Fiom, quattro buone ragioni per non firmare “tecnicamente” l’accordo di Mirafiori
Salvo Leonardi
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Le risicata maggioranza numerica con la quale i lavoratori di Mirafiori hanno approvato l’accordo separato dello scorso 23 dicembre rappresenta indiscutibilmente una vittoria morale per la Fiom e per i lavoratori, tanti, che hanno trovato la determinazione e il coraggio di contrastare il ricatto a cui erano stati sottoposti. La percentuale dei no (46%), in un referendum già dubbiamente legittimo ma fortemente partecipato, sopravanza largamente il numero di iscritti (600) e di voti (900) ottenuti dalla Fiom in quello stabilimento. Fra gli operai – fra quanti cioè saranno direttamente interessati dalle modifiche introdotte dall’accordo – la percentuale dei favorevoli non ha neppure raggiunto quella soglia del 51% fissata da Marchionne come condizione per procedere agli investimenti promessi. E’ inoltre più che plausibile ritenere come fra i voti favorevoli tanti siano stati dettati non da vero convincimento, e ancor meno da reale apprezzamento per i contenuti dell’accordo, bensì dalla paura delle conseguenze minacciate in caso di bocciatura. Ciò che alla fine è emerso dalla consultazione è una fabbrica spaccata in due, nella quale il disegno manageriale dispone di un consenso quantitativamente e qualitativamente labile, precario. Foriero, senza una riapertura alle ragioni del dissenso, di ingovernabilità e conflitto, con buona pace dell’amministratore delegato.
Nel serrato e per molti versi drammatico confronto che in questi giorni sta animando il dibattito interno e intorno alla Cgil sul che fare dopo l’esito del referendum, vi è chi spinge affinché la Fiom, dopo averlo pur legittimamente avversato, prenda atto del risultato e firmi "tecnicamente" l’accordo separato dello scorso 23 dicembre. L’argomento a suffragio di questa diffusa presa di posizione è che, alla fine della storia, non si possono e non si devono lasciare i lavoratori di Mirafiori privi di una rappresentanza aziendale della Fiom-Cgil e, di converso, che la Fiom-Cgil non può e non deve permettersi di restare fuori dallo stabilimento simbolo del maggiore gruppo industriale italiano. La proposta riflette fondatamente una preoccupazione e un’ansia di fronte a una scenario grave e senza precedenti, assumendo un indirizzo pragmatico che possa, in qualche misura, scongiurarne ciò che viene reputato essere l’esito di gran lunga peggiore: non firmare e restare privi di proprie rappresentanza aziendali in fabbrica.
In questo panorama mi pare quanto mai opportuno riepilogare – al di là della pur generosa ma a mio avviso generica istanza rivolta ai vertici della Fiom – i termini concreti del dilemma che si prospetta, provando a mettere in fila ciò che si perde e ciò che si guadagna, sia pure in una logica del meno peggio, nel compiere una scelta piuttosto che l’altra.
1) Il primo elemento da considerare riguarda la cosiddetta "firma tecnica". Con ogni evidenza si tratta di una nozione anomala ed essa stessa tutt’altro che tecnica. Si ha buon gioco infatti nel constatare, come da varie parti si è fatto, che gli accordi o si firmano o non si firmano. Tertium – giuridicamente parlando – non datur. Si tratterebbe piuttosto di una scelta tattica, ovviamente legittima, finalizzata ad aggirare il vincolo imposto dall’accordo riguardo al sistema di designazione delle rappresentanze sindacali aziendali e, con esse, alla titolarità dell’esercizio dei diritti sindacali per come configurati dal titolo III dello Statuto dei lavoratori.
Il problema non è meramente nominalistico. L’eventuale adesione è infatti condizionata al consenso di tutte le parti firmatarie. Basta che una sola sigla si opponga e la richiesta della Fiom dovrà essere rigettata. Ammesso e non concesso che le altre due organizzazioni confederali abbiano veramente a cuore il rientro dei meccanici della Cgil, con ciò che ne discende in termini di restringimento in quota parte degli ambiti di agibilità per ogni singola sigla, assai più incerto ciò appare rispetto alle altre sigle autonome firmatarie (Fismic, Ugl, Associazione dei capi e quadri) e, soprattutto, alla Fiat. Marchionne, a questo riguardo, è stato perentorio nell’intervista a Repubblica di oggi (18/1). Come minimo si faranno pregare molto. E, comprensibilmente, chiederanno forti e solenni garanzie sui comportamenti che la Fiom-Cgil intende realmente assumere in futuro. Bisognerà dunque "andare a Canossa" e – c’è da esserne certi – non si tratterà di una passeggiata piacevole. Le prime dichiarazioni dei firmatari, all’indomani del referendum, sono piuttosto nette a riguardo. L’innegabile successo conseguito dalla Fiom-Cgil nel referendum ne rafforza certo la legittimazione e il potere negoziale, nonché – di conseguenza – il timore dei firmatari che una sua firma tecnica possa essere solo un espediente strumentale per sovvertire l’esito degli accordi e dei referendum, a Pomigliano e a Mirafiori.
2) Abbandonando il sistema associativo confindustriale e adottando in sua vece un inedito contratto collettivo specifico "di primo livello", l’accordo per la Newco di Mirafiori identifica nelle sole rappresentanze sindacale aziendali ex art. 19 dello Statuto i soggetti titolari dei diritti contenuti nel titolo III dello Statuto dei lavoratori. Stralciando dunque tutti gli impegni assunti a livello interconfederale e settoriale, Fiat e sindacati firmatari ripristinano la vecchie RSA al posto delle RSU. Dopo l’infausta riforma referendaria dell’art. 19, nel 1995, la norma di risulta stabilisce che RSA possono essere costituite nel solo ambito delle organizzazioni sindacali firmatarie di contratti collettivi applicati nell’unità produttiva. Ciò implica che d’ora in poi, a Mirafiori, la Fiom verrà esclusa dal diritto di: a) indire assemblee (ma non di prendervi attivamente parte), per un numero complessivo di 10 ore annue (realisticamente non più di un paio di ore per ogni singola sigla); b) godere di permessi sindacali e disporre di propri esperti; c) dotarsi di locali e spazi per le affissioni (ma non di stazionare con propri presidi ai cancelli dello stabilimento); d) beneficiare delle trattenute dei contributi sindacali da parte dell’azienda (ma non anche di provvedere all’autofinanziamento tramite propri collettori); e) fruire dei diritti di informazione e consultazione. Un arretramento di 40 anni, non vi è dubbio, ma nemmeno la dichiarazione di morte dell’autonomia sindacale in fabbrica.
Sarebbe infatti scorretto far coincidere queste gravi preclusioni con l’azzeramento tout court delle libertà e dei diritti sindacali, come pure abbiamo sentito dire in questi giorni concitati. Essi sono infatti riconosciuti e sanciti da altri importanti articoli dello Statuto del ’70. Per quanto privi dei privilegi selettivamente attribuiti alle sole RSA ex art. 19, per come inopinatamente modificati nel ’95 (oggi autentica eterogenesi dei fini), sarà perfettamente possibile costituire altre associazioni ex art. 1 e 14, nonché aderirvi e svolgere attività sindacali. Diritti garantiti in ogni caso a tutti i lavoratori all’interno dei luoghi di lavoro. Propaganda e proselitismo sindacale in azienda non saranno perseguibili, senza il rischio – per l’azienda – di incorrere in quegli atti discriminatori, che il legislatore considera nulli se diretti a "licenziare un lavoratore, a discriminarlo nell’assegnazione di qualifiche o mansioni, nei trasferimenti, nei provvedimenti disciplinari, o recargli altrimenti pregiudizio, a causa della sua attività sindacale ovvero della sua partecipazione ad uno sciopero" (art. 15). Analogamente, potrà essere perseguito ogni atto o comportamento illegittimo dell’azienda volto a "i
mpedire o limitare l’esercizio della libertà e dell’attività sindacale nonché il diritto di sciopero" (art. 28). A fronte del sistema predisposto dall’accordo separato (RSA nominate dai sindacati – e non invece elette – in rappresentanza di meno del 40% dei lavoratori), la Fiom-Cgil potrebbe autonomamente procedere, con libere elezioni svolte davanti ai cancelli, alla scelta dei propri delegati.
Insomma, per quanto infelice sia divenuta la formulazione novellata dell’art. 19 sulle RSA, lo Statuto rimane una legge straordinariamente garantista per la liberta sindacale in Italia e nessuno, nemmeno Marchionne, potrà contravvenire più di tanto al suo impianto. Altri presidi, interni ed immediatamente esterni alla fabbrica, potranno efficacemente surrogare il venir meno delle prerogative istituzionali aziendali previsti nella terza parte dello Statuto. Una rappresentanza anche, sia pure non esclusivamente territoriale, che la Cgil conosce bene e che non le ha impedito di sviluppare membership e controllo sindacale in vastissime realtà del mondo produttivo italiano.
3) L’obiettivo di rientrare in partita – grazie ad una firma ‘tecnica’ – per poi conseguire dall’interno, e in seguito, assetti più avanzati da quelli già disposti nell’accordo, ci appare francamente illusorio. L’accordo, blindato sin dalla sua genesi, si rivela a riguardo impermeabile. Esso si pretende infatti "un insieme integrato, sicché tutte le clausole sono correlate ed inscindibili tra loro, con la conseguenza che il mancato rispetto degli impegni ivi assunti dalle oo.ss e/o dalla RSA, ovvero comportamenti idonei a rendere inesigibili le condizioni concordate per la realizzazione del piano e i conseguenti diritti (..) anche a livello di singoli componenti, libera l’azienda dagli obblighi derivanti dal presente accordo nonché da quelli contrattuali in materia" Vale a dire contributi e permessi sindacali, ecc. Si badi, non occorre nemmeno che si giunga ad una interruzione, a uno sciopero. Ogni comportamento produttivamente inidoneo potrebbe, a giudizio dell’azienda, giustificare l’adozione di sanzioni. Ma a quel punto saremmo tornati al punto di partenza, quando cioè si era fuori sin dall’inizio. L’idea di avallare surrettiziamente un accordo in cui non solo non si crede ma che si considera nefasto oltre ogni misura, per poi tentare di "manometterlo" – oltre a sottovalutare l’intelligenza degli altri protagonisti di questa vicenda – cozza col chiaro e autoritario intento con cui l’azienda ha inteso scongiurare, mediante clausole risolutive espresse, ogni eventuale perdita di controllo in fase di implementazione dell’accordo. Il ruolo che l’accordo di Mirafiori riconosce alla rappresentanza sindacale in fabbrica è residuale, vincolato e costantemente esposto alla revoca datoriale dei suoi impegni, siano essi economici (l’investimento), che sindacali (contributi e permessi). Assumere questo ruolo non può costituire – neppure in senso puramente strumentale – motivo di interesse per un sindacato come la Fiom-Cgil.
4) Se questo è il quadro, la scelta di non firmare – pur se foriera delle esclusioni e dei costi che abbiamo sommariamente elencato – può di fatto preludere a qualche vantaggio. Quale? Il primo, eminentemente politico, consiste nel mantenere vivo e aperto lo scandalo clamoroso che tutta questa vicenda rivela riguardo allo stato in cui sta precipitando il sistema italiano delle relazioni sindacali. Una ferita talmente profonda da rendere quanto mai urgente e ineludibile una revisione che – per via pattizia se non anche legislativa – possa rimarginare gli effetti di un modello di rappresentanza divenuto ormai inadeguato a gestire i nuovi termini che ha assunto il pluralismo competitivo nel sindacalismo italiano. In questa vicenda, del resto, la Fiom ha già dimostrato una capacità non comune nel riportare al centro dell’attenzione mediatica la questione operaia nel nostro paese. Le fatiche, il disagio, le ingiustizie. Una indiscutibile vittoria morale, malgrado il prevedibile esito referendario di Mirafiori. Dunque "mai più di nuovo nulla del genere" (non certo l’irresponsabile "10-100-1000 Pomigliano o Mirafiori"). Mai più cioè un sistema in cui non è il contratto collettivo a dipendere dal grado di rappresentatività delle organizzazioni sindacali che lo hanno firmato, bensì la rappresentanza sindacale a dipendere dall’avere siglato, a discrezionalità della controparte, un contratto qualunque.
Non firmare l’accordo implica il non assoggettarsi volontariamente ai doveri e ai vincoli che in un contratto collettivo di lavoro attengono alla sua parte obbligatoria; quella che ad esempio disciplina le clausole di tregua o, come pomposamente le chiama l’accordo separato Fiat, di "responsabilità". Sarà più difficile invocare, davanti a un giudice, l’illiceità di un atto datoriale se esso dovesse rientrare nell’alveo delle poteri contenuti in un testo contrattuale che si è liberamente scelto di sottoscrivere.
Da questo punto di vista non firmare l’accordo aumenta gli spazi di manovra in ambito giudiziario, che come abbiamo visto non sono potenzialmente pochi, e che non possono – in un contesto di vera e propria eversione della costituzione formale e materiale delle relazioni industriali – essere banalizzate. Vi sono più margini di agibilità per questa via, congiuntamente ad ogni altro atto comunque consentito dall’ordinamento, che non invece all’interno della camicia di forza dell’accordo una volta che si sarà deciso di indossarla. La Cgil deve al più presto avviare, nelle sedi opportune, la denuncia di quelle parti degli accordi di Pomigliano e Mirafiori in cui è stato clamorosamente violato il diritto fondamentale di sciopero.
Per tutte queste ragioni sarebbe più opportuno, per la Fiom e per la Cgil, rimanere fuori dal patto leonino che è stato sciaguratamente stipulato negli stabilimenti Fiat di Pomigliano prima e di Mirafiori poi. Lo sconvolgente arretramento che su tutta la linea si addensa in quei testi è di una portata tale da rendere d’ora in poi non più plausibile – se avallato in un modo o in un altro – qualunque ulteriore linea di contrasto nei riguardi di altri atti negoziali che in futuro dovessero violare così platealmente il modo di intendere il ruolo del sindacato e della contrattazione collettiva.
La mobilitazione di questi mesi – che culminerà nello sciopero del prossimo 28 gennaio – ha consegnato alla Fiom-Cgil un inedito protagonismo e una forza che vanno ben al di là delle "vittorie di Pirro" riportate dalle controparti. Iscrizioni e consensi non potranno che beneficiarne. Molto però dipenderà dalle scelte che verranno compiute. A partire da quelle rivolte non alla mera apposizione di una firma tecnica ad accordi altrui, ma piuttosto per ottenere la riapertura di un confronto che possa restituire equilibrio al sistema delle relazioni industriali e dignità alla condizione di lavoro.
* ricercatore presso l’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali della Cgil (www.ires.it)
(20 gennaio 2011)
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