Flores d’Arcais e il dialogo con D’Alema: “Vi presento il patto delle riviste”
Paolo Flores d’Arcais
, da il Fatto quotidiano, 22 aprile 2011
Alla fine del nostro di martedì scorso (), Massimo D’Alema mi ha proposto di realizzare insieme – ItalianiEuropei e MicroMega – una serie di confronti tematici. Non me lo aspettavo. Ma sono stato ben felice di accettare e di ribadirlo qui, avanzando anche modalità e temi. Propongo quattro incontri, ai quali ogni volta partecipino, oltre lui e me, altre due personalità che Italianieuropei e MicroMega, rispettivamente, considerino particolarmente rilevanti per i temi in questione: lavoro, giustizia, informazione e riforma istituzionale, oggi assolutamente obbligati e prioritari.
So già che molti lettori di questa testata storceranno la bocca, e che pioveranno critiche e financo contumelie contro un dialogo che giudicano inutile con i rappresentanti della “Casta di sinistra”. Del resto critiche e financo contumelie non erano mancate sul sito di MicroMega al solo annuncio del dibattito dell’altro giorno all’Alpheus (che ringrazio per l’ospitalità). Ma trovo che il rifiuto aprioristico del confronto sia segno di debolezza e confini spesso con l’autolesionismo. Il giorno prima del dibattito con D’Alema era a Milano per un dialogo con Stéphane Hessel, autore delle poche ma imperdibili pagine di Indignatevi! (in Francia ha venduto finora un milione e novecentomila copie, ma quello è un paese che ha tagliato la testa al re). Un uomo straordinario: dottorando alla Scuola normale superiore, decide di entrare nella Resistenza, è uno dei collaboratori di De Gaulle, durante una missione viene arrestato dalla Gestapo. Torturato, viene deportato a Buchenwald. Il giorno precedente l’impiccagione riesce a scambiare la propria identità con quella di un compagno morto di tifo, poi fuggirà da due diversi lager. Diplomatico della nuova Francia, è uno degli estensori della “Dichiarazione universale dei diritti” del 1948, e sarà uno dei più stretti collaboratori di Mendes-France, la figura più grande della sinistra francese (e a mio parere europea) del dopoguerra.
Quest’uomo fuori del comune, che sta conoscendo a 93 anni un successo editoriale da leggenda, si rammaricava di non riuscire a discutere pubblicamente con i critici del suo libro, intellettuali parigini molto noti che preferivano lanciare accuse pesantissime sui giornali ma poi sottrarsi al confronto. Nei tre giorni precedenti, del resto, avevo partecipato alle “” di Reggio Emilia, dove il successo clamoroso di pubblico era stato pari solo alla pesantezza dell’anatema lanciato dalla Curia contro i “laicisti atei fondamentalisti che rifiutano il dialogo”. Peccato che in quanto curatore del festival avessi invitato quindici cardinali quindici, il direttore dell’Osservatore Romano, quello di Avvenire, il responsabile della sala stampa vaticana, l’ex responsabile della medesima, il predicatore del Papa, e insomma “tutto il cucuzzaro”. Il rifiuto del confronto c’è stato, sistematico, ma da una parte sola, quella della Chiesa gerarchica, non degli atei “enragés”.
Ho l’impressione che quanti nell’opposizione civile che si esprime nella piazze e nei movimenti rifiutano il confronto con i dirigenti dei partiti, mostrino la stessa debolezza, la stessa paura, la stessa scarsa considerazione per le proprie idee, degli intellettuali parigini che evitano di incrociare gli argomenti con Hessel e dei cardinali che si rifugiano nel-l’anatema per evitare il faccia a faccia con le De Monticelli e gli Odifreddi.
Non c’è un solo lettore di questo quotidiano che non consideri una tragedia la prospettiva che Berlusconi vinca di nuovo le elezioni: cambierebbe la Costituzione (peggio che in Ungheria), conquisterebbe la Corte costituzionale, diventerebbe presidente della Repubblica, e insomma imporrebbe per via legale il fascismo post-moderno a cui da sempre aspira. E non c’è un solo lettore, immagino, che non capisca come eventuali liste di movimenti non potranno mai da sole vincere la prossima consultazione elettorale. Berlusconi sarà sconfitto solo se partiti e liste civiche parteciperanno insieme ad una coalizione, ciascuno con il proprio profilo e la propria identità, dando così motivazione al voto, e rappresentanza, per tutte le variegate sensibilità dei cittadini “repubblicani”. E’ questione di semplice pallottoliere, non sono necessarie neppure le tabelline. Perciò il confronto fra movimenti e partiti si deve fare. Senza infingimenti e diplomatisti, ma lo si deve fare. Con l’attuale legge elettorale (che il narcisocrate di Arcore vuole addirittura peggiorare!) è impensabile avere schieramenti omogenei. Bisogna sapersi unire sull’essenziale e coltivare – non come male minore ma come ricchezza – le differenti sensibilità che circolano tra i cittadini elettori. Lo schieramento del golpismo strisciante ci riesce benissimo: da “Dio patria e famiglia” a “col tricolore mi ci pulisco il culo”, eppure come un sol uomo contro il comunismo (ormai introvabile) e per l’evasione fiscale (più fiorente cha mai).
Possibile che noi “repubblicani” non siamo in grado di fare della realizzazione della Costituzione la bandiera comune? Le concrete scelte di governo dipenderanno poi dai risultati che le diverse anime della coalizione, in leale competizione, avranno conseguito. Ma per poter governare bisogna sconfiggere la macchina da guerra del putiniano di Arcore, e per riuscirci è necessario che nessuna forza “repubblicana” – partito o lista civica – venga discriminata o si autoescluda. Ne va della democrazia stessa.
(22 aprile 2011)
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