Francesco, il “noi” e la democrazia
Rossella Guadagnini
Il Papa è autore di un testo politico che lancia un duro j’accuse alla casta, parla di leadership inconsistenti, sottolinea la dicotomia tra etica individuale e pubblica. Le moderne democrazie sono sotto assedio, denuncia Bergoglio, non rassegnamoci a una sovranità popolare a ‘bassa intensità’.
Un gesuita che dà ‘torto’ ad Aristotele e fa a pezzi la casta? Alla sua prima ‘prova scritta’ in politica Papa Francesco offre una lezione di democrazia. “Noi come cittadini. Noi come popolo” è stato appena pubblicato da Libreria Editrice Vaticana – Jaca Book, autore Jorge Mario Bergoglio (pp. 96, euro 9), arricchito nella versione italiana da un’introduzione del segretario di Iustitia e Pax, Mario Toso. Un libro che riassume il suo pensiero sociale e ne rappresenta il debutto, nell’editoria vaticana, come guida pastorale della Chiesa. E cosa va a scegliere quest’uomo divenuto Pontefice che proviene, per sua stessa ammissione, dalla fine del Mondo? Un testo di quando era arcivescovo di Buenos Aires, composto in occasione della festa per il bicentenario dell’Argentina nel 2010.
Oltre Tevere sostengono che la predilezione per questo tema è precisa: indica la direzione assunta dal pensiero di Sua Santità, forse anche dalle sue preoccupazioni.
L’uso del noi, reiterato con forza fin dal titolo, suggerisce l’intento di pronunciare un plurale, forte e chiaro, preferito al singolare. E non si tratta di un plurale maiestatis, quell’uso regale del pronome che si addice ai sovrani quando chi scrive si riferisce, in realtà, a se stesso. In questo caso, infatti, è un umanissimo “noi” che ci riguarda da vicino, che riguarda tutti. Un “noi” da posporre all’”io” perché, infine, qualcuno dovrà pur cominciare a farlo.
E’ un Papa, si dirà. Proprio così: un Papa può farlo. Se ce lo ricordassimo più spesso, questo “noi”, da mettere in luogo dell’io, staremmo tutti meglio, sembra voler suggerire Francesco. Come dargli torto? Certo non le manda a dire ai politici, quando smaschera “il primato dell’individuale e del particolare al di sopra di tutto e di tutti” che corrompe come “un cancro” la classe politica, non consentendo alle moderne democrazie di lavorare per il bene di tutti. Non lo manda affatto a dire: ce lo dice papale papale, com’è suo diritto.
“La politica oggi spesso non è al servizio del bene comune – afferma – Si è trasformata in uno strumento di lotta per un potere asservito a interessi individuali e settoriali; di conquista di posti e spazi più che di gestione di processi; che non ha saputo, non ha voluto e non ha potuto mettere limiti, contrappesi, equilibri al capitale per sradicare la disuguaglianza e la povertà, che sono i flagelli più gravi di questo momento storico”. Una “sconfitta collettiva” a causa della quale occorre smettere “di puntare il dito su chi ci sta di fianco o dietro; perché ciò che abbiamo finito col lasciare – di fianco, dietro e in definitiva al di fuori di tutto – è un numero importante di nostri fratelli”.
La disuguaglianza, poi, la spiega anche così: “L’irruzione della civiltà dell’immagine è un fatto che risale a più di cinquant’anni fa. La riduzione della politica a spettacolo o a pura immagine è un fenomeno più recente, che promuove personaggi privi di contenuto e di proposte, senza capacità di gestione né soluzioni per affrontare situazioni complesse come quelle che si trovano a vivere le società contemporanee. Non si tratta di una questione locale. Non è necessario fare esempi per rendersi conto dell’emergere di leadership inconsistenti prodotte da campagne pubblicitarie o dalla complicità mediatica”.
La preoccupazione del Pontefice, uno dei suoi rovelli, è dunque la tenuta democratica. Non delle forme che la democrazia vorrà, e potrà, assumere nel governo degli stati o dello Stato, ma della stessa democrazia. Non ci sono santi e peccatori, pecorelle e pastori. Ci sono cittadini e popolo. E’ un uomo di Chiesa a parlare, la pietra su cui è stata edificata la Chiesa di Cristo. Le sue espressioni sono a fortissimo contenuto politico, etico, civile. “Senza cittadinanza attiva, nel senso di attivamente orientata a scelte etiche e al bene comune, non si ha né dinamismo sociale né democrazia, ma un sistema inerte che della democrazia ha solo la maschera tecnocratica”.
C’è un tempo propizio per la democrazia. È ciò che i greci chiamavano “kairós”, il momento giusto, opportuno. “Coglierlo – sottolinea Papa Francesco – significa rispondere alle sfide che la democrazia ci offre. Superare – tutti assieme – la povertà”. E non c’è democrazia senza giustizia, inutile illudersi. Educazione, sanità, lavoro, uguaglianza sociale, sono le parole d’ordine da sempre al centro di quell’idea irriducibile che l’Occidente chiama democrazia. “Non possiamo accontentarci – conclude il Pontefice – di una democrazia a bassa intensità”.
“Primum vivere, deinde philosophari” stabilì Aristotele. Il filosofo greco ricorda come il nutrimento del corpo, ossia il mangiare e i bisogni materiali in genere, vengano prima dei bisogni della mente, prima ad esempio della stessa filosofia. Non sembra pensarla così Papa Bergoglio, i cui criteri in materia di politica avanzano pretese di priorità assoluta rispetto ai brontolii di stomaco che invece sovrastano i discorsi di alcuni nostri politici. Politica come pane dello spirito, dunque, e politica come pane della mente: è definita una “forma alta di carità”.
“Pregate per me!”, “Pregate per me”, va ripetendo di continuo il Santo Padre. Come dire che un aiuto è sempre gradito. Perfino a lui, che dovrebbe disporre di intere schiere angeliche a beneficio esclusivo. Il suo discorso – come evidenziano alcuni – contiene una specie di “supplica”: affinché venga favorita la rinascita della democrazia. Una supplica che non può restare inascoltata da tutti gli uomini, e le donne, di buona volontà nel mondo, in Occidente, in Italia.
(8 aprile 2013)
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