Fine di un’era
Emilio Carnevali
Il clamoroso risultato dei referendum suggella il risveglio civile che ha caratterizzato le ultime elezioni amministrative. Forse siamo davvero di fronte alla fine di un’epoca. Ma dalle urne emergono anche segnali impostanti diretti al centrosinistra: si vince quando si incarna una netta “alternativa di società”.
Si possono giudicare in qualsiasi modo le posizioni politiche di Giuliano Ferrara – come la cinica spregiudicatezza alla base di alcune sue iniziative, solo temperata dalla bonaria ironia con la quale lui stesso tenta costantemente di offuscare la linea di demarcazione fra la “convinzione” e la “provocazione” –, ma certamente non si può negare il fatto che sia una delle teste più lucide e brillanti del campo berlusconiano (una delle poche, a dirla tutta). Più di qualcuno considera questa intelligenza una “aggravante”, ma qui entreremmo nella tipica argomentazione tacciata da Ferrara – non completamente a torto, a parere di chi scrive – di “facile moralismo” compromesso da una “aggravante” ben peggiore: la “banalità irritante” del politicamente corretto.
In ogni caso, ciò che scriveva Ferrara questa mattina sul Foglio (ad urne ancora aperte) esprime molto più di qualsiasi commento di area “antiberlusconiana” il significato politico di questo voto: «Se ancora c’è, e dovrebbe esserci, una sinistra italiana non televisiva e non manettara, questa sinistra dovrebbe porsi da subito il problema di un giudizio equanime sulla parabola di Berlusconi nella vicenda nazionale». Insomma, siamo ormai alla necessità dell’equilibrato bilancio storico. La preoccupazione di Ferrara è quella che la fine del berlusconismo si compia con un paradigma diverso da quello seguito al crollo della dittatura mussoliniana e imperniato sulla contrapposizione «fascismo-antifascismo» e sulla marginalizzazione di un pezzo di società italiana, di un tratto consistente di storia recente con i suoi relativi (e presunti) aspetti positivi, fino all’avvento di un nuovo revisionismo.
Si va dunque ben oltre l’attestazione dell’imminenza del crollo: la preoccupazione è addirittura quella di non dover aspettare di nuovo vent’anni per l’avvento di un «nuovo Renzo De Felice». Altro che «frustata all’economia» e rilancio in grande stile con la riforma fiscale! L’epitaffio di Ferrara ci dice che stiamo assistendo, questa volta per davvero, alla fine di un’epoca. Alla fine politica di Silvio Berlusconi e del suo blocco sociale costruito sull’alleanza fra gli “abbienti” e gli “impauriti” (per riprendere una efficace definizione di Pierfranco Pellizzetti).
Ma il combinato disposto del voto amministrativo – con l’incredibile risultato di candidati come Pisapia e de Magistris – e del clamoroso successo del referendum – era dal 1995 che non si raggiungeva il quorum – è gravido di conseguenze anche per il campo delle forze dell’attuale opposizione. Mette in crisi il progetto strategico attorno a cui negli anni passati si è creduto di poter costruire l’alternativa a Berlusconi: sfidarlo sul terreno della modernizzazione nell’ambito di una cornice sostanzialmente condivisa dai due blocchi del bipolarismo italiano (il Pd a “vocazione maggioritaria” lanciato da Veltroni era la conseguenza di questo processo e, nel contempo, la sua consacrazione).
Il caso dell’acqua è da questo punto di vista particolarmente indicativo. Nel 2009, nel corso della campagna elettorale per le primarie del Partito democratico, il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua aveva scritto una lettera ai candidati in corsa per la segreteria chiedendo loro di prendere una posizione in merito alla gestione del servizio idrico integrato in Italia. Tanto Pierluigi Bersani (che poi sarà eletto segretario) che Ignazio Marino (espressione di una linea per alcuni aspetti più di “sinistra”) si erano sostanzialmente dichiarati contrari alla gestione pubblica. Del resto su questa materia le posizioni all’interno del più grande partito dell’opposizione sono tutt’altro che univoche.
Dall’ultimo numero di Italianieuropei (la rivista diretta da Massimo D’Alema e Giuliano Amato, uno dei principali luoghi di dibattito ed approfondimento del riformismo italiano) traspare chiaramente il forte disagio dell’“area liberal” verso la posizione ufficiale assunta dal Pd, il quale si è di fatto impegnato per il Sì pur coprendosi con la “flessibile” parola d’ordine del contrasto alla “privatizzazione forzata”. Claudio De Vincenti, docente di economia politica all’Università “La Sapienza” di Roma e autore del saggio “Dietro l’acqua pubblica la rendita di monopolio” (Italianieuropei 5/2011), liquida l’iniziativa referendaria come «un triste esempio di disinformazione, sia riguardo ai contenuti reali delle norme in discussione, sia riguardo alla situazione effettiva in cui versa il settore idrico nel nostro Paese, sia, soprattutto, riguardo all’interesse pubblico». Parole sulla stessa lunghezza d’onda di quelle pronunciate pochi giorni fa al Festival dell’Economia di Trento da Franco Bassanini, che ha puntato il dito contro il suo «amico ed ex liberalizzatore Bersani»: «Sono rimasto uno dei pochi che non ha cambiato idea!». Se dovesse vincere il Sì al quesito sull’acqua – ragionava Bassanini – assisteremmo a un «tragico ritorno indietro» sulla via delle liberalizzazioni.
Ad abbassare un po’ il tasso di ideologia di questo dibattito potrebbe essere utile la lettura di uno studio della Banca d’Italia sulla qualità dei servizi pubblici in Italia dal quale risulta che «l’assetto proprietario non ha effetti statisticamente significativi sull’efficienza tecnica e di scala» (F. Bripi, A. Carmignani, R. Giordano, La qualità dei servizi pubblici in Italia, in "Questioni di economia e finanza", 84/2011).
In ogni caso, fuori dalle sofisticherie accademiche, il dato politico che emerge da questa stagione elettorale è chiaro. Oggi quella sinistra, la sinistra erede della Terza Via blairiana già egemone negli anni Novanta, si trova spiazzata da un movimento popolare che – complice una crisi economica a causa della quale la questione sociale è tornata prepotentemente al centro del dibattito e dell’agenda politica – chiede una netta discontinuità rispetto agli anni passati: c’è una nuova e diffusa domanda di protezione, redistribuzione, ruolo del pubblico che non riguarda solo l’Italia ma interroga le forze progressiste di tutto il continente. Bene farà Bersani se asseconderà questo riposizionamento e bene farà se continuerà a insistere in modo martellante sulla centralità del tema del lavoro.
Ma la vittoria del movimento popolare dell’acqua pubblica potrà essere molto utile per una positiva maturazione anche dell’altro versante del campo dell’opposizione: quello dell’area della cosiddetta “antipolitica”. La verità è che quella referendaria è stata una battaglia iper-politica. Non è un caso se sono stati proprio gli avversari del referendum sull’acqua – che avrà implicazioni importanti nella gestione d
i tutti i servizi pubblici locali – a brandire le argomentazioni più tipicamente antipolitiche: la legge Ronchi-Fitto aveva aperto la via della privatizzazione, scriveva il Sole 24 Ore (il giornale di Confindustria) lo scorso 3 maggio, «il referendum del 12/13 giugno rischia di azzerare tutto, proclamando per i secoli dei secoli il dominio unico e incondizionato delle aziende pubbliche e dell’inhouse, ancora più di quanto sia stato finora. Aziende pubbliche e poltrone pubbliche, sia chiaro, con il ringraziamento della “casta”».
Un classico esempio di come una certa retorica anti-casta possa spesso trasformarsi in un formidabile strumento a servizio dei sostenitori del primato dell’economico sul politico nel nome della funzione anti-corporativa delle sane forze del mercato.
Ecco perché questa “primavera italiana” può sancire davvero la fuoriuscita dal berlusconismo ma anche la ri-fondazione della sinistra. Una sinistra della quale oggi più che mai si avverte il bisogno.
(13 giugno 2011)
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