Fine del Progresso?
Emilio Carnevali
È davvero tramontata per sempre l’idea del Progresso? E con essa il suo corollario politico-normativo, quella del “progressismo”? All’”ultima ideologia” del nostro tempo ha dedicato la copertina il supplemento domenicale del Sole 24 Ore. Nell’articolo di apertura del dossier – contenente gli interventi, fra gli altri, di Lucio Caracciolo, Alessandro Campi e Pierluigi Battista – Andrea Romano cerca di rintracciare le ragioni profonde alla base della «nostra fatica nel concedere la patente di “rivoluzioni della libertà” agli avvenimenti che stanno cambiando il profilo del mondo arabo».
Queste ragioni andrebbero collegate alla «scomparsa del progresso dall’orizzonte delle culture politiche occidentali», quel progresso che è stato «l’ultima delle formule magiche del Novecento e l’unica in grado di contaminare per un lungo tratto storico» le esperienze e le elaborazioni teoriche tanto della destra quanto della sinistra fino ad anni molto recenti. All’antico ceppo del “progressismo” Romano riconduce infatti sia l’ottimismo liberale della sinistra clintoniana e blariana degli anni Novanta, sia l’imperialismo democratico vagheggiato dai teorici neocon durante l’era Bush, con la loro «carica eversiva nei confronti di una realtà che doveva essere modificata per non soccombere alla minaccia del fondamentalismo». Oggi tutto ciò apparterrebbe definitivamente al passato, se è vero che lo stesso campione del progressismo mondiale, Barack Obama, ha tratto la sua forza dalla «promessa di stabilizzazione e riparo dagli scossoni che l’amministrazione Bush aveva impresso agli Stati Uniti in politica interna e internazionale».
Eppure non è la prima volta che si decreta la manifesta inadeguatezza della categoria del Progresso nella sua accezione più che altro hegeliana, che cioè allude al divenire storico come progressivo dispiegamento dello spirito e della libertà. Nel celebre primo capitolo della sua Storia d’Europa nel secolo XIX Benedetto Croce scriveva che la storia è «opera e attualità dello spirito, e, poiché lo spirito è libertà, opera della libertà». «Tutta opera della libertà», continuava il filosofo, «suo unico ed eterno momento positivo, che solo si attua nella sequela delle sua forme e conferisce a esse significato, e che solo spiega e giustifica l’ufficio adempiuto dal momento negativo della illibertà, con le sue compressioni, oppressioni, reazioni e tirannie, le quali (come altresì avrebbe detto Vico) paiono ‘traversie’ e sono ‘opportunità’». Difficile però ricondurre un male assoluto come Auschwitz ad una parentesi di oppressione e tanto meno ad una opportunità. Forse davvero questo idealismo è morto definitivamente ad Auschwitz.
Ciò non ha impedito ad una certa idea del Progresso di informare ancora vigorosamente i grandi movimenti di emancipazione collettiva nel secondo dopoguerra – soprattutto in virtù della “traghettatura” attuata dalla filosofia della storia marxista delle categorie hegeliane. Ma all’interno di questi stessi movimenti possiamo anche trovare dei momenti di critica radicale del Progresso. Basti pensare, ad esempio, all’importanza che ebbero per la cultura del ‘68 i testi della Scuola di Francoforte. «L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamante illuminata splende all’insegna di trionfale sventura»: questo era l’incipit della Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno, un libro non certo tacciabile di superficiale ottimismo positivista (semmai criticabile per alcuni eccessi opposti, fra i quali il pregiudizio antiscientista).
Ecco perché non convince la tesi che vede nell’eclissi dell’idea di Progresso – eclissi che non possiamo considerare un fatto così recente e neppure così definitivo, pena la ricaduta nel dogmatismo di un’altra filosofia della storia – il venir meno delle ragioni di un cambiamento, anche radicale, nel nome di “Giustizia e Libertà”. La fine del progressismo può anzi aiutare a comprendere che non sempre i traguardi della civiltà coincidono con il portato della modernizzazione, che non sempre occorre saltare in groppa al cavallo della storia senza preoccuparsi di dove il cavallo ci sta conducendo. Altrimenti si rischia di perseverare nell’abbaglio del quale ci dà un ottimo esempio Pigi Battista quando scrive, sempre sulle pagine del domenicale del Sole, che «l’unico progressista del Paese» – ovviamente il termine è qui utilizzato nella sua accezione più positiva – «è Sergio Marchionne, un uomo che sta davvero lavorando per il futuro»
(14 marzo 2011)
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