Fisco: il voltafaccia di Berlusconi
Emilio Carnevali
Berlusconi ha fatto marcia indietro sulla riforma fiscale delle due aliquote. È scongiurata nell’immediato un’iniziativa che avrebbe avuto effetti devastanti. Ma di una riforma fiscale il Paese avrebbe davvero bisogno: per aiutare i ceti colpiti dalla crisi e rilanciare i consumi.
L’immagine più surreale sulla vicenda ci è offerta dal Giornale di oggi. A pagina 3 del quotidiano diretto da Feltri c’è un bella foto del premier con una evidente didascalia accanto: SINCERO. C’è scritto proprio così. SINCERO (in stampatello). E sotto: “Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ieri ha annunciato che non ci sarà alcun taglio delle tasse a breve: «Per colpa della crisi non possiamo farlo adesso. Non voglio fare una promessa che non posso mantenere»”.
L’autore della didascalia poteva mettersi d’accordo almeno col direttore del giornale e con il titolista – immaginiamo che frequentino tutti quanti la stessa redazione – dal momento che i toni della prima pagina e dell’editoriale sono un po’ diversi: “Il pasticcio delle tasse”, è il titolone che scalza perfino la tragedia di Haiti (definita in un titolo più piccolo una “catastrofe dell’anticapitalismo”). “Il premier annuncia”, si legge nell’occhiello, “non è possibile ridurre le aliquote quest’anno, la crisi ce lo impedisce. Vero. Ma perché nei giorni scorsi ci aveva illusi parlando di riforma fiscale imminente?”.
Silvio Berlusconi non è nuovo a questi clamorosi voltafaccia. Del resto le parole che ha usato ieri sono pressoché identiche a quelle pronunciate nel novembre del 2004 sempre sulla promessa riforma delle due aliquote: «Abbiamo pagato una situazione che non dipende da noi perché viene dal passato, con la moltiplicazione per otto del debito pubblico dall’80 a oggi, e anche a causa di certe passate gestioni avventuristiche»; «le cifre non ci consentono di fare ciò che vorremmo, cioè operare una riduzione fiscale, portandola a quei termini di efficienza che troviamo in altri Paesi, che hanno un’aliquota media del 33 per cento».
Detto questo, pur nella necessità che l’ennesima uscita cialtronesca del premier sia denunciata di fronte all’opinione pubblica, non bisogna cadere nell’errore di confondere una buona notizia con una cattiva, cadendo dritti dritti nella trappola della subalternità “linguistica” e culturale. Si rischia di finire come Walter Veltroni che criticava il governo per aver “messo le mani nelle tasche degli italiani” (sì, proprio lo slogan che quasi tutti i giorni Paolo Bonaiuti recitava di fronte alle telecamere dei Tg contro il “vampiresco duo Visco-Prodi”).
Insomma, la proposta delle due aliquote era ed è un abominio tributario: non bisogna istigare il premier a “mantenere le promesse” come un certo riflesso condizionato potrebbe indurre a fare.
Talvolta le promesse, anche in ambito fiscale, Berlusconi le mantiene, purtroppo. Dall’abolizione dell’imposta di successione all’Ici (entrambe effettuate con la complicità dei governi di centrosinistra che lo hanno preceduto), fino alla rimodulazione dell’Irpef comunque approntata nel corso della legislatura 2001-2006 e alla cancellazione delle misure antievasione varate dall’ultimo governo Prodi, sono numerose le controriforme con cui il berlusconismo negli ultimi anni ha reso il nostro ordinamento più ingiusto e più iniquo: il blocco sociale che è riuscito a costruire attorno a sé non è solo merito del Tg4 e degli editoriali di Minzolini.
D’altra parte l’enorme debito pubblico non costituisce di per sé un impedimento inaggirabile per una riforma strutturale del sistema fiscale funzionale a strategie politiche di ampio respiro e di marcata connotazione sociale. Il piano recentemente presentato dalla Cgil per una riorganizzazione del fisco a favore dei ceti più “sofferenti” a causa della crisi ha un costo tutto sommato paragonabile a quello dell’abbattimento delle imposte dirette vagheggiato dal governo (circa 20 miliardi). Prevede in sintesi un aumento delle detrazioni per redditi da lavoro dipendente e da pensioni di 500 euro entro la primavera 2010 e la riduzione della prima aliquota dal 23% al 20% e della terza dal 38% al 36%. Le risorse sarebbero trovate, oltre che con il recupero dell’evasione – cui si oppone soprattutto la mancanza di volontà politica -, una nuova imposta sulle “grandi ricchezze” (per i patrimoni oltre gli 800 mila euro netti, sul modello di quella attualmente in vigore in Francia) e una nuova tassazione delle rendite finanziarie al 20% in linea con la media europea (attualmente in Italia è al 12,5%).
Queste sarebbero misure in grado di aiutare chi ha bisogno e nel contempo dare un po’ di fiato all’economia rilanciando i consumi (senza aumentare il debito pubblico). Ma i piani di Berlusconi-Tremonti, per quel che si può intuire sulle traiettorie di medio periodo, non andranno in questa direzione. Speriamo che non mantengano le promesse.
(14 gennaio 2010)
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.