Europa, una strada in salita
Roberto Petrini
, da repubblica.it
Più storie camminano parallele nei circa due anni che hanno visto dispiegarsi una delle più grandi crisi finanziarie dell’Europa e che sembrano trovare un punto d’arrivo con la firma del Fiscal compact. L’arco temporale è segnato dalla tragica evoluzione della crisi greca: tutto scoppiò il 13 ottobre del 2009 quando il nuovo premier Papandreou annunciò che il deficit di Atene era del 12,7 per cento, il doppio del previsto e, poche settimane dopo, arrivò puntuale il declassamento da parte di Standard & Poor’s. La Grecia perse per sempre la A e cominciò a scendere a quota BBB+. Dopo due anni, il 28 febbraio scorso, l’arco si è chiuso e la stessa Standard & Poor’s ha certificato per il debito sovrano greco il giudizio di Sd, ovvero selective default, un fallimento pilotato che investirà anche i piccoli risparmiatori che perderanno il 53 per cento sul valore facciale dei bond di Stato greci.
Parallelamente a questa vicenda, dove la speculazione ha trionfato e probabilmente fatto guadagni enormi, l’Europa si è mossa con difficoltà, con la solita litigiosità e con la riluttante posizione di Berlino. Ma alla fine è riuscita a mettere in campo una strumentazione articolata e sofisticata. Da una parte si è accorta che l’Euro, moneta senza stato, e senza la possibilità di avere una banca centrale in grado di fare da prestatore di ultima istanza, doveva avere almeno uno strumento in grado di intervenire sui mercati. Questa fu la prima mossa: tra la fine del 2010 e il marzo del 2011 fu emendato l’articolo 136 del Trattato introducendo un "meccanismo di stabilità per la salvaguardia dell’euro". Fu così segnata la nascita del fondo salva-stati, l’Efsf-Esm che ha cambiato nome e forme nel corso dei mesi, ma che è sostanzialmente uno strumento che con i soldi dei governi, può intervenire sui mercati primari e secondari dei titoli di Stato europei e che, sebbene con molti ritardi, ha erogato due sostanziosi pacchetti d’aiuto alla Grecia.
La Germania lo ha accettato, anche se ha bloccato l’idea degli Eurobond che avrebbero costituito la mossa vincente in grado di mettere al riparo l’euro da altre crisi, ma ha voluto in cambio il rafforzamento dei controlli sui bilanci. Con più norme e regolamenti, poi tutti sostanzialmente confluiti nel "Treaty on stability, coordination and governance", il cui articolo 3 si intitola "Fiscal compact". Forse non si poteva fare altrimenti, ma i contenuti del nuovo "Trattato", non sono teneri: tutti i paesi dovranno cambiare la propria Costituzione ed introdurre il pareggio di bilancio (non potranno più dunque stimolare l’economia con il deficit); tutti i paesi dovranno avere un deficit/pil strutturale (corretto per il ciclo economico) al massimo dello 0,5 per cento (non più dunque il 3 per cento di Maastricht). Ma la novità assoluta è che la riduzione del debito pubblico, che fino ad oggi era una semplice indicazione politica, diventa sanzionabile e impone un cammino che prevede il taglio di tutto il debito che eccede il 60 per cento di un ventesimo all’anno. Per tutto ciò ci saranno sanzioni praticamente automatiche e non negoziabili perché per bocciare le proposte della Commissione ci vorrà una maggioranza del 65 per cento.
Per l’Italia, ma anche per altri paesi europei, si apre un cammino in salita, soprattutto per il rientro dal debito anche se Roma potrà contare su molte attenuanti previste dal "Trattato" a partire dalla forte riforma pensionistica e dal risparmio privato. Tuttavia non è escluso la nuova Europa del rigore farà discutere e che il dibattito tra le forze politiche del Vecchio Continente riprenda fiato proprio partendo da questi temi.
(5 marzo 2012)
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