Foucault in Sudafrica
Pierfranco Pellizzetti
, il Fatto Quotidiano, 16 luglio 2010
In una celebre conferenza del 27 maggio 1978, Michel Foucault proclamava il diritto di “interrogare la verità nei suoi effetti di potere e il potere nei suoi discorsi di verità”: evidente allusione a quanto si sarebbe detto e fatto negli oscuri meandri del governo calcistico durante i Mondiali sudafricani 2010. In maniera all’apparenza incomprensibile. Che può essere compresa interpretandola alla luce dei rapporti di dominio. Davanti a sviste arbitrali clamorose, da più parti si reclama l’ausilio tecnologico. Questo in quanto lo spettacolo calcistico, dall’irruzione anni Settanta dell’arancia meccanica olandese, ha incominciato ad accelerare i propri gesti raggiungendo velocità di crociera impraticabili per signori non più in verde età, più portati al passeggio che non allo scatto bruciante (notare come l’arbitro Rosetti fosse ancora molto lontano dall’azione Messi-Tevez culminata in un gol palesemente offside). Del resto fenomeno che ha contagiato con ritmi da spot televisivo un po’ tutto lo sport mediatizzato: vedi il tennis, ridotto allo scambio di sassate tra due frombolieri.
Insomma, lo scarto temporale tra atto e tempo di valutazione va colmato, pena il riprodursi di topiche clamorose. Perché ciò non avviene? La lettura pompieristica utilizza la categoria tutto sommato acritica (e indolore) del “conservatorismo”: il sommo pontefice calcistico, lo svizzero Sepp Blatter, sarebbe legato a una visione invecchiata del problema; arcaica, dice Marino Bartoletti agitando il piumino della cipria e inventando lo pseudo fossile “pteroblatter”. Ma non è così: l’astuto manovratore elvetico pratica un approccio al problema non vetero ma – semmai – eterno: come assicurarsi la benevolenza di chi gli garantisce il mantenimento del proprio dominio? Dunque un puro e semplice scambio di potere.
Gli arbitri sono una corporazione di ex Nip diventati Vip grazie all’accesso parassitario ai patrimoni di visibilità e prestigio garantiti dal calcio. Il loro status dipende dal poter esprimere sentenze inappellabili su quanto avviene in campo. Qualora tali sentenze fossero sottoposte al vaglio di un appello tecnologico, i ministri del culto calcistico verrebbero immediatamente retrocessi al rango di travet da stadio. Esito da combattere alla morte, chiamando a raccolta ogni membro della corporazione, per difendere lucrosi vantaggi anche nelle carriere successive. Come a "Notti Mondiali" lasciava trapelare con una buona dose di impudicizia il moviolista ex arbitro Daniele Tombolini, il cui unico intento è tutelare il proprio gruppo d’appartenenza. Tanto da oltrepassare i confini dell’assurdo: Rosetti bene ha fatto non tenendo conto di quanto tutti potevano vedere sui mega-schermi, in ossequio a precise istruzioni emanate dal pontefice Massimo Blatter (che tutelando le varie caste del mondo pallonaro si assicura rielezioni a vita). Dunque, l’ennesima vicenda di potere e per il potere, con cui si trasforma il gioco in un affare esclusivamente politico. Peggio: i politicanti se lo sono divorati. Appurato che a loro del gioco “non gliene può fregà de meno”, come si direbbe a Roma.
Difatti ce ne fornisce ampia e sconfortante conferma il romano de Roma presidente Figc Giancarlo Abete, nonostante la ben nota mistericità del linguaggio in cui si esprime, “l’abetese” di famiglia.
Chi scrive può vantarsi di aver incrociato nel lontano 1976 i bulloni da football con il manager preposto alle nostre sorti calcistiche e può assicurare che Abete jr. dimostrava nessuna propensione alle pratiche di calcio (la selezione dei Giovani Industriali di Genova liquidò con un tennistico 6 a 1 quella di Roma, guidata dagli Abete Brothers). Ma all’epoca Abete 2 manifestava velleità politiche facendosi eleggere in Parlamento in quota andreottiana (e il divo Giulio scelse come tutor del giovane virgulto l’allora suo fido Publio Fiori). Dopodiché se ne perdono le tracce, fino alla riemersione sulla tolda di quella corazzata di potere rappresentata dall’istituzione calcistica. Dove resterà saldamente imbullonato al timone fino a quando le logiche politicanti la faranno da padrone (con codazzo di yes-men. Del resto, il criterio privilegiato da Lippi per le sue convocazioni).
Finché si riterrà tollerabile ascoltare ragionamenti politichesi a supporto di pratiche avvolte – vedi Foucault – nella più smaccata simulazione. Il calcio come specchio della società, direbbe l’addetto al turibolo delle metafore scontate. Ma di certo induce a pensarlo l’intromissione nella vicenda di un formidabile annusatore del potere (e stigmatizzatore a tassametro di questioni innocue) quale Maurizio Costanzo, che ha subito lanciato un referendum per portare alla guida di Figc Sandro Mazzola, noto cultore del luogo comune. Come se ne esce? Forse sarebbe già un passo avanti se la critica e il comune sentire non si lasciassero invischiare troppo nei discorsi del potere ammantato di verità.
(18 luglio 2010)
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