha stretto l’Egitto in una morsa di ferro, ricoperta talora da morbido velluto, considerando che il turismo è la principale risorsa economica del paese, e che non si poteva mostrare tutto lo schifo di un regime corrotto, poliziesco, iniquo: all’Occidente Mubarak piaceva, perché appariva in politica estera un “moderato”, sinonimo, chissà perché nello sciatto pensiero politico contemporaneo, di “stabilità”. Agli Stati Uniti, soprattutto, e ancor più a Israele, che infatti è rimasto il principale sostegno del faraone sul punto di cadere. E che cos’è la “transizione morbida” di cui parlano tutti costoro, mentre pappagallescamente ripete la canzonetta il nostro pseudoministro degli Esteri, l’abbronzato Frattini? Non è altro che la continuità, che piace alle nostre élites perché nell’Egitto di Mubarak è aumentata la ricchezza, ma è aumentata ancor più la miseria: proprio come da noi, insomma, è cresciuto il divario tra chi ha molto e chi ha poco, anzi tra chi ha troppo e chi ha troppo poco.

Dunque Mubarak piaceva. Piaceva anche perché era islamico, ma “moderato”, anzi nemico di quelli che genericamente noi chiamiamo “fondamentalisti”, senza alcuna conoscenza di persone, idee, movimenti. Piaceva perché dichiarava di essere a favore della causa palestinese, ma si opponeva a ogni tentativo di recar soccorso agli assediati di Gaza, in una vergognosa complicità con i governanti israeliani.
Ora, in uno straordinario gioco di domino, tutti i regimi “moderati” (in realtà semplicemente dittatoriali) del Nordafrica stanno andando a carte quarantotto. Crolli a catena. E il piccolo faraone Mubarak, davanti alla folla che ha chiesto null’altro che pane e libertà, ha risposto con la fucileria in piazza. Insomma, il volto feroce dell’autocrate, che non vuole risolversi a uscire di scena, anche quando il popolo di cui egli, inevitabilmente, paternamente, si dichiara protettore e benefattore.

Anche il nostro Silvio si dichiara amatissimo dal popolo di cui si pone, liberalmente, al servizio, quando infrange leggi, quando ne impone altre solo per auto proteggersi, quando stabilisce contatti con Cosa nostra, quando ingaggia escort di ogni età e colore, grottesco e attempato dongiovanni di Milano Due (di “mignottocrazia” ha parlato un suo uomo, che alla fine se ne è allontanato, a quanto pare disgustato della “malattia” – Veronica dixit – del “vecchio porco”, come l’ha definito Feltri su “Libero”). Ma provate a fare un rapido confronto fra i due faraoni, quello d’Egitto, e quello “de noantri”. Anche nella repressione, anche nel tentativo disperato di sottrarsi al giudizio del popolo, anche nella volontà incredibile di rimanere in sella, anche nella fuga organizzata dei familiari, con il loro centinaio di valige, ebbene egli conserva una sua dignità: è un capo di Stato, e lo mostra, anche nella solennità persino ostentata dei comportamenti davanti alle telecamere. Certo, la rivoluzione in atto – di tale si tratta, in tutto il Maghreb – ha rivelato che il regime di Mubarak sembrava nel fior degli anni (così ha scritto un commentatore egiziano), solo grazie al botulino, al lifting e alle liposuzioni. Una metafora, per mostrare il divario tra apparenza e realtà. Qui, da noi, invece, botulino, lifting, liposuzioni e, aggiungo, trapianti, coloriture innaturali, farmaci virilizzanti, sono un dato reale e concretissimo, che fanno precipitare la tragedia egiziana nella farsa italiana.

Così, il lungo cambio di regime, in Egitto, rivela la durezza della repressione, ma anche la sua inanità a fermare una massa sterminata di persone: da noi, invece, tutto finisce in vacca, con un personaggio macchiettistico che ostenta invece che decoro e dignità, la sicumera neppure arrogante, ma solo patetica del bullo da Bar dello Sport, che ride, che ti sfida sibilante: “t’aspetto fuori…”, che non smette neppure per un istante di fare battutacce sulle donne, che racconta scempie barzellette (a sfondo sessuale, naturalmente) imparate ai tempi lontani di una imperfetta carriera scolastica. Forse la drammaticità di Mubarak, quello vero, deriva innanzi tutto dalla forza della massa che gli si oppone, incurante degli inviti alla calma, ai compromessi, alla transizione “pacifica”. “La rivoluzione non è un pranzo di gala”, diceva un tale che oggi non è di moda citare. Mentre il ghigno beffardo del nostro Mubarak all’italiana, deriva dalla pochezza dei suoi avversari. E dal fatto che la massa che lo vorrebbe almeno in ritiro spirituale in un convento di clausura (meglio la galera, però), opera attraverso i mezzi dell’etere. Forse occorre non dimenticare che le rivoluzioni si fanno nelle piazze, ed è ora di ricordarsi quel che scriveva Carlo Rosselli, uno che di opposizione al tiranno se ne intendeva: “Basterebbe che una sera, all’uscita, la maestranza di un solo grosso stabilimento si incolonnasse e muovesse verso il centro cittadino, decisa a farla finita, perché la rapida liquidazione del fascismo si avverasse”.

Oggi non basterebbe, ma se, come in Egitto, centinaia di stabilimenti, scuole, uffici, si fermassero e operai, impiegati, studenti, professori, si incolonnassero e muovessero verso il cuore delle città italiane, pretendendo, reclamando, la fine di questo nuovo fascismo, qualcosa accadrebbe. Qualcosa di grosso, se i sindacati, quelli rimasti fedeli alla loro missione, proclamassero lo sciopero generale. Anche a costo che sia uno sciopero generale a oltranza. Il momento è gravissimo, e richiede azioni ferme, immediate, altrettanto gravi. Se non ora, quando, ci libereremo de “er Mubarak de noantri”?

Angelo d’Orsi

(5 febbraio 2011)

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