Gaza appare oltre il tunnel di reti metalliche e lamiere che parte dal valico di Eretz. Ci arriviamo alla fine del percorso di incontri avuti nella West Bank con molti soggetti della società civile palestinese. Eretz dopo l’operazione “piombo fuso” è un miraggio: passano con il contagocce persone e beni. E sia le persone, sia i beni devono avere lo stato di eccezionalità valutata unilateralmente dalla sicurezza israeliana. Le stesse nostre attese di giorni per attraversare il confine, nonostante il carattere istituzionale della missione, ci sono state motivate con il termine “Security”. Pochi giorni prima siamo stati evacuati in fretta e furia dalla struttura del valico per motivi di sicurezza in quanto le manifestazioni per la Naqba (la catastrofe per i Palestinesi, che coincide con la nascita dello Stato israeliano) erano arrivate vicino al confine, dalla parte di Gaza. Colpi di carro armato e mitragliatrici hanno lasciato sul terreno un morto e sessanta feriti. Nei giorni successivi, le nostre richieste di entrata nella striscia di Gaza per portare a termine il viaggio di osservazione e monitoraggio della Provincia di Roma avevano ricevuto risposte che oscillavano tra ritardi per “l’eccezionalità del momento” e vaghi riferimenti ad una non meglio precisata “security”.
Un chilometro di tragitto dal muro di confine, attraverso la terra di nessuno cannoneggiata nei giorni della Naqba e ci ritroviamo nello spicchio di terra governata da Hamas. Ci aspetta Sami, un operatore della cooperazione che ci farà da accompagnatore e guida nella Striscia. Decidiamo di recarci immediatamente a visitare il progetto degli orti domestici nella Zona di Shaaf, a ridosso del confine. Una zona colpita duramente dalle operazioni militari del 2009. Qui si sviluppa il progetto delle Ong Acs e Parc degli orti domestici. Un sistema di filtraggio garantisce la fonte di approvvigionamento dell’acqua per l’irrigazione. Usufruiscono di questo progetto 11 famiglie che hanno subito perdite umane durante le operazioni militari e che non hanno fonti di reddito sufficienti al sostentamento del nucleo familiare. Gli operatori della cooperazione ci raccontano soddisfati dei risultati del loro programma di food security, sottolineando l’incidenza dell’iniziativa sotto il profilo del protagonismo delle famiglie nel creare una economia domestica e una esperienza di autonomia alimentare.
Lungo il percorso del nostro peregrinare, dalla strada sale un impressione di lavorio minuto, un’ umanità in movimento e in continua costruzione di qualcosa di fisico. La casa, il negozio, la macchina, oggetti in riparazione ovunque. Non possono sfuggire allo sguardo le foto e i ritratti di giovanissimi combattenti morti nei tanti scontri con l’esercito israeliano e dei "martiri", come li chiamano i palestinesi. Adolescenti in posa e tenuta militare, armati fino ai denti. Come non può sfuggire il timido affacciarsi estetico dei risultati degli accordi tra Hamas e Fatah. Sui tetti di alcune case appaiono bandiere gialle di Fatah e lungo le vie qualche stendardo del Fronte Popolare. La riconciliazione, voluta fortemente dai movimenti dei giovani, qui a Gaza si inizia a respirare.
“Uno stato laico, in cui viga la Giustizia sociale. Plurale, in cui le tante differenze della nostra società si possano esprimere democraticamente”. Così i giovani del movimento 15 marzo, che questo desiderio di riconciliazione sono riusciti a portarlo nelle piazze delle principali città palestinesi. Li incontriamo subito dopo nei locali di un’associazione di artisti, nel cuore di Gaza. Ragazzi protagonisti di un movimento che ha inondato le piazze di molte città per opporsi alla contese politiche interne al fronte palestinese e rivendicare il diritto all’autodeterminazione del loro popolo. Un breve scambio nel centro culturale, per rivederli di nuovo nel pomeriggio, nel locale dove Vittorio Arrigoni trascorreva con loro intere serata a discutere di tutto, a confrontarsi sul presente ed sul futuro della Palestina. Sono giovani, giovanissimi, determinati ed entusiasti del nostro interesse e del clamore che hanno suscitato oltre i confini del loro Stato in embrione. Negli occhi si legge ancora la gioia per l’incontro e le giornate passate insieme alla carovana di italiani e internazionali passata per il confine di Rafah. Un incontro e uno scambio che li ha segnati, un rapporto che non vogliono perdere, ci dicono.
Insieme diamo vita ad una sorta di celebrazione in memoria di Vittorio. Ci fanno vedere i video che hanno montato in sua memoria, uno di questi è un pezzo rap sull’aria di una delle più famose canzoni di lotta palestinesi. Vengono i brividi. Una canzone e un video che ci chiedono di far conoscere, anche per dimostrare il loro amore per Vittorio “uno di noi”. Si perché qui Arrigoni è veramente uno di loro. Troviamo striscioni dedicati a lui nel Centro IBDA del campo Profughi di Betlemme, nell’asilo autogestito di un altro campo profughi sempre nei pressi di Betlemme. Il suo volto appare nei locali, stay human campeggia nelle case dei giovani palestinesi, nei desk dei telefoni cellulari, nelle magliette che ricordano il suo volto e le sue parole. I ragazzi ci rappresentano la vita a Gaza e la voglia di sentirsi cittadini di una comunità grande, globale. Giovani ricchi di passione civile e politica, artisti di ogni arte, militanti politici e sociali, rinchiusi in una prigione chiamata Gaza. Si perché l’embargo è anche questo, è privazione di futuro, di relazioni vitali, di sbocchi per coltivare passioni e saperi. Dai valichi non passano merci fondamentali per la vita nella striscia e le persone che li possono attraversare si affidano ad Allah o a qualche malattia grave che a volte può rappresentare un lasciapassare. Gaza è chiusa e la popolazione soffre questa prigionia in termini materiali e spirituali.
Una parte della società di Gaza avverte anche i rischi e le conseguenze politiche della rappresentazione esterna della loro comunità. Qui ci c’è una società civile che vuole comunicare con il mondo, scambiare punti di vista, aprirsi. Questo il dato prevalente che emerge da questa missione. Gaza deve aprirsi all’esterno, respirare di contatti civili, economici ed istituzionali. L’embargo colpisce soprattutto i più deboli e radicalizza i sentimenti, facendo il gioco dei gruppi politici più estremi. Di questo bisogna parlare oggi, di come aprire Gaza e il suo milione e mezzo di esseri umani alla vita e al futuro; di come sviluppare pressioni internazionali affinchè i valichi vengano aperti e l’embargo cessi di uccidere lentamente questa comunità. E’ la direzione naturale che deve seguire il corso politico dei rapporti tra Israele e Palestina, soprattutto alla luce delle ultime dichiarazioni di Obama e del riconoscimento dello Stato di Palestina di molti paesi a livello internazionale. Non ha alcun senso né politico, né militare mantenere Gaza nell’isolamento. Di questo si deve convincere la comunità internazionale.
Del bisogno di sentirsi in rete con il mondo ci parla anche il Rettore dell’Università pubblica di Al Aqsa. Lo incontriamo dopo aver visitato la zona di Al Shoka (14.000 abitanti) che sarà interessata dal progetto di orti domestici e riqualificazione degli spazi urbani, di cui la provincia e cofinanziatrice. Otto facoltà, novecento impiegati, 17mila studenti, Al Aqsa si presenta come un vero e proprio campus immerso nel verde. Qui sorgeva la municipalità di una delle colonie che occupavano la striscia di Gaza. Il Rettore ci chiede di aiutarlo a comunicare con il Mondo, di aprire l’università all`Europa, di dare vita a partenariati con le università italiane. Un desiderio di immettersi nella cultura globale che diventa commovente quando ci fa capire che vorrebbe “dare futuro ai suoi ragazzi”. Ci racconta il suo dolor nel vederli crescere rinchiusi entro le mura di Gaza. Con rammarico evidente ci racconta che la maggior parte dei suoi studenti sceglie materie utili all’insegnamento, in quanto "qui a Gaza ci sono tanti bambini e giovani e la scuola diventa occasione di lavoro, mentre gli altri settori non decollano". Aule per uomini, aule per donne, mense per uomini, mense per donne, Al Aqsa è anche questo. Un rettore globalizzato dentro un sistema di regole che non lo rispecchiano.
La mattina seguente siamo di nuovo al valico di Eretz. La stanca e svogliata polizia di Hamas ci controlla i passaporti e ci lascia passare con un debole e fuori luogo “welcome” di saluto. E’ trascorsa una settimana in terra di Palestina e torniamo con tante domande aperte e con la soddisfazione di aver contribuito a riaprire il dialogo con una parte di paese reale che richiede futuro e che è stanco della guerra e dell’occupazione. Tra le domande aperte, quella sul futuro di una porzione di terra maledetta dalle politiche dei due pesi e due misure della politica di sicurezza internazionale. Una politica che sigilla Gaza nel suo embargo e non si pena di sanzionare un Paese capace di continuare la politica delle “colonie” in terra palestinese, in barba a risoluzioni Onu e al diritto internazionale. Ha ragione Obama, è il momento di applicare il diritto internazionale e le Risoluzioni dell’Onu. Israele si ritiri entro i confini del ’67 e nasca finalmente lo Stato di Palestina. Triste ironia della politica e della Storia, a dire “no” troviamo il governo israeliano e il governo di Hamas. * consigliere di Sel alla Provincia di Roma