Essere Taslima Nasreen
di Bianca Madeccia, lapoesiaelospirito
La prima volta che la incontrai, nel ’95, era di passaggio a Roma e stava andando in Svezia. A Fiumicino, si aggirava all’interno dell’aeroporto come una delle tante turiste asiatiche in vacanza in Italia. Giacca di pelle nera, jeans neri, zainetto sulle spalle, capelli corti e spettinati. Passo tranquillo, lento. Si guardava attorno, beveva una coca-cola, telefonava.
Eppure Taslima Nasreen, medico, poeta, scrittrice bengalese, avrebbe avuto più di qualche motivo per non passeggiare così tranquilla. All’epoca aveva una condanna a morte sulla testa. Il che voleva dire che i fondamentalisti islamici avrebbero ben pagato chiunque nel mondo si fosse incaricato di ucciderla. Ciò nonostante viaggiava senza guardia del corpo. Quando gli si chiedeva della sua paura, ti guardava, alzava le spalle, e sorridendo, lentamente scandiva un: «No».
A fine luglio, dopo molti anni di assenza Taslima Nasreen sarà di nuovo in Italia, ospite della manifestazione Napolipoesia nel Parco. Solo che ora questa scrittrice, di condanne a morte sulla sua testa, ne ha tre.
La sua prima fatwa l’ha ricevuta nel ’94 grazie al libro Lajja (La vergogna), romanzo-denuncia sull’oppressione e le persecuzioni di cui gli indù del Bangladesh sono stati vittime prima e, ancora più ferocemente, dopo la distruzione della moschea indiana di Babri Masjid. In Lajja, si racconta ciò che successe nella capitale del Bangladesh, Dacca e in tutto il territorio del stato sub-indiano nei giorni immediatamente successivi alla distruzione della moschea. Il governo vieterà la vendita delle sue opere, le impone di smettere di scrivere e le ritira il passaporto.
Taslima che dichiara apertamente e coraggiosamente la sua omosessualità, in Bangladesh era ginecologa. Nata nel 1962 (famiglia musulmana: il padre è dottore, la madre casalinga. Ha due fratelli e una sorella, anche lei emigrata all’estero), a Mymensingh, nel Pakistan orientale, poi diventato Bangladesh nel 1971 con la conquista dell’indipendenza.
Comincia a scrivere poesie a quattordici anni, coltivando nello stesso tempo un forte interesse per la scienza. Laureata in medicina nel 1984, lavora per otto anni in ospedali pubblici; poi la passione per la scrittura prende il sopravvento. «Non è stato facile. Studiavo, e già questo era un privilegio, ma non potevo uscire di casa. Il tempo libero non esisteva. Mi permettevano di studiare ma forse solo per farmi fare un matrimonio più vantaggioso. I miei studi, secondo la consuetudine, avrebbero dovuto interrompersi alle superiori. Quella è di solito l’età ‘giusta’ per sposarsi». Infatti, alla fine delle superiori la migliore amica di Taslima viene obbligata dalla famiglia a lasciare la scuola. Deve sposarsi con un uomo scelto per lei da altri. Taslima, invece, che non tollera di dover rimanere rinchiusa in casa, chiede di poter continuare gli studi. Dopo feroci discussioni, il padre capisce. Le viene concesso di andare all’università. Taslima diventerà dottore, ma la situazione in casa non cambia.
L’università però è molto importante: significa avere amici, frequentare gente diversa, giovani che come lei sentono di vivere in un mondo che gli va stretto. Taslima fa girare le cose che scrive, e molte persone la incitano a continuare. Inizia a collaborare con qualche rivista letteraria e a ventiquattro anni riesce a pubblicare la sua prima raccolta di poesie. Poesie che parlano di donne, della difficoltà di vivere da essere umano inferiore, con diritti e doveri pari a quelli di uno schiavo. Poesie che raccontano l’atrocità di un marito scelto dai genitori. Di matrimoni imposti con la forza. Dell’impossibilità di poter decidere della propria vita. Del non avere diritto alla parola. In un mondo in cui la volontà e le parole di una donna contano meno di zero. «Le donne mi scrivevano, mi incoraggiavano. Dicevano che le mie poesie erano importanti per loro. Tante hanno voluto conoscermi di persona».
Intanto in Bangladesh l’influenza del Jamaat-elslami (partito fondamentalista) cresce. Taslima continua a scrivere poesie. Scrivere la aiuta, le chiarisce le idee, e il successo e l’apprezzamento che la circondano in qualche modo la confortano e le indicano la strada. Ma è sempre più conscia del fatto che alla fine dell’università dovrà affrontare un grosso problema: il matrimonio. Nessuna donna può permettersi di lavorare e vivere da sola senza un uomo accanto.
E il momento tanto temuto alla fine arriva: «È stata dura — racconta Taslima — nessuno mi ha regalato niente. Ho dovuto combattere, urlare. Sono stata insultata, considerata una poco di buono, isolata all’interno della famiglia come se fossi pazza. Lavoravo, e nella mia professione non ho mai avuto problemi. Mi piaceva. Le donne in Bangladesh non vanno da un ginecologo maschio. Si vergognano a tal punto che spesso preferiscono lasciarsi morire piuttosto che curarsi. Nel mio lavoro avevo soddisfazioni ed ero stimata. Ma non potevo decidere della mia vita. Non potevo prendere un appartamento e vivere da sola. Se non avevo marito allora dovevo continuare a vivere con la mia famiglia». Taslima si rassegna a questo, ma la sua rabbia aumenta: diventa una protagonista della resistenza intellettuale agli attentati contro la libertà, si impegna, su vari quotidiani progressisti, in un’attività giornalistica di denuncia della crescente oppressione delle donne e della terribile escalation di violenza che si sta verificando nel suo paese. Nel 1990 i fondamentalisti islamici lanciano una campagna contro di lei, devastano il suo ufficio al giornale, l’aggrediscono parecchie volte, manifestano invocando la sua impiccagione.
Il 6 dicembre ‘92 un gruppo di indù distrugge la moschea di Babri Masjid che sorgeva secondo la tradizione nel luogo dove nacque Rama (eroe nazionale dell’India considerato come una delle incarnazioni di Visnù, divinità dominante nell’induismo). Da tempo c’è una forte tensione tra musulmani e indù, tensione che all’inizio si esprime in una serie di rappresaglie fra le due comunità religiose e che nel ‘92 sfocia nella distruzione della moschea. L’episodio scatena una reazione violentissima dei musulmani contro gli indù. In Bangladesh, stato da poco dichiarato di religione musulmana e dove la presenza indù è in netta minoranza, la persecuzione è particolarmente cruenta: violenze, stupri, distruzioni di famiglie e di villaggi. Per gli indù non c’è più spazio: li aspetta un destino di vergogna, umiliazione e sottomissione. Taslima comincia a scrivere La vergogna, romanzo-denuncia delle atrocità commesse dai fanatici musulmani. Un atto di accusa contro la discriminazione a cui il governo del Bangladesh — nazione ‘democratica’ nata nel ‘71 dopo una lunga guerra d’indipendenza — sottopone i cittadini di fede indù. Ma anche una sincera denuncia di ogni discriminazione e razzismo. Il romanzo viene pubblicato. L’autrice, nella prefazione, dichiara che ogni riferimento a fatti o persone esistenti è puramente casuale, ma che tutte le cifre e le statistiche riportate sono vere e controllabili.
E su Taslima cade la condanna a morte da parte degli integralisti. Nelle piazze si bruciano i suoi libri, migliaia di persone manifestano per la sua impiccagione. La fatwa porta spaccature anche all’interno della sua famiglia. «Mia madre, credente e osservante, mi implorava di non scrivere più di religione
. Gli zii paterni invece manifestavano in piazza assieme a migliaia di altre persone. In privato, gli amici mi appoggiavano. Mi dichiaravano la loro stima, mi rassicuravano: “Hai fatto una cosa giusta Taslima”. In pubblico però nessuno osava difendermi. Mio padre, invece, ha capito». Dopo la fatwa la comunità internazionale degli intellettuali si esprime pubblicamente in suo favore. Ma non serve. La condanna a morte rimane. Come pure rimarrà quella per Salman Rushdie (colpito dalla fatwa per Versetti satanici e costretto a sua volta a spostarsi continuamente e ad abbandonare la moglie e il figlio), che le scrive una bellissima lettera in cui la incita a non demordere.
Taslima, che non ha mai mollato e che non rinuncerà mai alla parola, viene processata e condannata alla prigione. Per sottrarvisi si nasconde per due mesi, mentre sulla sua testa si accumulano altre due fatwa con relative taglie. Riesce ad espatriare e a rifugiarsi in Svezia. Nel 1998 affronta il rischio di un ritorno per assistere la madre morente, una fervente musulmana alla quale per rappresaglia contro la figlia “infedele” viene negato il funerale in moschea. Braccata dai fanatici killer, deve fuggire di nuovo, e da allora vive in esilio in Europa e negli Stati Uniti, facendo del suo lavoro di scrittrice un’arma di lotta. Fino ad oggi ha pubblicato 26 volumi tra saggistica, poesia, romanzi e scritti autobiografici, tutti tradotti dal bengali in una decina di lingue; tiene conferenze e corsi nelle università di tutto il mondo. È stata insignita di numerosi premi ed è sostenuta da molte associazioni umanitarie, oltre che dal Parlamento Europeo e dal Parlamento internazionale degli scrittori.
Il 19 marzo 2005 il governo di Nuova Delhi dispone di ritirare la cittadinanza richiesta da Taslima l’anno precedente e decide di bandire il suo libro, Dwikhandito, che solo a Calcutta vende in un solo giorno ben tremila copie. Il Bengala occidentale, di cui Calcutta è capitale, non aveva infatti proibito la pubblicazione delle opere della scrittrice, ma recentemente le autorità, appigliandosi a un articolo del codice penale, hanno posto la censura su di lei e fatto ritirare le copie ancora in commercio del libro. Causa di tale cambiamento sono state le pressioni degli intellettuali bengalesi (in precedenze suoi difensori) che si erano sentiti offesi dall’aubiografia da lei pubblicata, Ka, in cui la scrittrice racconta le sue esperienze sessuali con alcuni intellettuali di grande fama.
Tre condanne a morte non l’hanno piegata: Taslima non ama i compromessi, non li ha mai amati. Ha scritto altri libri, si è conquistata duramente la parola, per sé e per le migliaia di donne che invece quelle parole continuano a tenerle chiuse dentro. La sua sfida è sempre stata condurre una vita normale, viaggiare, scrivere, tenere conferenze. «Mi hanno definita ‘un simbolo di libertà, ma non mi sento un simbolo di nulla. Sono solo un essere umano come tanti altri che cerca di vivere una vita normale. Nella maggior parte dei paesi musulmani le donne continuano ad essere soggette, come settecento anni fa, al giogo della sharia. Dovunque guardo, intorno a me vedo donne maltrattate e oppresse in nome della religione; ci sono uomini che le tengono incatenate, velate, analfabete e in cucina: forse che non era un mio preciso dovere protestare?». «Ho cominciato a scrivere contro la discriminazione religiosa e contro l’oppressione delle donne. Non ho potuto sottrarmi a questo dovere. Scrivo per le donne, ma anche per tutti quelli che sono oppressi e perseguitati. La scrittura per me, è impegno». «Sono convinta che l’unico modo di arginare il fondamentalismo e la sua perversa influenza sia l’unità di chi crede nei valori dell’umanesimo e del laicismo. Per quanto mi riguarda, niente e nessuno riuscirà a zittirmi». Neppure l’ennesima condanna in absentia a un anno di carcere da parte del governo del Bangladesh, né il rogo in cui i suoi avversari hanno bruciato la sua effigie, non potendolo fare con il suo corpo; né la minacciosa «spada di Allah» sempre sospesa sul suo capo.
Taslima non ha mai ceduto, non ha mai cercato soluzioni facili, non ha mai presentato scuse più o meno formali per salvarsi la vita, non ha imboccato scorciatoie. L’unico obbligo che avverte è quello di andare dritta per la strada che si è conquistata, il che significa, continuare a scrivere quello che pensa e sente. Sempre.
(7 novembre 2009)
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.