Festa della donna, una vittoria arriva dalla Polonia
Maria Mantello
“Non si può definire omicida la donna che abortisce”. Lo ha stabilito il 5 marzo 2010 il tribunale polacco dando ragione ad Alicja Tysiąc, la donna che ha avuto il coraggio di portare alla corte di Strasburgo quello che in Polonia per molti è ancora un tabù: l’aborto.
Ho conosciuto Alicja Tysiąc a fine maggio del 2008, in occasione del convegno Feministes pour une Europe laique, ospitato alla “Casa internazionale delle donne”. Rimasi colpita da questa giovane donna polacca, che raccontava con gentilezza la sofferenza della decisione di voler abortire (senza esserci riuscita) per non compromettere ulteriormente la sua vista, già irrimediabilmente segnata da una retinopatia progressiva, che le precedenti due gravidanze avevano accelerato.
Raccontava la sua vicenda Alicja in polacco e la voce del traduttore non poteva rendere la sua angoscia, quando ripeteva che quel figlio che era comunque nato lei lo amava, lo adorava.
Quel bambino aveva otto anni quando l’episcopato polacco aveva dato la stura alla violenta campagna contro la sua mamma, definendola “potenziale assassina” e dalle pagine del Gość Niedzielny, settimanale dell’arcidiocesi di Katovice, faceva vedere le foto con tanto di nome e cognome dei bambini di Alicja. Otto anni sono pochi per poter capire come stanno veramente le cose, ma sono abbastanza per essere vittima dei malevoli.
Suo figlio non era lì, ma Alicja lo rassicurava comunque. E ripetendole il suo amore, rassicurava anche se stessa.
Alicja nel 2000 è incinta per la terza volta e vuole abortire, ma le serve il certificato medico. In Polonia l’interruzione volontaria della gravidanza è consentita nei casi di violenza carnale, malformazione congenita o rischio per la salute della madre. E’ il caso suo quest’ultimo. Cerca un oculista che lo attesti. Di visita in visita sono già tre gli oftalmologi a cui si rivolge, ma nessuno è disposto a dichiarare il pericolo per la sua salute. Finalmente un quarto medico lo certifica, sottolineando anche che per la signora Tysiąc il nuovo parto significherebbe un terzo cesareo. Alicja ha adesso il pezzo di carta richiesto e si presenta in clinica per abortire. Ma il ginecologo strappa quel certificato e decreta: «non vi sono controindicazioni per interrompere la gravidanza», che viene portata a termine. Due mesi dopo dal parto Alicja è portata d’urgenza in ospedale. Diagnosi: distaccamento della retina all’occhio sinistro ed emorragia oculare al destro. Ormai è quasi cieca. Le verrà riconosciuta l’invalidità per questo.
Nel 2001 Alicja Tysiąc denuncia il ginecologo che le aveva strappato il certificato medico. Inizia l’iter giudiziario. I magistrati chiedono una perizia. l’Accademia Medica di Bialystok incaricata, dichiara che «il deterioramento della vista è da attribuire al corso naturale del suo stato di salute». Il caso viene così archiviato. Anche la procure regionali e distrettuali a cui si appella le danno torto. A questo punto Alicja denuncia all’ordine dei medici i dottori che le hanno negato il diritto di scegliere di abortire: «sono venuti meno ai loro obblighi nei confronti del paziente».
Il suo caso è già famoso in Europa e anche in Polonia se ne parla.
Sostenuta dalla femministe polacche, Alicja Tysiąc si appella alla Corte Europea dei Diritti Umani. E Strasburgo Il 20 marzo del 2007 condanna il governo polacco ad una multa di 25.000 euro per aver impedito con la sua restrittiva legge sull’aborto, il diritto di scelta della signora Tysiąc. A questo punto inizia nei suoi confronti la furiosa campagna diffamatoria. Il Gość Niedzielny dell’arcidiocesi di Katovice, l’accusa di «perseguitare il suo paese per averle impedito di abortire», la paragona ai criminali nazisti e sottolinea che «l’aborto comporta l’uccisione di bambini innocenti e la madre che abortisce compie un omicidio».
Alicja denuncia il giornale cattolico al tribunale locale. Il 23 settembre 2009 arriva la sentenza. Il giornale Gość Niedzielny deve versare 10.000 euro di compensazione ad Alicja Tysiąc e chiederle pubbliche scuse dalle sue pagine. I vescovi hanno però deciso di ricorrere in appello, sostenendo che loro intento non era offendere la signora, ma lottare per la tutela dei bambini non nati.
Il 5 marzo 2010 la Corte di appello di Katovice ha ribadito la condanna del settimanale cattolico polacco Gość Niedzielny e dell’arcidiocesi a cui fa capo.
«Questo verdetto ci fa vedere come la lobby pro aborto cerchi di introdurre di nascosto in Polonia l’aborto su richiesta», ha detto mons. Jozef Kloch, portavoce dell’episcopato polacco commentando il verdetto della Corte di appello.
Ma sulla strada dei diritti umani qualcosa si è mossa finalmente anche in Polonia.
(9 marzo 2010)
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