Frequenze Tv, è in gioco il pluralismo dell’informazione
Fulvio Sarzana
Il valore delle frequenze tv frutto del cd "dividendo digitale", che avrebbero dovuto essere attribuite con il beauty contest in questi giorni e la posizione assunta da coloro che dovrebbero beneficiarne assomigliano sempre di più ai travestimenti del mago dei trasformisti: il celebre Fregoli.
Il tema, come è noto è la possibile attribuzione mediante un meccanismo denominato beauty contest (ovvero concorso di bellezza) delle frequenze liberate dal passaggio all’analogico al digitale.
Le frequenze sino a qualche tempo fa sembravano essere destinate pacificamente agli operatori televisivi già presenti sul mercato, senza che tali protagonisti dovessero sborsare un solo euro, e ciò in virtù delle decisioni assunte dal precedente governo e della natura stessa del beauty contest che premia chi ha saputo sfruttare al meglio le risorse già esistenti con l’attribuzione di ulteriori risorse.
L’assunto di fondo di questa decisione era che le frequenze di per sé non valgono nulla se non c’è chi le possa sfruttare.
Ne hanno parlato tutti, quasi che il tema delle frequenze tv potesse attribuire valore di per sé alle parole, a prescindere dall’effettiva entità e dal valore di queste frequenze.
Player del mercato, ex presidenti del Consiglio, membri delle Autorità indipendenti, Ministri, Associazioni di Consumatori, piccole e medie imprese, tutti hanno espresso la propria idea, ma il risultato è quello che abbiamo tutti sotto gli occhi: nessuno sa cosa fare e come agire per attribuire le frequenze.
L’ultima in ordine di tempo ad avere ammesso in maniera plateale il proprio “smarrimento” è la Fondazione Bordoni, ovvero l’Istituzione di Alta Cultura e Ricerca, sottoposta alla vigilanza del Ministero dello Sviluppo Economico, che ha ricevuto qualche mese fa dallo stesso Ministero il compito di dirigere la procedura di assegnazione delle frequenze in qualità di “advisor” .
La verità è che il tema delle frequenze lungi dall’appassionare anche i non addetti ai lavori presenta alcune caratteristiche che sono in grado di modificare radicalmente il modo di fare informazione in Italia nei prossimi anni.
L’Italia si sa, pur avendo un buon tasso di penetrazione delle tecnologie digitali negli strati più giovani della popolazione dipende ancora in larga misura dall’informazione televisiva che continua ad influenzare in maniera determinante la stessa utenza per cosi dire “giovane” che usa internet quotidianamente.
E per quanto ne possano affermare i protagonisti di questa “querelle” che sembra non avere alcun colpevole, dal momento che tutti sembrano (a parole) disinteressarsi alle frequenze, la possibilità di ottenere i cd multiplex ognuno dei quali contiene la possibilità di trasmettere sei reti in tecnologia digitale non sembra poi cosi irrilevante, cosi come non appare senza significato la possibilità che le frequenze liberate dall’analogico vadano in realtà verso altri mercati, quali quello delle telecomunicazioni o, ancor più al mercato delle comunicazioni senza fili wireless, ovvero ad internet.
Possedere le frequenze infatti vuol dire avere in mano le energie “pubbliche” in grado di trasmettere le informazioni nell’etere ma anche attraverso sistemi di comunicazione radio in grado di trasmettere internet.
E’ vero che senza i trasmettitori per captare le frequenze, senza gli introiti del mercato pubblicitario le frequenze potrebbero non valere nulla, come sostengono i detrattori dell’assegnazione a titolo oneroso e che forse nessuno sarebbe disposto a spendere soldi per un valore che è solo sulla carta, ma se cosi fosse non si spiega il perché per le stesse frequenze (le stesse identiche) gli operatori di telecomunicazione hanno pagato fino a 3,9 miliardi di euro a settembre.
Non si spiega inoltre come sia possibile che grazie alle frequenze televisive e, ad una sostanziale assenza di regolamentazione nei primi tempi della crescita della televisione commerciale, sia nato un gigante dell’editoria televisiva quale Mediaset, seguito a ruota dall’emittente televisiva la 7, di proprietà di Telecom Italia.
Anche trentacinque anni fa le frequenze non valevano nulla, eppure evidentemente qualcuno che allora le considerava importanti al punto di fondarci quello che sarà un futuro impero televisivo ha saputo sfruttarle fino a conferire al primo network televisivo privato un valore di tutto rilievo.
Quello stesso qualcuno vorrebbe oggi vedersi assegnato dallo Stato queste risorse senza passare per un meccanismo di attribuzione onerosa che forse, (e dico forse) potrebbe permettere l’ingresso nel mercato televisivo di gruppi nazionali od esteri interessati ad entrare nel mercato delle tv o delle telecomunicazioni.
Ma si sa il trasformismo, in politica come nel mondo del business è un primato tutto italiano.
Eppure le nuove forme di integrazione tra internet e la televisione stanno dimostrando che “un altro mondo è possibile” e che la strada dell’integrazione fra le tecnologie appare l’unica in grado di fornire al pubblico italiano un reale accesso alla pluralità delle fonti di informazione.
Da questo punto di vista, se non si ritiene utile fare una gara onerosa (o se si ritiene di fare una gara parzialmente onerosa) forse la strada più semplice sarebbe quella di riservare almeno una quota delle frequenze agli usi di telecomunicazione liberi, analoghi a quelli che oggi si hanno con il wireless, premiando ad esempio i giovani imprenditori che decidano di investire sulla pluralità delle fonti informative e sulla copertura internet del territorio italiano.
Analogamente una quota delle frequenze, siano esse attribuite a scopi televisivi ovvero per le telecomunicazioni, dovrebbero comunque essere attribuite a società nuove entranti (rispetto alle realtà già consolidate) con l’obbligo di coprire un determinato territorio o una particolare quota di popolazione.
In pratica si potrebbe dare la possibilità di sfruttare le frequenze radio a realtà economiche emergenti che si dovrebbero impegnare a coprire con il proprio segnale determinate porzioni di territorio, quelle interessate tuttora dal digital divide.
Pochi sanno che un terzo della popolazione italiana, quella più lontana dalle grandi città, non è ancora in grado di connettersi ad internet in banda larga con l’ADSL (per non parlare della fibra che è presente in poche città italiane).
L’assegnazione per cosi dire “mista“ delle frequenze non avverrebbe a beneficio dei soliti noti ed avrebbe il doppio beneficio di fornire da un lato internet alla popolazione che oggi ne è esclusa e dall’altro di rilanciare l’imprenditoria giovanile in zone del Paese storicamente “depresse”, funzionando anche come traino economico di attività collegate (produzione di contenuti, creazioni di reti infrastrutturali).
L’utilizzo misto delle frequenze a disposizione del Governo permetterebbe inoltre di risolvere i dubbi sempre presenti sulla natura privatistica e/o pubblicistica delle stesse frequenze e sul ruolo dello Stato nella gestione delle cd “risorse scarse”, che si ripresenta ciclicamente a partire dalla nota formulazione negli anni 60 della teoria di Ronald Coese.
Coase, l’inventore dall’analisi economica del diritto formulò la celebre teoria che gli valse il Premio Nobel per l’economia nel 1991, nel 1960 nell’articolo “The Proble
m of Social Cost” partendo proprio dall’analisi delle frequenze radio.
Dal punto di vista etico e politico, il teorema fa molto discutere perché in pratica sostiene che l’intervento dello Stato per trovare una soluzione efficiente da un punto di vista sociale alle esternalità (come ad esempio l’inquinamento) sarà sempre fallimentare e che il mercato lasciato libero sia da solo in grado di risolvere questi problemi semplicemente contrattando l’esternalità come un bene qualsiasi secondo la legge della domanda e dell’offerta, purché i diritti di proprietà siano ben definiti e quindi sia possibile creare un normalissimo mercato delle esternalità.
La Teoria di Coase è stata vista negli anni come una sorta di “legittimazione” del più forte, o meglio di colui che è in grado di sfruttare al meglio le risorse, senza passare per una fase di “command and control” tipica di un’assegnazione pubblica, proprio ciò che si intendeva fare con il beauty contest, ed è per questo motivo che la stessa teoria è entrata in crisi proprio negli Stati Uniti ove si preferisce adottare in casi come questi un’asta pubblica.
Un’assegnazione mista renderebbe invece certi i diritti di chi ha versato il corrispettivo in sede di asta onerosa e sposterebbe sui nuovi entranti o sulle realtà che decidono di investire nelle aree depresse l’onere di copertura di determinati territori, impegnandosi lo Stato non a fornire in questo caso le frequenze dietro un corrispettivo, per non creare uno sbilanciamento con chi ha pagato le frequenze, ma a garantire a queste realtà il pacifico godimento (protetto cioè dalle interferenze) delle frequenze libere.
(3 gennaio 2012)
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