Eutanasia neonatale: qualche parola di verità
Paolo Flores d’Arcais
Nei casi di bambini nati con gravissime malformazioni, in cui ogni ora e ogni giorno rappresentano uno strazio per loro e per i loro genitori, perché l’eutanasia non dovrebbe rappresentare il percorso più umano? Pubblichiamo due interventi del direttore di MicroMega e del pediatra che in Olanda, nel 2005, ha messo a punto il primo protocollo per l’eutanasia neonatale.
| , da il Fatto quotidiano, 15 febbraio 2014
La parola “eutanasia” viene spesso utilizzata come un’arma per negare il diritto di ciascuno di non essere torturato con sofferenze inenarrabili per il resto dei suoi giorni a causa di una malattia che lo abbia colpito. Il Foglio del sanfedista Giuliano Ferrara utilizzava ieri addirittura l’espressione “messi a morte” una quantità terroristica di volte, in riferimento a cittadini di cui deve però scrivere, quando esamina i casi concreti, “ha chiesto e ottenuto che”. Cittadini, dunque, che avevano semplicemente ottenuto di veder rispettata la loro libertà di non dover subire ulteriormente le mostruose sofferenze a cui si era ridotta la loro “vita”. Perfino i condannati a morte per i delitti più efferati non possono più essere torturati prima dell’esecuzione, come avveniva invece tra grandi hurrà di popolo ancora tre secoli fa. Perché dovrebbe essere consentito nei confronti di chi è condannato a morte dal caso, dalla sciagura di una malattia? E chi altro può decidere se il dolore che vive sia insopportabile, sia tortura che ha reso la sua “vita” ormai l’opposto della vita, se non chi la prova nella carne e nel cervello? Chiedere che sia rispettata la propria volontà di non essere ulteriormente torturato, ed essere “messi a morte”, sono cose abissalmente distanti e anzi opposte, come capisce chiunque utilizzi il linguaggio per comunicare onestamente, anziché per prevaricare e schiacciare la volontà altrui al modo del despota totalitario immortalato da Orwell. Il terrorismo di chi usa “eutanasia” o locuzioni ancora più agghiaccianti (arrivando all’abiezione morale di richiamare le pratiche naziste, che di eu-thanatos, cioè “buona morte”, non avevano proprio nulla, visto che mai venivano invocate dalle vittime), per descrivere la richiesta di non essere più torturati, raggiunge il suo diapason quando si tratti di un bambino. La maggioranza delle persone che abbia ascoltato ieri i telegiornali o abbia scorso i titoli di alcuni “grandi” giornali “indipendenti” avrà pensato che il Parlamento belga sia in preda al disprezzo per i diritti e la vita dei minori. Eppure è vero esattamente il contrario. La legge belga stabilisce che possa chiedere una morte liberatrice il bambino che sia costretto a “una sofferenza fisica costante e non sopportabile, che non può essere alleviata e che viene prodotta da una malattia grave e incurabile”. Il testo di legge prevede inoltre la duplice cautela di uno psicologo che stabilisca se il minore abbia preso in libertà la decisione, per la quale comunque è necessaria l’autorizzazione dei genitori. Dov’è dunque lo scandalo? Che cosa c’è in questa legge che non sia di alta civiltà, di umana pietas, di rispetto per chi soffre in forme che nessuno di noi riesce neppure a immaginare? Il “protocollo di Groningen”, con cui la possibilità dell’eutanasia pediatrica fu introdotto in Olanda, nacque perché i medici che della sofferenza di bambini senza speranza si prendevano cura davvero, portarono a conoscenza dell’opinione pubblica quali abissi di strazio potesse nascondersi dietro parole come “sofferenza”, che riusciamo a pronunciare tranquillamente (anche quando accompagnate da aggettivi come “inenarrabile”). L’Epidermolysis bullosa, ad esempio. Uno stato incurabile che progressivamente distrugge la pelle e auto-amputa le estremità. La pelle letteralmente viene via ogni volta che il bambino viene sfiorato, lasciando dolorosissime lacerazioni nel tessuto epiteliale. Gli strati più superficiali delle mucose della bocca e dell’esofago si staccano ogni volta che viene nutrito, funzione espletata per intubazione. A giorni alterni si devono cambiare le bende, staccarle dagli strati meno superficiali della pelle, strappare i tessuti di pelle appena riformatisi… Dopo molti anni sopravviene un letale cancro alla pelle. Oggi un bambino (belga) può dire basta. Qualcuno ritiene che debba invece essere condannato a “vivere” queste o analoghe torture fino alla maggiore età? Davvero fino a questo punto può accecare l’ideologia o la religione? (15 febbraio 2014) |
*, da MicroMega 9/2013
È ampiamente risaputo che i Paesi Bassi sono stati il primo paese al mondo a legalizzare l’eutanasia per gli adulti. Le condizioni necessarie per contemplarla sono la richiesta esplicita da parte del paziente (autonomia) e la valutazione del medico che attesta la prognosi incurabile e le sofferenze insopportabili. Ciò che è meno conosciuto, anche dagli stessi olandesi, è che nei Paesi Bassi è legale, in circostanze attentamente definite, anche l’eutanasia per i neonati gravemente malati. Anche se un cambiamento legislativo di tipo formale, in questo senso, ancora non ha avuto luogo, lo sviluppo della giurisprudenza si è spinto sufficientemente in là da consentirci di identificare con ragionevoli margini di sicurezza qual è il quadro normativo in materia nei Paesi Bassi 1. Una delle ragioni di questo sviluppo giuridico è la grande fiducia degli olandesi nel fatto che la legge possa e debba servire da misura di controllo della pratica medica. La pratica medica, a sua volta, è stata in parte influenzata dalla convinzione, coerente e ben radicata nei medici e nell’opinione pubblica olandesi, che nei neonati malati non tutte le opzioni di trattamento debbano sempre essere usate 2. In altre parole, alcuni bambini potrebbero essere lasciati morire se, per esempio, le loro prospettive di vita risultassero molto cupe. E anche l’eutanasia neonatale potrebbe essere ammissibile in tali situazioni. Decisioni di fine vita nei neonati: Il processo decisionale che porta all’eutanasia neonatale nei Paesi Bassi è stato studiato approfonditamente negli ultimi 10-15 anni. Due indagini nazionali nel 1995 e nel 2001 hanno mostrato che la maggioranza (65 per cento) dei bambini deceduti in età inferiore ai 12 mesi erano morti perché i trattamenti di sostegno vitale erano stati interrotti o sospesi 4. Nel 60 per cento dei casi la decisione era stata presa poiché i neonati erano affetti da malattie incurabile e la morte era inevitabile. Nei rimanenti, la decisione era stata presa per motivi legati alla qualità della vita e riguardava pazienti che, se il trattamento non fosse stato interrotto o sospeso, avrebbero potuto sopravvivere. Quegli stessi studi hanno anche mostrato che nell’1 per cento dei casi erano stati somministrati farmaci con l’intenzione esplicita di favorire la morte. In base a questi dati è stato stimato che ogni anno si verificano almeno 15-20 casi di eutanasia volontaria. Al tempo non erano disponibili molti dettagli su quei neonati, a parte il fatto che non erano sottoposti a trattamenti di sostegno vitale da interrompere o sospendere. Sebbene i medici fossero vincolati a segnalare casi di questo tipo e due processi avessero stabilito che dare farmaci per favorire la morte fosse talvolta la cosa più umana da fare, tra il 1997 e il 2005 sono stati segnalati e riesaminati soltanto tre casi di eutanasia neonatale all’anno 5. Abbiamo analizzato quei casi in modo retrospettivo e abbiamo scoperto che tutti riguardavano neonati affetti da complesse malformazioni congenite inoperabili (principalmente spina bifida) in concomitanza con altre complicazioni e/o anomalie cromosomiche. Il nostro gruppo ha sviluppato una procedura per identificare le situazioni in cui l’eutanasia neonatale può essere contemplata e ha pubblicato il protocollo nel New England Journal of Medicine nel 2005 6. Questo protocollo, conosciuto come «Il Protocollo di Groningen per l’eutanasia neonatale» (GP), contiene cinque criteri principali di ammissibilità dell’eutanasia: 1) diagnosi e prognosi devono essere certe, 2) devono essere presenti sofferenze incurabili e insopportabili, 3) si deve ottenere una seconda opinione di conferma da parte di un medico indipendente, 4) entrambi i genitori devono dare il consenso informato e 5) la procedura deve essere eseguita con attenzione, in ottemperanza agli standard medici. La situazione dopo il 2005: L’interruzione o la sospensione dei trattamenti di sostegno vitale era la causa della morte del 95 per cento dei pazienti deceduti nelle Tin 12. Il 60 per cento dei casi riguardava neonati instabili con una morte inevitabile mentre nel restante 40 per cento si era intervenuto su neonati stabili per ragioni legate alla qualità della vita. Un neonato affetto da osteogenesi imperfetta di tipo II venne incluso nella casistica di eutanasia neonatale 13. Dopo che fu evidente che le sofferenze intollerabili del paziente non potevano essere alleviate altrimenti, il medico curante aumentò intenzionalmente la somministrazione di morfina fino a indurre la morte. Rilasciarono un certificato che dichiarava la morte naturale del bambino. L’équipe medica riesaminò il caso alcune settimane dopo la morte del neonato e concluse, a posteriori, che quell’intervento costituiva in effetti un’eutanasia volontaria. Il caso non fu segnalato alle autorità legali. Sono stati segnalati tutti i casi? Il tasso di segnalazione apparentemente molto basso può essere del tutto spiegabile dagli sviluppi dello screening prenatale come detto sopra. Tuttavia, non si potrebbe escludere la possibilità che i medici esitino ancora a segnalare i casi dopo che i loro pazienti sono morti di eutanasia. Di sicuro la segnalazione è diventata più facile perché i requisiti per la prassi corretta e la posizione legale del medico sono stati meglio definiti dal Protocollo. Inoltre, il governo ha contribuito a ridurre la riluttanza dei medici modificando la procedura di segnalazione in modo che i casi vengano inizialmente riferiti a un comitato multidisciplinare di esperti (in ambito di etica, medicina e giurisprudenza) e non direttamente alla procura. Questo comitato è attivo dal 2007. L’eutanasia è mai preferibile La scoperta dell’aumento di aborti e della diminuzione dell’eutanasia in seguito all’introduzione dello screening prenatale solleva l’interessante questione su quale sia la differenza morale tra eutanasia e aborto. Si potrebbe affermare che per alcuni pazienti l’eutanasia neonatale sia preferibile all’interruzione della gravidanza nel secondo trimestre. Il livello di certezza di cui disporre per formulare la diagnosi e la prognosi, per esempio in bambini affetti da malformazioni congenite, è spesso molto inferiore alla ventesima settimana rispetto alla situazione dopo la nascita, quando l’équipe medica e i genitori avranno molto più tempo per organizzare le proced Conclusioni Nei Paesi Bassi, l’eutanasia neonatale è diventata un’opzione legalizzata e il Protocollo di Groningen contiene i criteri per identificare le situazioni in cui l’eutanasia neonatale può essere contemplata. Nei cinque anni successivi alla sua pubblicazione non si sono avverate né le previsioni che dicevano che il Protocollo sarebbe stato il primo passo su un piano inclinato pericoloso, né quelle che secondo le quali avrebbe contribuito alla completa trasparenza e alla legalità. Invece, abbiamo sperimentato una trasformazione del sistema sanitario dopo che lo screening prenatale è diventato parte integrante dell’assistenza prenatale. Il risultato è stato un aumento delle interruzioni di gravidanza e una diminuzione dell’eutanasia.* (traduzione di Daniel Russo) 1 J. Griffiths, H. Weyers, M. Adams, Termination of life in neonatology: euthanasia and law in Europe, Hart Publishing, Oxford- Portland, Oregon 2008, pp. 17-55. 4 Cfr. A. van der Heide, P.J. van der Maas, G. van der Wal et al., «Medical end-of-life decisions made for neonates and infants in the Netherlands», Lancet, 350, 9073, 1997, pp. 251-255; A.M. Vrakking, A. van der Heide, B.D. Onwuteaka-Philipsen et al., «Medical end-of-life decisions made for neonates and infants in the Netherlands, 1995-2001», Lancet, 365, 9467, 2005, pp. 1329-1331. 6 E. Verhagen, P.J. Sauer, «The Groningen protocol: euthanasia in severely ill newborns», The New England Journal of Medicine, 352, 10, 2005, pp. 959-962. 12 Cfr. A.A. Verhagen, J.H. Dorscheidt, B. Engels et al., «End-of-life decisions in Dutch neonatal intensive care units», JAMA Pediatrics, 163, 10, 2009, pp. 895-901; A.A. Verhagen, A. Janvier, S.R. Leuthner et al., «Categorizing neonatal deaths: a cross-cultural study in the United States, Canada, and the Netherlands», The Journal of Pediatrics, 156, 1, 2010, pp. 33-37. 16 Cfr. A.A. Verhagen, J.H. Dorscheidt, B. Engels et al., «Analgesics, sedatives and neuromuscular blockers as part of end-of-life decisions in Dutch NICU’s», Archives of Disease in Childhood: Fetal and Neonatal Edition, 94, 2009, pp. 434-438; A. Janvier, W. Meadow, S.R. Leuthner et al., «Whom are we comforting? An analysis of comfort medications delivered to dying neonates», Journal of Pediatrics, 159, 2, 2011, pp. 206-210. 17 Standpunt Medische beslissingen rond het levenseinde bij pasgeborenen met zeer ern¬stige afwijkingen (Criteri per le decisioni mediche sulla interruzione della vita in neonati affetti da gravi anomalie), Knmg, 2013. 18 D.S. Diekema, J.R. Botkin, «Clinical report: forgoing medically provided nutrition and hydration in children», Pediatrics, 124, 2, 2009, pp. 813-822. * Pubblicato originariamente con il titolo «The Groningen Protocol for newborn euthanasia; which way did the slippery slope tilt?» sul Journal of Medical Ethics, vol. 39, 2013 |
(15 febbraio 2014)
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